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Fra le vigne del Giro d’Italia: da Napoli al Blockhaus

Da oggi, sulle pagine di oscarwine torna Nando Aruffo, storica firma del Corriere dello Sport, oggi direttore di Sportopolis.

Primi verdetti in arrivo per la prima settimana tutta italiana del Giro. Il “carosello napoletano” è il primo antipasto di un menù succulento che propone quale piatto forte la doppia scalata del Blockhaus.

MARK CAVENDISH A NAPOLI

Carosello napoletano non è soltanto la commedia musicale del 1950 diretta da Ettore Giannini diventata, quattro anni dopo, film con Sophia Loren e Paolo Stoppa. Non è neanche una pubblicità all’ombra del Vesuvio. Carosello napoletano è l’8ª tappa rosa, tutta partenopea. Ritrovo in una delle piazze più belle e più grandi d’Italia, Piazza Plebiscito, poi 153 km per ritornare in città con arrivo al Lungomare Caracciolo. Il percorso è più spettacolare che impegnativo: un bel giro lungo la costa cumana prima di affrontare il circuito (km 19 da ripetere 4 volte) che da Bacoli porta a Monte di Procida. La tappa è dedicata a Procida Capitale italiana della cultura 2022. Napoli torna a essere sede di tappa dopo nove anni: il 4 maggio 2013 (era la prima frazione) vinse Mark Cavendish (quindi subito maglia rosa) in volata su Elia Viviani e tutto lascia supporre che ci sia un volatone generale anche quest’anno.

QUINTANA SUL BLOCKHAUS

Il giorno dopo, partenza da Isernia in Molise e arrivo sul Blockhaus, in tedesco casa di sassi. Il nome fu dato da un comandante militare di origine austriaca impegnato nella lotta al brigantaggio. È il secondo arrivo in salita del Giro (il primo è stato al Rifugio Sapienza sull’Etna) e tutto lascia supporre che dia un altro bello scossone alla classifica generale. Il percorso è bello e impegnativo. Si comincia con il Valico del Macerone (m 684 slm) poi le salite di Rionero Sannitico (1032) e Roccaraso (1254) poi la lunga e spettacolare discesa (più di 50 km) del Valico della Forchetta disegnata lungo la parete Sud della Majella, un bel giro tutte curve e saliscendi tra Guardiagrele, Filetto, Ari, Fara Filiorum Petri e infine Pretoro dove comincia la prima ascesa verso il Blockhaus. I corridori saliranno da Pretoro a Passo Lanciano (m 1310); scenderanno a Lettomanoppello, percorreranno un breve tratto della Via Tiburtina Valeria verso Scafa e qui comincia la salita più dura e difficile (delle tre possibili) per arrivare ai 1665 metri Blockhaus. Qui hanno vinto Merckx nel 1967; Bitossi nel 1968; Fuente nel 1972; Argentin nel 1984; Garzelli nel 2009 (qui si arrivò a quota 2064, più su del Rifugio Pomilio) e il colombiano Nairo Quintana nel 2017.

Domenica non conosceremo il futuro vincitore del Giro; sapremo però chi non lo potrà vincere. Frase banale ma che rende l’idea.

Rendono bene l’idea anche i vini campani, regione dove il vino è un’arte millenaria e che negli ultimi 20 anni ha visto crescere la sua produzione per qualità e diffusione in tutta Italia. Parliamo di una terra dove la superficie vitata si trova per il 35% in montagna, il 51% in collina e il restante in pianura: il Casertano, le isole di Capri e Ischia, l’Irpinia, la zona di Napoli e il Beneventano sono le zone di produzione. Una produzione che, in controtendenza rispetto all’immaginario popolare, è prevalentemente di vini rossi e rosati che coprono il 60% del mercato. Fra questi, il vitigno per eccellenza è l’Aglianico che oggi troviamo in versioni spumantizzate brut e rosè ma che per tradizione è destinato a dar vita a vini austeri e da invecchiamento: il Taurasi. Poi ci sono il Primitivo e il Piedirosso, quest’ultimo spalla dei primi due e i bianchi per eccellenza: Coda di volpe, Falanghina, Fiano, e Greco. In questo viaggio non possiamo dimenticare il Casavecchia (secondo alcuni studiosi, potrebbe essere il vino che Plinio il Vecchio descrisse nella Naturalis Historia) e il Pallagrello, il primo a bacca rossa, il secondo a bacca sia rossa che bianca, vitigni apprezzati dai Borbone: Ferdinando IV ordinò di inserirli in due dei dieci raggi della spettacolare “Vigna del ventaglio” progettata da Luigi Vanvitelli alle spalle della Reggia di Caserta, dove erano ospitate le migliori varietà di vite coltivate nel Regno delle Due Sicilie. Tra gli altri autoctoni più noti, ricordiamo l’Asprinio e gli “isolani” Biancolella e Forastera.

Veniamo al Molise, una regione dove si coltiva dai tempi antichi, dove la maggior parte dei vitigni è tipica dei vicini Abruzzo e Campania ma che ci regala un’uva rossa strappata all’oblio: la Tintilia. Si dice che questo vitigno, vista l’etimologia del nome, sia stato introdotto nella regione ai tempi dei Borboni. Per quanto riguarda eventuali parentele con altri vitigni, i test del dna hanno escluso questo aspetto. L’uva, che un tempo era coltivata su tutto il territorio, nonostante la bassa resa, rischiò di scomparire proprio per la bassa produttività delle piante: il suo recupero si deve all’agronomo Giuseppe Mogavero. Il vitigno è particolarmente resistente al freddo intenso ma soprattutto agli sbalzi termici, motivo per il quale si adatta tanto in montagna quanto in pianura. Mentre prima si preferiva usarla come uva da taglio, oggi la Tintillia viene vinificata in purezza vista la sua capacità di dar vita a vini di qualità, tanto giovani quanto strutturati.

Manca qualcosa? L’Abruzzo. Ne parleremo alla prossima presentazione di tappa.