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Fra le vigne del Giro d’Italia: da Salò a Lavarone

Il Giro d’Italia affronta l’ultima settimana che porterà a conclusione la corsa rosa, dopo un lungo trasferimento da Cogne a Salò.

Tappa 16, martedì 24 da Salò ad Aprica, 200 km tutti in Lombardia risalendo in successione Valsabbia, Valcamonica e Valtellina. È la tappa regina di oscarwine, perché etichettata “Sforzato Wine Stage” dagli organizzatori di RCS. Paese di appena 1500 abitanti, il comune di Aprica è famoso nel ciclismo perché ospita sul proprio territorio il Passo dell’Aprica – collega Val Camonica e la Valtellina, sulle Alpi Orobie – percorso più volte dal Giro d’Italia.

PANTANI ALL’APRICA

Questa è la salita che lanciò Marco Pantani nel mondo del ciclismo. Il giorno prima Pantani aveva vinto a Merano, all’Aprica scattando sul Passo del Mortirolo, salita che il Giro percorrerà anche quest’anno. Da Salò si parte in salita verso Passo di Crocedomini (chissà perché ignorato dall’altimetria del Giro in favore del più basso Goletto di Cadino) poi Mortirolo affrontato da Edolo, quindi discesa verso Tirano, brevissima salita per toccare Teglio (paese che ha dato il nome alla Valtellina) e nuova discesa per Tresenda dove si riprenderà a salire lungo il Valico di Santa Cristina – ritorna dopo 23 anni, ultima volta 1999 – prima dell’arrivo ad Aprica. Il Giro d’Italia passò per la prima volta ad Aprica nel 1950, inaugurata da Fausto Coppi in una tappa vinta poi a Milano da Mario Fazio: altri tempi. Il primo arrivo ad Aprica è datato 1962: s’impose un corridore che poi vincerà il Giro del 1965 e il campionato del mondo a Imola nel 1968: Vittorio Adorni.

Tappa 17 mercoledì 25, da Ponte di Legno a Lavarone per 168 km. Si parte in salita verso il Passo del Tonale: 9 km in provincia di Brescia, poi percorso tutto in provincia di Trento. 70 km in discesa attraverso Val di Sole e Val di Non. Dopo il ponte sull’Adige, si passerà a Giovo (nella frazione di Palù sono nati Gilberto Simoni e la famiglia Moser). Quindi altra Valle trentina (Valle dei Mòcheni, o Valle del Fèrsina) per andare a Pergine Valsugana. Qui comincia il Passo del Vetriolo, quindi discesa per Caldonazzo, quindi la salita del Menador dove si percorrerà la strada del Kayserjägerweg, percorso militare durante la guerra del 1915-1918. Gran Premio della Montagna a Monterovere e infine ultima discesa per l’arrivo di Lavarone, con Folgaria e Luserna uno dei tre paesi dell’Alpe Cimbra.

Per lo spettatore che segue il Giro – sia scendendo in strada sia oziando davanti alla tivù – ecco i consigli di oscarwine.

UVE GROPPELLO

La corsa rosa oggi ci porta in Lombardia, terra di grandi vini, conosciuta in particolare per le bollicine. Partendo da Salò va citata obbligatoriamente la denominazione Riviera del Garda Classico, nata nel 2017 dall’aggregazione di Riviera del Garda Bresciano DOC, Valtenesi DOC e Garda DOC sottozona classico. I vitigni principali della zona sono Groppello di Mocasina, Groppello di Revò, Groppello di Santo Stefano e i bianchi Riesling Italico e Riesling Renano. Il groppello e le sue varietà sono uve caratteristiche della zona che prendono il nome dalla forma dei grappoli, estremamente compatti che ricordano un intreccio fitto, in dialetto “groppo”, nodo. A seconda del clone, si ottengono vini diversi, da quelli più morbidi e di media acidità del Groppello Gentile a quelli più intensi e alcolici del Groppello Mocasina. Quest’uva è alla base del Valtenesi Chiaretto DOC, un vino rosato tipico della zona.

Ed eccoci a Brescia, casa del Franciacorta, la prima DOCG nazionale esclusivamente dedicata al metodo classico. È una zona vocata alla viticultura sin dall’antichità, come dimostrano i rinvenimenti di epoca preistorica, le testimonianze di autori latini quali Colummella, Plinio e Virgilio e una ricca documentazione medioevale. Ed è a questo periodo che si deve la salvaguardia della vite in zona, grazie all’intervento dei monaci di San Colombano, ordine famoso per aver introdotto la confessione privata in sostituzione di quella pubblica. Apriamo una parentesi sul nome Franciacorta. “Franzacurta” comparve per la prima volta in un codice del 1227. C’è chi vuole che il nome sia dovuto alla presenza di Carlo Magno con i Franchi nel territorio; il sovrano, in occasione della festa di San Dionigi, avrebbe ribattezzato l’intera area “piccola Francia”. Altre versioni fanno risalire il nome alla presenza dei franchi nel territorio. La versione più accreditata, tuttavia, si rifà ai monaci sopracitati che, per via del loro lavoro, erano esentati da dazi e, di conseguenza si parlò di “curtes francae”, zone esentati dal pagamento dei dazi.

VIGNETI IN FRANCIACORTA

Tornando alla storia, è doveroso citare Girolamo Conforti, un medico bresciano autore del “Libellus de vino mordaci“ (1570) in cui discutesse la tecnica di preparazione dei vini con rifermentazione naturale in bottiglia e degli effetti terapeutici di questi prodotti. Il piacere di scoprire gli spumanti Franciacorta lo lasciamo a voi e apriamo una parentesi sull’erbamat, un antico vitigno autoctono del bresciano, salvato dall’oblio grazie…ai cambiamenti climatici! Per sopperire ai problemi dello Chardonnay, che ha subito un notevole anticipo dei tempi di vendemmia, questo vitigno, caratterizzato da spiccata acidità, da piacevoli profumi e da una vendemmia tardiva, è stato inserito nel disciplinare a partire dal 2017. Così, un’uva locale che aveva da tempo lasciato il posto a Pinot nero, Pinot bianco e Chardonnay, le basi per la produzione del Franciacorta Docg, è tornata prepotentemente alla ribalta. per chi fosse interessato allo studio di questo vitigno e alla sperimentazione che ha preceduto il suo ritorno nella produzione di Franciacorta, suggeriamo di leggere il “Progetto Erbamat.”