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Castel De Paolis, tradizione e internazionalità

Facciamo un salto nel Lazio per conoscere l’azienda vinicola Castel De Paolis di Grottaferrata, nel cuore dei Castelli Romani. Abbiamo incontrato Fabrizio Santarelli, amministratore dell’azienda, che ci ha parlato di vitigni, terroir e vini della cantina di famiglia.

Come è nata la sua passione per la viticultura?
La mia famiglia è originaria di Marino, da sempre legata al mondo del vino. Proprietaria fin dagli anni ‘70 di diversi appezzamenti di terreno tutti coltivati a vite. Inizialmente, essendomi laureato in Economia alla Luiss, avevo fatto altre scelte di vita. Dopo anni di lavoro a New York, nella Grande Mela, cuore del mondo economico-finanziario, ho sentito forte il richiamo della mia terra di origine e delle tradizioni. Così sono tornato a capo dell’azienda di famiglia. una scelta che rifarei.

Ci parli dell’azienda di famiglia.
L’azienda nasce nel 1985 quando mio padre Giulio Santarelli all’epoca sottosegretario di Stato al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, insieme al professor Attilio Scienza dell’Università di Milano, decise di impiantare 25 vitigni tra autoctoni e internazionali per verificare quali fra questi potessero adattarsi meglio alle caratteristiche pedo-climatiche dell’azienda. In seguito a questa sperimentazione sono stati scelti alcuni vitigni internazionali quali il cabernet sauvignon, il syrah, il merlot, il petit verdot, che vanno a comporre il blend del nostro Quattro Mori, e poi il semillon, il sauvignon blanc, il viogner base del nostro Donna Adriana. Non abbiamo trascurato i vitigni autoctoni – cesanese, malvasia di candia, bellone, trebbiano giallo – puntando anche al recupero di alcuni vitigni pregiati della nostra zona, non più coltivati essendo più esposti alle malattie e dunque meno produttivi, come la malvasia puntinata. Una scelta vincente, essendo oggi il vitigno principe del nostro pluripremiato Frascati Superiore Docg. È stato anche piantato il moscato rosa, dietro suggerimento del professor Scienza che ha intuito come le caratteristiche pedoclimatiche della zona dei Castelli Romani siano simili a quelle della zona di origine di questo antico vitigno: la regione caucasica dell’Armenia e della Georgia. Oggi il nostro Rosathea è l’unico vino dolce ottenuto da questo vitigno al di fuori del Trentino.

Oltre a vitigni internazionali, avete puntato su quelli locali. Ci parla di queste coltivazioni e delle caratteristiche dei vini prodotti con queste uve?
Non bisogna mai trascurare le origini e le tradizioni. Come dicevo, abbiamo puntato anche al recupero di vitigni autoctoni, reimpiantando la malvasia puntinata, abbandonata dai viticoltori della zona perché troppo esposta alle malattie e meno produttiva di sua sorella, la malvasia di Candia. Del resto, fino a una ventina di anni fa nel Lazio i viticoltori erano per lo più conferitori delle grandi cantine sociali. Per fortuna, la mentalità sta cambiando. La malvasia puntinata rappresenta la parte principale del blend, il 70%, del nostro Frascati Superiore, il restante 30% è composto dagli altri vitigni autoctoni della zona, il bellone, il bombino e il trebbiano giallo. Tutti insieme compongono magistralmente il nostro Frascati Superiore Docg che tante soddisfazioni ci sta dando, dalla riconferma dei Tre Bicchieri del Gambero Rosso, alle Quattro Viti Ais, passando per le Quattro Stelle Touring Club e dei 94 punti totalizzati nella guida di Luca Maroni.

La rivista Gentleman ha inserito il vostro Frascati nella classifica dei migliori 50 vini italiani, un riconoscimento importante.
La classifica annuale dei “Top 50 vini bianchi italiani” del mensile Gentleman, del gruppo Milano Finanza, è il risultato della somma dei punteggi di sei delle più prestigiose guide italiane. Esserci posizionati al 15° posto ci ricompensa di tanto lavoro fatto negli anni, un impegno svolto sempre puntando alla qualità dei nostri vini. Una piacevole sorpresa aver lasciato alle nostre spalle tanti vini prestigiosi. È la rivincita del Frascati!

Tra i vostri prodotti, salta all’occhio Muffa Nobile: semillon 70%, sauvignon blanc 20% e moscato giallo 10%, il taglio dei grandi vini da vendemmia tardiva francesi. A cosa è dovuta questa scelta?
È stata una decisione coraggiosa. Volevamo dimostrare che i grandi muffati non sono solo prerogativa dei francesi con il Sauternes: anche ai Castelli Romani è possibile fare grandi vini. Il Muffa Nobile non viene prodotto tutti gli anni, le uve devono raggiungere il giusto grado di botritizzazione e solo a quel punto si passa alla fermentazione in barriques nuove e poi all’affinamento in barriques di Allier e Troncais. Un grande lavoro che ci ha ricompensati: il nostro Muffa Nobile è tra i muffati più apprezzati d’Italia.

Parliamo di Covid. Che anno è stato per voi?
“Un anno duro, come per tutte le aziende del settore che come noi hanno nell’Ho.re.ca. il loro mercato principale. Non ci siamo persi d’animo, abbiamo posto le basi di molti progetti di collaborazione con altri viticoltori: è nata l’Associazione Vignaioli in Grottaferrata che con i ristoratori della zona: la nostra azienda sarà punto di riferimento per far conoscere i piatti della cucina tradizionale abbinati ai nostri vini. Siamo dunque pronti per la ripartenza.”

Per quanto riguarda la produzione, nel 2020 avete ridotto i volumi? Per questa estate cosa avete deciso?
Assolutamente no, guardiamo al futuro con ottimismo. La stagione è stata buona e la produzione in linea con le annate precedenti. I mercati esteri non si sono mai fermati, anzi abbiamo ampliato il nostro export, aggiungendo al nostro panel internazionale parecchi paesi come le Filippine, Singapore e l’Inghilterra. Adesso, con le riaperture alle porte, il mercato italiano si sta risvegliando. Rappresentanti, tour operator, sommelier, sono tornati a farci visita. Noi siamo pronti.