Joe Castellano, amore per il vino a ritmo di musica

Parte questa sera da La Spezia, con il gemellaggio con il Festival Internazionale del Jazz, la XXI edizione del Blues & Wine Soul Festival, l’evento itinerante che unisce la grande musica internazionale con i migliori vini della produzione italiana. Abbiamo incontrato l’ideatore della manifestazione Angelo “Joe” Castellano, musicista, compositore e profondo conoscitore del mondo vitivinicolo, per farci raccontare la sua storia e la genesi di questo affascinante progetto.

Parliamo dei tuoi grandi amori, la musica e il vino. Come ti sei avvicinato a questi mondi?
“La mia vita è sempre stata all’insegna della musica e del gusto per il buon cibo e il buon bere. Sono cresciuto in campagna vicino a Racalmuto, un paese della provincia di Agrigento, dove mio zio aveva dei vigneti e sono entrato in contatto molto presto con questo mondo. In più avevamo come vicino di casa Leonardo Sciascia e diciamo che in qualche modo crescere accanto a uno dei personaggi più incredibili della cultura italiana è stata sicuramente una fonte di ispirazione. Ho iniziato a strimpellare da solo a orecchio sul pianoforte quando avevo cinque anni e il mio primo idolo è stato Carlos Santana, grazie ai dischi che ascoltavo dai miei fratelli più grandi. Trent’anni fa ho creato la mia band e nel tempo ho collaborato con i più grandi artisti del soul e del rhythm and blues. La conclusione naturale del mio percorso è stata quella di unire questi due mondi, con la creazione del Blues & Wine Soul Festival, che ha avuto come padrino Luigi Veronelli. Purtroppo per poco, perché ci ha lasciati troppo presto, ma è stato anche un grandissimo amico che porto tutti i giorni nel cuore. Mi ricordo che quando mi chiamava da Bergamo mentre scriveva i suoi articoli, mi faceva sentire in sottofondo i miei dischi, ascoltava la mia musica. C’era un rapporto molto bello tra persone che avevano tante cose da dirsi, nonostante la grande differenza di età.”

Che rapporto hai oggi con il vino?
“Sono un grande appassionato e studioso, tanto è vero che ogni anno con il Festival organizziamo anche un importante convegno di ampelografia e di studio dei vitigni, al quale partecipano grandi nomi italiani e non. Quest’anno, per esempio, all’evento fatto a gennaio ad Agrigento abbiamo affrontato la questione del Grillo, che non è stato creato come si pensava dal famoso Barone Mendola di Favara, ma è nato da un incrocio spontaneo molti anni prima nel territorio trapanese. C’è uno studio costante della vite, tra aneddoti e storie che io riporto in queste cene speciali, che organizziamo d’inverno nei migliori ristoranti siciliani dove ogni sera presento quattro vini e ne racconto storia, vitigno, territorio. Tutto quello di cui non parlano quasi mai i sommelier, che io definisco come degli otorinolaringoiatri del vino, perchè si limitano troppo spesso a orecchio, naso e gola.”

L’approccio teorico al vino è spesso sottovalutato…
“Nel tempo ho raccolto tantissime informazioni e quando le racconto capita a volte che non le sappiano nemmeno gli stessi enologi o agronomi. Mi piace approcciare lo studio in maniera approfondita e negli anni credo di avere acquisito un’ampia conoscenza storica del vino. Il professor Attilio Scienza mi dice sempre scherzando che di certi argomenti può parlare solo con me. Scambiare opionini con lui è un piacere, perché è un’enciclopedia vivente del vino e ci troviamo in sintonia: parliamo la stessa lingua. Succede anche con Tonino Guzzo, altro grande amico che abita a pochi metri da casa mia a Aragona e al quale mi capita spesso di fare da “cavia” per i suoi nuovi prodotti.”

A proposito di Tonino Guzzo, ti faccio la stessa domanda che ho posto a lui qualche tempo fa: come sta la Sicilia del vino?
“L’evoluzione tecnica del vino siciliano è stata veramente importante. Grazie ad alcuni personaggi come Marco De Bartoli o Diego Planeta, che hanno dato un imprinting totalmente diverso al modo di gestire le cantine, sono stati fatti passi da gigante dal punto di vista tecnico. Secondo me, forse a causa della nostra mentalità un po’ individualista, ci sono ancora delle criticità sul lato della comunicazione. Siamo rimasti parecchio indietro rispetto alle realtà più evolute come ad esempio i consorzi del Veneto, del Piemonte o della Toscana.”

A livello di prodotti cosa vedi di interessante al momento?
“Vedo prodotti eccellenti e tanta voglia di fare e sperimentare. Io ho iniziato dall’edizione del Blues & Wine del 2005 una battaglia per riscoprire i cosiddetti “vitigni reliquia” della Sicilia, quelli che furono cancellati dalla fillossera. Rilanciare quello che era il vero vino siciliano sarebbe anche una eccellente mossa di marketing. Qualcuno ha iniziato a farlo, ma sono ancora casi isolati di piccoli produttori. Abbiamo territori come l’Etna dove si potrebbe lavorare in maniera molto più intensa sul “piede franco”, che secondo me può dare risultati interessanti e di alta qualità. C’è ancora purtroppo una tendenza non solo siciliana a convergere sui vitigni internazionali, che occupano un buon 75% del territorio. Vorrei si lavorasse sempre di più sui vitigni autoctoni. In Sicilia abbiamo realtà favolose che ci invidiano tutti: catarratto, perricone, nocera, oltre alle uve per i vini dolci liquorosi, come le malvasie o il moscato di Alessandria per il Passito di Pantelleria. Per una sorta di globalizzazione del gusto si preferisce impiantare ancora merlot, cabernet, pinot noir o chardonnay. È una tendenza pericolosa, perché così si appiattisce totalmente il gusto e si cancella la territorialità del vino.”

Veniamo al Festival…
“Il Blues & Wine Soul Festival è nato 21 anni fa e si svolge prevalentemente in Sicilia, ad Agrigento soprattutto, ma non solo, con diversi format. Abbiamo i Sound Party, che sono delle grandi feste che organizziamo in cantine, frantoi, ville, castelli e resort di lusso. Ci sono poi le grandi piazze, con i concerti rivolti a un pubblico più vasto ed eterogeneo e le degustazioni organizzate nei ristoranti famosi del luogo, in modo tale da garantire massima diffusione sia della musica che del vino. Si inizia con le bollicine, poi c’è la cena con la degustazione e a fine serata si inizia a suonare. Sono sempre eventi di grandissimo appeal, perché nella stessa sera uniamo posti incantevoli, che già di loro meriterebbero una visita, con le emozioni del vino, del cibo e della musica.”

Come selezioni i vini?
“La qualità per noi è alla base di tutto. Non ci interessa proporre aziende di nome se non hanno prodotti all’altezza e ci piace anzi scoprire nuove realtà che lavorano nel modo giusto. I nostri canoni di selezione si basano soprattutto sul gusto piuttosto che su criteri tecnici: l’importante è che i vini piacciano al pubblico. Per quanto possibile cerchiamo di abbracciare tutto lo stivale, perché è un festival del vino italiano e non di una singola regione. Operando principalmente in Sicilia, è poi ovvio che le aziende locali più importanti ci prestino maggiore attenzione. Per fare alcuni nomi che collaborano con noi da anni, potrei citare Arunda Vivaldi dell’Alto Adige, La Scolca del Piemonte, Bottega che oltre agli spumanti produce delle eccellenti grappe oppure gli ottimi tuscan di Fèlsina. Parliamo di aziende universalmente riconosciute per la qualità dei loro prodotti.” 

Quali sono i ricordi più belli di questi 20 anni di eventi?
“Nel prologo di La Spezia torneremo con la Joe Castellano Band ad aprire per gli Earth Wind and Fire dopo tanti anni. Ho avuto la follia e la fortuna di portarli in giro col Festival per ben tre anni consecutivi, dal 2006 al 2008. Per la prima edizione, portai qui ad Agrigento la Blues Brothers Band. In altre occasioni abbiamo avuto Kool & The Gang, Gipsy King, James Brown. Con Solomon Burke, il Re del Soul, abbiamo girato tutta l’Italia, divertendoci come pazzi. È stato il mio padrino musicale e ci hanno legati un affetto e una stima veramente enormi. Solomon, come me, era una buonissima forchetta dall’alto dei suoi 220 kg, e quando arrivava in Italia diceva al suo manager: “For the techical part, you. For the rest: Joe.” Solo io potevo scegliere il ristorante dove si andava a mangiare tutti insieme e solo io potevo salire sulla limousine con lui. Tutti gli altri, sul pullman del tour.” 

Chi ti ha stupìto di più per la sua conoscenza del vino?
“Sicuramente J.T. Taylor, il leader dei Kool & The Gang. Quando parlavamo o assaggiavamo vini dimostrava di essere realmente interessato, di aver studiato per capirne di più. Oppure Johnny Adams, un altro dei miei maestri, davvero appassionato di vino. Non sono così tanti negli States, soprattutto tra gli afroamericani, ad avere una cultura del vino come la nostra. C’è una conoscenza molto superficiale e spesso limitata ai prodotti locali. Un altro esempio, un artista che purtroppo ci ha lasciato pochi giorni fa, era il mio grande amico batterista Michael Baker. Bravo degustatore, aveva un approccio più intellettuale ed era molto curioso.”

Scegli un vino da degustare e una canzone per accompagnarlo…
“Di canzoni ce ne sarebbero centinaia. Forse direi Since I fell for you di Lenny Welch accompagnata da un vino rosso caldo e avvolgente come il Nocera siciliano, oppure un Perricone che ci starebbe altrettanto bene. Come alternativa, September del mio amico Al McKay (Earth Wind and Fire), che dà una bella idea di effervescenza, con una grande bollicina dell’Alto Adige.”

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