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Fra le vigne del Giro d’Italia: da Pescara a Genova

Il Giro d’Italia risale l’Italia in tre giorni da Pescara a Genova riabbracciando quel mar Tirreno lasciato a Napoli soltanto sabato scorso.

Si riparte da Pescara, città nuova dai sapori antichi: sia per il glorioso Trofeo Matteotti per corridori professionisti (quest’anno festeggerà la 75ª edizione) sia perché è pescarese l’unico vincitore abruzzese del Giro d’Italia: Danilo Di Luca (2007). L’Abruzzo è terra anche di vini: Marcello Zaccagnini è presidente del Comitato organizzatore del Premio Peppino Prisco; Valentino Sciotti sponsorizza due squadre presenti in questo Giro: l’Israel – Premier Tech con il marchio Vini Fantini e Intermarché – Wanty – Gobert – Matériaux con il marchio Vini Zabù.

MICHELE SCARPONI

La tappa che parte da Pescara e si conclude a Jesi è dedicata a Michele Scarponi, vincitore del Giro d’Italia 2011, il corridore morto in un incidente stradale, proprio nel suo paese, Filottrano, investito all’inizio di un allenamento. Il Giro lo ricorda con un traguardo a premi nel suo paese ma Michele è nel cuore di tutti gli appassionati di ciclismo (e non solo). Suo fratello, Marco, ha dato vita a una fondazione che crea e finanzia progetti finalizzati alla sicurezza in strada e il rispetto delle regole.

Lasciate le colline marchigiane, trasferimento in Emilia Romagna. Anzi: il contrario. Si parte da Sant’Arcangelo di Romagna per arrivare a Reggio Emilia. È la tappa di metà Giro, piatta come un biliardo. RCS, società organizzatrice del Giro, l’ha chiamata Parmigiano Reggiano Food Stage. La food stage avrà una tappa sorella la settimana successiva: la wine stage (16ª tappa da Salò ad Aprica). Il giorno successivo partenza da Parma per scavallare gli Appennini e approdare a Genova. Centonovantasei km da Pescara a Jesi; 203 per risalire la Via Emilia; 204 dalla città del culatello a quella del pesto: per i corridori sono i giorni più lunghi del Giro e potrebbero risultare anche indigesti. Per lo spettatore che segue il Giro – sia scendendo in strada sia oziando davanti alla tivù – ecco i consigli di oscarwine.

L’Abruzzo è terra di vino e non da ieri. Secondo Polibio, Annibale rinvigorì uomini e cavalli con il vino locale e i quadrupedi sarebbero addirittura guariti dalla scabbia (allora non è una mela al giorno che leva il medico di torno). Il poeta Ovidio, abruzzese originario di Sulmona, elogiò diverse volte la bevanda e nella sua Ars Amatoria scrisse “Appresta il vino i cuori e alla passione li fa più pronti: sfumano i pensieri; nel molto vino ogni penar si stempra.” In questa parte d’Italia compresa fra l’Adriatico e i massicci del Gran Sasso d’Italia e della Majella, i vitigni autoctoni sono il rosso Montepulciano, e i bianchi Trebbiano, Cococciola, Pecorino, Passerina e Montonico. Il Montepulciano lo troviamo in versioni giovani e fresche o in vesti austere che possono invecchiare a lungo. I bianchi, invece, sono quasi sempre giovani, freschi e minerali. Da un punto di vista normativo, invece, il Mipaaf ha dato semaforo verde a una proposta avanzata nel 2019 dai produttori del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo per introdurre la menzione Superiore per le DOP “d’Abruzzo” e ridurre da otto a una le IG; si tratta di un piano per rafforzare la comune identità dell’enologia regionale, valorizzando i singoli territori e rendendone più riconoscibile la scala dei valori. I princìpi guida di questo “Modello Abruzzo” saranno: meno denominazioni; identità comune rafforzata, con la dicitura “d’Abruzzo” per tutti ma distinta per territori e micro-territori; introduzione della menzione Superiore per i DOP regionali che potranno fregiarsi in etichetta delle appellazioni provinciali; adeguamento al reale potenziale produttivo regionale.

Veniamo alle Marche, una terra straordinaria dal punto di vista vitivinicolo tutta da scoprire e che forse raccoglie meno di quanto meriterebbe. Le condizioni climatiche, grazie alle correnti provenienti dall’Adriatico che limitano l’umidità, sono ideali per la coltivazione delle uve, mentre i terreni composti soprattutto da calcare e argilla offrono rispettivamente profumi intensi, buona struttura, ricchezza di alcol alle uve bianche e colore intenso e complessità ai rossi. I vitigni principi della zona sono sicuramente il Verdicchio e il Montepulciano ma degna di tutto rispetto è anche la Lacrima di Morro d’Alba. Il Verdicchio lo troviamo declinato in tutti i modi (spumante, fermo, passito) e, in alcuni casi, impreziosito dalla botrytis cinerea, la muffa nobile che in alcune parti del mondo dà vita a prodotti straordinari come il Tokaij ungherese, il Sauternes francese, o il Trockenbeerenauslese, vino prodotto in Austria e Germania. I Verdicchi che hanno la fortuna di incontrare la muffa nobile danno vita a grandi passiti da meditazione, con un corredo aromatico e una dolcezza compensata dalla nota amaricante del vitigno: equilibrio e piacevolezza. Chiudiamo la parentesi marchigiana  con un vitigno a bacca rossa: la lacrima di Morro d’Alba. Inizialmente coltivata nel centro Italia, quest’uva ha rischiato di scomparire a causa di una resa fortemente condizionata dalla sua fragilità e dalle scarse difese contro i parassiti. Bisogna ringraziare i coltivatori della zona di Ancona che hanno salvato questo vitigno e favorito la sua tutela da un punto di vista ampelografico.

Nonostante tanta bellezza, bisogna ricordare che, ancora oggi molte zone colpite dai terremoti degli anni duemila attendono di essere ricostruite. Qui, il tempo sembra essersi fermato, è tutto uguale da oltre dieci anni. In alcune aree dell’Abruzzo e delle Marche la normalità non è tornata. Il terremoto non è una vecchia istantanea ingiallita ma una foto a colori vividi.

Passiamo in Emilia. A breve scriveremo di tre vitigni autoctoni meno noti (Bursona/Longanesi, Spergola e Centesimino), oggi ci concentriamo sul Lambrusco, il vino più antico e iconico della regione, come testimoniano gli scritti di Virgilio, che ne scrisse della vitis labrusca, di Catone nel “De agricultura”, di Varrone nel trattato “De re rustica” e di Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia”. È un vitigno che ha diverse declinazioni agricole, a seconda delle zona di coltivazione, in pianura o collina, e produttive: secco, frizzante e amabile. Leggenda narra che il 2 luglio 1084, a Sorbara (Modena), l’assedio al castello dove Matilde di Canossa era assediata dai seguaci dell’imperatore Enrico IV, fu risolto proprio da questo vino. Matilde di Canossa fece in modo di far arrivare molte botti di Lambrusco all’esercito nemico che, ubriaco, il giorno dopo fu preso alla sprovvista nel sonno e costretto alla resa.

Siamo arrivati a in Liguria ma di Genova la “Superba” e le sue cugine parleremo nella prossima presentazione.