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Borghi del vino: l’insospettabile longevità dei Morgon

La Côte Beaujolaise, una delle più rinomate regioni vinicole transalpine, si sviluppa longitudinalmente dal Mâconnais al Lionese, incuneandosi tra le pendici orientali del Massiccio Centrale e il placido corso della Saona. Feudo in età medievale della casata di Beaujeu che la disseminò di suggestivi borghi e manieri dorati grazie allo sfavillante color ocra della locale pietra calcarea, la regione fa oggi parte quasi interamente del dipartimento del Rodano ma dal punto di vista geologico e ampelografico resta più logico associarla alla Borgogna, di cui costituisce a tutti gli effetti l’estremo lembo meridionale.

Dietro alla stereotipata immagine di grande produttore di vini novelli dalla beva facile e disimpegnata, la regione cela nel suo settore settentrionale una viticoltura di elevatissima qualità con dieci poliedrici crus di vini rossi che esprimono l’anima più nobile e viscerale dell’imperante varietà Gamay. La sua presenza sul 98% dell’intero vigneto testimonia il legame sinergico che lega il leggiadro figlio del Pinot Noir a questo verdeggiante fazzoletto di Francia, da sempre suo habitat elettivo. I suoli granitici di origine vulcanica con affioramenti anche di matrici scistose e argilloso-calcaree (molto ricche di manganese), si rivelano ideali per esaltarne l’esuberante freschezza aromatica e trovano la loro punta di diamante nel superlativo terroir dell’epicentrica AOC Morgon, incastonata tra altrettanto illustri denominazioni del calibro di Fleurie, Moulin-à-Vent, Brouilly e Côte de Brouilly.

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Il suo comprensorio si snoda totalmente all’interno del perimetro municipale di Villié-Morgon, villaggio di duemila anime nato dall’accorpamento dei due omonimi borghi, su una superficie vitata di oltre 1.100 ettari. Una più piccola porzione di terreni meno vocati ai confini settentrionali e meridionali del comune è destinata alla produzione di Beaujolais e Beaujolais-Villages, con presenza anche di uve a bacca bianca (in maggioranza Chardonnay). I vigneti sono adagiati su dolci pendii ad altitudini comprese tra 220 e 520 metri s.l.m., fattore che consente buone escursioni termiche e agevola un differente calendario di vendemmia per le diverse quote. Al fine di precisare meglio la provenienza delle cuvées parcellari, l’areale della denominazione è stato suddiviso in dieci lieux-dits – Aux Charmes, Corcelette, Côte du Py, Douby, Grands Cras, Aux Chênes, Javernière, Château Gaillard, Bellevue e Fontriante – dalle sfaccettate e distintive caratteristiche di suoli ed esposizioni che spaziano da est a sud.

Il granito Fleurie, una roccia di colore rosa composta prevalentemente da monzonite e biotite e ricoperta di arene (localmente chiamate ‘roccia marcia’), domina la scena geologica locale. Il terreno della Côte du Py, collina ubicata tra l’abitato di Morgon e la frazione di Haut Morgon, è particolarmente ricco di frammenti di origine basaltica dal tipico colore verde scuro che gli studiosi descrivono come ‘un deposito vulcanico sedimentario’. Il suolo dell’iconica montagnola con la quercia secolare che campeggia sul cucuzzolo non è però omogeneo: caratterizzato da una presenza generalizzata di ossido di ferro e manganese, particolarmente concentrata nel settore occidentale, nei versanti meridionali e orientali questi caratteristici ciottoli blu si mescolano con l’argilla scura che diventa prevalente verso la base (Javernière), mentre il fianco settentrionale è ricoperto da una sabbia arancione e grossolana detta gore.

Aux Charmes, a ovest di Villié-Morgon in direzione di Régnié-Durette, sull’asse che unisce la frazione di Morgon a quella di Saint-Joseph, è un poggio composto da granito venato da scisti di manganese e i filari si dipanano su entrambi i lati dell’antica strada romana che collegava Lione ad Autun. Risalendo verso est, seguendo la dorsale tracciata dal crinale della collina che parte da Corcelette e arriva ad Aux Chênes, passando per Fontriante e Château Gaillard, troviamo invece ciottoli (granito e pietra focaia), sabbia e argilla, fino al successivo contatto con la piana alluvionale della Saona, il cui corso dista circa una decina di chilometri.

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Il territorio di Villié-Morgon, oggi incluso nel cantone di Belleville, era attraversato dalla suddetta via romana e ciò lascia supporre la presenza di un insediamento umano già a quell’epoca. Una delle prime testimonianze dell’attuale nome risale al X secolo in una citazione del cartulario di Mâcon che annovera una località chiamata Les Bruyères nel paese di Villié: ‘Villa Brurerias, in agro bilioco situs‘. Nel Medioevo la locuzione latina villa designava un gruppo di fattorie, una frazione o un villaggio, alla quale si sarebbe poi aggiunto Morgon, nome di una frazione, forse dal gallico morga che identifica una zona di frontiera. Nei pressi di Villié-Morgon, il primo signore di Beaujeu avrebbe donato nel X secolo un appezzamento di vigneto alla moglie Vandelmode, certificando la presenza millenaria dei vigneti su queste colline.

Sul sito di un antico maniero medievale, il marchese di Saint-Amour fece costruire nel Seicento il castello di Fontcrenne che oggi ospita il municipio e il ‘Caveau‘ della AOC Morgon. Creato nel 1953, quest’ultimo vanta il primato di primo spazio espositivo della regione dedicato al mondo del vino, con antichi torchi, vecchie botti di grande dimensione, attrezzi agricoli d’epoca e un accogliente negozio in cui degustare Morgon di varie tenute. Edificato con la pietra locale che ne conferisce fascino e nobiltà, il castello è un autentico gioiello dell’architettura classica. Si sviluppa su due ali a tre livelli (il più alto è mansardato), con superbe e ariose sale a volta affacciate su un curatissimo parco faunistico. Un’altra attrattiva imperdibile è la neogotica chiesa di Saint-Vincent, patrono dei vignaioli, con un Cristo in croce del XVII secolo e un suggestivo tetto in vetro raffigurante il Messia benedicente. La cittadina vanta inoltre i natali di Félix Marmonier, l’inventore del torchio per il vino, il cui brevetto fu depositato a Lione nel 1874.

In una regione dove la maggior parte della produzione è appannaggio di grandi maisons de négoce (Jadot, Georges Dubœuf e Jean Loron), con i suoi 400 vinificatori che detengono il 40% delle vendite dirette la AOC Morgon resta uno dei più strenui baluardi della logica vitivinicola artigianale. Due secoli fa André Jullien scriveva nella sua celebre Topographie che i vini di Morgon ‘durano a lungo e finiscono sempre bene‘. La loro classe cristallina scaturisce dal connubio tra il magico terroir locale e l’indiscutibile talento del vitigno Gamay. Da sempre sottovalutata, questa varietà si fregia di aristocratici natali: la Borgogna e il Pinot Noir. La sua travagliata storia è davvero curiosa, se si pensa che già nel 1395 il Duca di Borgogna Filippo il Temerario la metteva fuori legge, ritenendola una specie mediocre e infestante. Il concetto viene ribadito sessant’anni dopo in un editto di Filippo il Buono che ne bandiva la coltivazione adducendo che ‘i Duchi di Borgogna sono conosciuti come i signori dei migliori vini della Cristianità. Manterremo la nostra reputazione‘.

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In effetti, se non si pongono le opportune attenzioni l’uva tende a produrre vini dalla spiccata acidità, piuttosto scarichi sia nel colore che nella sostanza e spesso bruschi al palato. Praticamente scomparso dai vigneti delle aree settentrionali e centrali della Borgogna, si è accasata con successo nel suo estremo lembo meridionale, ovvero nelle terre attorno al villaggio di Beaujeu. La scoperta della macerazione carbonica, con la quale vengono realizzati i cosiddetti ‘vini novelli’, gli ha consentito di assurgere nel corso del Novecento a star internazionale. Questa tecnica prevede che i grappoli interi, appena vendemmiati, vengano immessi in recipienti saturi di anidride carbonica che ne estraggono la sola componente aromatica. Così lavorato, il Gamay richiama alla memoria una spremuta di mirtilli freschi risultando irresistibile, nelle sue migliori versioni, per i cultori dei vini leggeri e fruttati. Succube del successo commerciale degli anni Ottanta e Novanta, l’identità del Beaujolais si è ritrovata a collimare con quella del suo più banale vin nouveau.

La regione sa invece esprimere vini fini, golosi e fragranti ma anche sorprendentemente longevi, soprattutto quando provengono dai migliori terroirs. Le migliori cuvées tendono addirittura a ‘pinoter’, ovvero ad assumere con l’evoluzione tonalità olfattive e gustative che li avvicinano ai più blasonati Pinot Noir di Borgogna. Morgon, in particolare, ha beneficiato della visionaria opera di un gruppo di vignaioli locali che, a partire dai primi anni Ottanta, ha deciso di abbandonare la produzione di vini confezionati con utilizzo massivo delle pratiche correttive. Seguendo le intuizioni e gli insegnamenti dello studioso ed enologo Jules Chauvet (1907-1989), la cosiddetta ‘Banda dei Quattro‘ (nella fattispecie i vignerons Marcel Lapierre, Guy Breton, Jean Foillard e Jean-Paul Thévenet) è stata un’avanguardia rivoluzionaria che ha scommesso e puntato tutto sul vino naturale.

Il mantenimento delle vecchie vigne, l’impiego sostenibile e ridotto di solfiti, la cura maniacale dei filari, l’utilizzo di lieviti indigeni per la fermentazione, il rifiuto di qualsivoglia alterazione in cantina e la totale rinuncia a processi di chaptalization (ovvero di aggiunte di zucchero industriale al mosto per innalzare il titolo alcolometrico) sono le pietre angolari di una filosofia produttiva vincente che ha tracciato la strada maestra alle nuove leve. I Morgon del nuovo millennio si connotano per la struttura austera, la vertiginosa profondità minerale e il corpo vellutato da cui affiorano complessi sentori di mora, lampone, rabarbaro e cannella. Gli instancabili finali portano alla luce balsamiche sensazioni di liquirizia e sottobosco che incantano e deliziano il palato.

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Lo storico Domaine Louis Claude Desvignes, fondato nel XIX secolo, è gestito con passione e dedizione dall’omonima famiglia, ora alla sua ottava generazione. I vigneti si estendono su terreni variegati e ricchi di minerali che conferiscono ai vini impressionante complessità e profondità. I proprietari praticano un’agricoltura sostenibile con abbondante utilizzo di tecniche di allevamento biologico e biodinamico. Questo approccio non solo preserva la salute del suolo e dell’ecosistema circostante ma contribuisce a produrre uve di altissima qualità che riflettono fedelmente il terroir. Il processo di affinamento è meticoloso e rispettoso delle tradizioni locali: tutte le etichette invecchiano in botti di rovere vecchie, con l’obiettivo di permettere una micro-ossigenazione delicata, senza sovrastare le caratteristiche naturali delle uve. Nella luminosa gamma di otto Morgon parcellari svetta il superlativo Morgon Côte du Py Javarnières Les Impénitents, un vino preciso e concentrato, succulento e corposo che si snoda su una elegante trama tannica plasmata dalla verve minerale delle viti centenarie e dalle golose sfumature di frutta di bosco matura, tra irresistibili richiami di violetta, prugna, scorza d’arancio, muschio, china e grafite.

Daniel Bouland è il ritratto del vigneron artigiano nell’espressione più pura e cristallina del termine. Umile e riservato, dedica ogni energia a curare amorevolmente le sue secolari viti a cespuglio piantate su ripidi pendii dal terroir eccezionale e a cesellare gli appezzamenti più giovani che beneficiano dell’accurata selezione massale effettuata nei suggestivi vigneti storici. Tutte le uve vengono raccolte a mano e fermentano a grappolo intero su lieviti indigeni in tini di cemento prima dell’affinamento in vecchie botti di legno. Imbottigliati senza filtrazione, come da radicate consuetudini contadine, i vini traboccano di personalità e sono diventati oggetto di culto tra gli estimatori del genere per la straordinaria profondità espressiva e l’inconsueta predisposizione a lunghi invecchiamenti. I suoi cinque Morgon sono contraddistinti da graffiante precisione e solenne finezza. Le uve della secolare vigna del cuore confluiscono nel sontuoso Morgon Les Delys, un rosso muscoloso ma dal tannino fluido e vellutato, in cui i profumi di ribes nero e ciliegia si intrecciano a note speziate e a una balsamica venatura salina: la fragranza del gamay all’ennesima potenza.

Altro vignaiolo di fulgido talento, Georges Descombes è il quinto membro non ufficiale della già citata ‘Gang of Four’. Amico e allievo di Marcel Lapierre, fin dall’acquisizione nel 1988 della sua attuale tenuta decide di adottare un approccio biologico (certificata da Ecocert per molti anni) che lo induce ad eliminare totalmente le sostanze chimiche sia nel vigneto che nei processi di vinificazione. La cura maniacale di ogni singolo grappolo, la macerazione carbonica integrale in pre-fermentazione, la successiva pressatura lenta e delicata gli consentono di affinare vini di purezza cristallina e di sbalorditiva longevità, capaci di esprimere appieno la personalità del terroir di provenienza. Il suo Morgon Vieilles Vignes nasce nei vecchi impianti del settentrionale lieu-dit Corcelette e si caratterizza per la freschezza dell’elegante bouquet di violetta, mora e ardesia bagnata che corrobora la struttura vigorosa e succulenta, ben puntellata da una brillante acidità e da una solida trama tannica.

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MEE GODARD

Diplomatosi in enologia a Beaune, Jean-Marc Burgaud abbraccia le stesse metodologie produttive privilegiando però vinificazioni semi-carboniche con raccolta a grappolo intero, lieviti indigeni e intransigente affinamento parcellare. La sua omonima tenuta nasce nel 1989 con tre ettari vitati in affitto e oggi si estende su quasi venti, ubicati principalmente a Villié-Morgon. La statuaria finezza dei sei Morgon aziendali trova consacrazione nel sontuoso Morgon James, una selezione prodotta in quantità limitate e solo nelle migliori annate con le uve di un vigneto ultrasessantenne che troneggia sul cucuzzolo della Côte du Py nella pittoresca località Croix. I pochi privilegiati hanno la fortuna di apprezzarne la straordinaria ricchezza aromatica, dove golosi aromi di mirtillo e lampone nero si amalgamano con nuances minerali e speziate, e l’inconsueta concentrazione del frutto che però non scalfisce il dinamismo e l’agilità del sorso lungo, armonico e setoso.

Il futuro di Morgon parla anche al femminile, e in grande stile: a pochi passi dal Domaine Burgaud, nel 2013 l’intraprendente biologa e biochimica Mee Godard ha acquistato da un agricoltore in pensione la cascina rurale e gli annessi cinque ettari vitati, equamente distribuiti nei tre più rinomati lieux-dits della denominazione. Lavora secondo i principi dell’agricoltura biologica, vendemmia rigorosamente a mano e la maggior parte del raccolto viene lavorata a grappolo intero. In cantina esegue follature e rimontaggi due volte al giorno, dopodiché affina i vini per quasi un anno combinando botti neutre, tini e demi-muid. Le sue selezioni parcellari – Grand Cras, Corcelette e Côte du Py – colpiscono per spessore, verticalità e nitidezza. Al vertice della piramide si colloca il Morgon Passerelle 577, una vibrante e raffinata cuvée capace di coniugare una struttura morbida e organica, esaltata da inebrianti profumi di bacche boschive e spezie dolci, con un’aristocratica dose di fragranza floreale che ammanta il palato con slancio e vitalità.

Concludiamo la carrellata con una tenuta storica che ha firmato una delle pagine più iconiche della denominazione. Seguace degli insegnamenti di titani enologici come Jules Chauvet e Marcel Lapierre, Jean Foillard rileva negli anni Ottanta l’azienda di famiglia e, con un pizzico d’azzardo, trasforma gradualmente tutti i processi produttivi per raggiungere un ambizioso obiettivo: sublimare la tessitura vellutata del vigoroso Gamay. I Morgon di Jean Foillard nascono così dal felice matrimonio tra la superba composizione dei suoli e consolidate tecniche di affinamento come le fermentazioni spontanee, il bassissimo impiego di solforosa e la macerazione semi-carbonica a freddo. La gestione biologica della vigna contribuisce alla nascita di un fuoriclasse vibrante e minerale – il Morgon Côte du Py -, in cui la struttura austera scolpisce un corpo profondo e vellutato su cui si librano complessi sentori di mora, lampone, rabarbaro e cannella; l’instancabile finale porta alla luce un corroborante retrogusto di liquirizia e sottobosco che deterge la bocca con carezzevole tocco signorile.

La lista dei produttori di Villié-Morgon che perseguono l’eccellenza è incredibilmente lunga (Guy Breton e Marcel Lapierre in primis) ma lo spazio è tiranno e lasciamo al lettore il sano gusto della scoperta.

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