Crisi del vino: ‘Senti sto vino greco. È bono vero?’
Anni fa, il presidente di una società di comunicazione mi spiegò che si circondava di persone più giovani di lui per avere un punto di vista diverso, più fresco. Lo considero uno dei migliori insegnamenti mai ricevuti: averlo ascoltato mi ha aperto diverse porte. Lavorare e vivere con chi è più giovane di noi permette di rimanere in contatto con gli altri vagoni della vita – quelli che vengono dopo il nostro – di comunicarci, evitando di svernare nel convincimento che il nostro sia il mondo migliore possibile.
Qualche giorno fa ho raccontato di ‘MA’ (il nuovo vino di Michela Adriano), una bottiglia la cui unica presentazione, per volere di chi la ha ideata, è fatta dal nome, dal colore del vino e dall’etichetta. Non serve analizzarlo al microscopio o elencarne pedissequamente i sentori: conta semplicemente berlo e goderne in compagnia. Da tempo sostengo che questo settore si prende troppo sul serio: in tanti guardano ai clienti esperti anziché a chi vorrebbe semplicemente bersi un buon calice e, a volte, viene rigettata l’idea che si possa descrivere una bottiglia dicendo semplicemente “è buona“.

Michela, vent’anni meno di me, ha fatto un passo avanti verso chi è stato tagliato fuori dai soloni di Bacco. L’invito è chiaro: “Sedetevi e divertitevi”. Niente foto, niente social, nessuna analisi organolettica, solo condivisione umana. È un messaggio elementare ma potente, che ricorda il claim “Nike. No games. Just sports.”, tratto dal film What Women Want: un concetto da recuperare quando si vuole essere pratici.
Michela ha individuato, tra le altre cose, nell’eccesso di tecnicismi una delle cause del divario tra il mondo del vino e chi non lo consuma più, o non vuole avvicinarsi nemmeno per la prima volta. Non è soltanto una questione di carte dei vini o di influencer ma di semplicità: il vino non dovrebbe richiedere competenze specifiche per essere apprezzato.

Per il mio compleanno, insieme ad alcuni amici, ho stappato qualche bottiglia di rosso, diciamo importante. Alla moglie di un amico, che mi chiedeva se volessi davvero aprire quei vini, ho risposto: “Mica me li devo portare nella tomba, il vino si gode con gli amici”. Il vino accompagna la serata, non ne è il protagonista: affidargli in toto la riuscita di un incontro significherebbe togliere valore al fattore umano. Una buona bottiglia serve a farci trascorrere quel tempo con più serenità, non a trasformarlo in una dimostrazione di competenza. Da sempre, noi di oscarwine diciamo che il miglior abbinamento è quello del cuore.
Anziché perderci in un dedalo di ossidoriduzioni, annate e blasoni nobiliari, o discutere di crisi energetiche e salutismo, dovremmo fare la cosa più semplice: andare dai ragazzi e chiedere loro perché si sono allontanati dal vino, oppure perché non hanno mai cominciato ad avvicinarsi. Le risposte – senza dimenticare che problematiche come gli avvisi sanitari, posizioni salutiste eccessive e le demonizzazioni del prodotto esistono e bisogna farci i conti – potrebbero stupirci, soprattutto se fossimo disposti ad ascoltarle senza partire dalle nostre convinzioni in stile “Senti ste olive, queste so’ greche…so’ bone?”
