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Monte delle Vigne: alla scoperta dei Colli di Parma

Li Monti de le Vigne”, così Frà Salimbene de Adam descriveva nelle sue “Cronache medievali” le dolci colline di Ozzano Taro, nel cuore della zona DOC dei Colli di Parma, dove oggi sorge l’azienda vinicola guidata dall’imprenditore Paolo Pizzarotti.

LORENZO NUMANTI

Abbiamo parlato con Lorenzo Numanti, AD di Monte delle Vigne, della storia della cantina e di cosa significhi fare vino oggi in un territorio come questo, storicamente votato all’allevamento e alla produzione di eccellenze gastronomiche.

Raccontiamo la storia di Monte delle Vigne.
“Negli anni ’60 Pietro Pizzarotti, padre dell’attuale proprietario, acquistò un podere adiacente all’azienda, che fu dedicato inizialmente all’allevamento dei bovini. Il figlio Paolo trascorse la gioventù nella residenza di famiglia su queste colline, delle quali si innamorò, e nel 2004 decise di coronare il desiderio del padre di dedicarsi alla vinificazione, unendosi ad un piccolo progetto imprenditoriale nato una ventina d’anni prima: così Monte delle Vigne si trasformò in quello che è oggi. La zona vitata viene allargata ogni anno con cinque ettari di nuovi vigneti e nel 2007 è stata realizzata la nuova cantina ipogea, cuore pulsante della tenuta. Barbera, malvasia di Candia e lambrusco sono eccellenze autoctone e base della nostra produzione, ma non mancano altri vitigni come sauvignon e chardonnay.”

Da dove nasce l’idea di una cantina ipogea?
“Il progetto iniziale è stato quello di creare un edificio principale che fosse integrato con il territorio circostante, a basso impatto ambientale. Da qui l’idea della struttura della cantina ipogea, cioè sotterranea: da fuori non ci si rende conto dell’estensione, della superficie di 6000 metri quadrati. Lavorando le uve sottoterra, abbiamo sviluppato un sistema di pigiatura gravitazionale, in cui non intervengono fattori esterni che potrebbero alterare l’integrità e la qualità della materia prima. Impianto fotovoltaico, sistema geotermico e sistema di recupero delle acque piovane confermano che oltre all’estetica guardiamo all’ambiente. Poi c’è l’area di affinamento con 200 barrique, barili, tonneaux, anfore e vasche in terracotta. Chiude il tutto un sistema di imbottigliamento automatizzato all’avanguardia.”

La provincia di Parma non è molto conosciuta per la produzione di vino…
“Questo in realtà è un territorio storicamente vocato alla viticultura, almeno fino ai primi anni del ‘900. Poi la filossera distrusse il 90% dei vigneti e fra le due guerre la produzione di latte, la lavorazione di carne di maiale e l’allevamento bovino divennero una forma di reddito garantito e presero il sopravvento: l’attenzione era puntata qui, i contadini erano distolti dal vino. In tempi più recenti alcuni piccoli imprenditori hanno iniziato a riportare le vigne sui nostri colli.”

Quali sono le particolarità di questo territorio?
“Il nostro territorio si colloca tra il Parco Fluviale del Taro e il Parco Naturale dei Boschi di Carrega, nelle vicinanze della Riserva Naturale di Monte Prinzera. Il fatto di trovarsi tra gli Appennini e la Pianura Padana, insieme alla vicinanza dei boschi, favorisce un microclima unico, con buona umidità e ventilazione. I terreni calcareo/argillosi fanno crescere piante vigorose e conferiscono eleganza ai vini, che nascono da uve coltivate fra i 250 e i 350 metri di altezza.”

La DOC Colli di Parma non è giovanissima, ma risulta ancora poco conosciuta. Come mai? 
“Quando sono nati i primi consorzi in altre regioni, Parma era debole rispetto ad esempio ai toscani e ai piemontesi, che potevano contare su numeri importanti. Probabilmente a noi manca un po’ di coesione, di forza commerciale. Dobbiamo fare sistema e sviluppare la capacità di andare all’estero, di approdare su mercati che le singole aziende non potrebbero approcciare. Uscire dai confini regionali per entrare nei mercati metropolitani come quello milanese o romano, è questo l’obiettivo.”

PAOLO PIZZAROTTI

Il biologico è uno dei vostri punti di forza.
“Biologico purtroppo è una parola usata a sproposito, spesso inflazionata. Per noi è un elemento importante: ci sentiamo custodi del nostro territorio. Il nostro vuole essere un approccio olistico, espressione di un lavoro fatto per sottrazione, meno chimica e più natura per ottenere un prodotto di qualità. Il biologico dovrebbe essere un valore aggiunto ed esaltare i doni della terra.”

Parliamo dei vini, partendo dall’ultima novità di quest’anno, il Cabernet Franc biologico.
“Una premessa: a partire dal 2021, tutta la produzione che uscirà dalla vendemmia sarà al 100% biologica. Il Cabernet Franc, primo vino fermo biologico prodotto nella zona di Parma, è già un successo, attira il consumatore, lo interessa. Nasce da un vitigno internazionale, previsto nel nostro disciplinare ma in realtà noi siamo l’unica azienda a disporne nella DOC. È un elemento di grande innovazione e soddisfazione. Sentori entusiasmanti, note speziate e balsamiche lo rendono particolare.”

Passiamo ai due vini più rappresentativi: prima il Nabucco…
“Il Nabucco è un chiaro omaggio a Giuseppe Verdi. Così come quella fu un’opera in controtendenza per l’epoca, questo vino, nato negli anni ’90, voleva affrancarsi dalla produzione di un territorio dominato da prodotti frizzanti. È stato un momento di rottura e consapevolezza del suo potenziale. Il blend iniziale prevedeva 70% di barbera e 30% di merlot, ma con il tempo ci siamo resi conto delle potenzialità della barbera, che oggi è arrivata al 90%, mentre il merlot rimane come spalla importante, che non snatura la matrice principale. Anche l’uso del legno è cambiato, passando da barriques nuove a tonneaux, legni di secondo e terzo passaggio che non intaccano il varietale del vino.”

…e per finire, il Callas.
“È l’equivalente femminile di Nabucco: eleviamo la Malvasia di Candia a un livello aristocratico. Questo vino nasce cinque anni dopo il Nabucco, con lo stesso desiderio di valorizzare le eccellenze di questo territorio. I terreni calcarei donano mineralità alla bevuta e la surmaturazione nobilita il vino. Oggi abbiamo introdotto una variante sperimentale, l’utilizzo dell’anfora dove un 30% della massa riposa a contatto con le bucce. L’estrazione è straordinaria, le caratteristiche del vino vengono esaltate. È una interpretazione fedele del territorio.”

Concludiamo con qualche numero dell’azienda.
“La produzione si assesta intorno alle 250.000 bottiglie l’anno, con un export di circa il 20%. La valorizzazione delle denominazioni all’estero ha ampliato il mercato extra italiano, dove percepiamo segnali di crescita, nonostante una pandemia che è stata invece devastante in Italia, dove ristorazione ed enoturismo sono stati colpiti pesantemente. La contrazione del mercato Ho.Re.Ca. ha avuto ripercussioni importanti, ma ora iniziamo a guardare al futuro con più ottimismo.”