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Professioni del vino: wine designer

Nasce una nuova rubrica su oscarwine, una serie di racconti sui mestieri del vino sotto forma di interviste ai protagonisti del settore. Iniziamo facendoci raccontare come si diventa wine designer da Simone Verdi, artista originario di Pavia, classe 1988. Lavora come graphic designer e illustratore, mentre da marzo 2019 è Responsabile del punto vendita, eventi e comunicazione per Enoteca Regionale della Lombardia. Sommelier AIS, collabora con la delegazione di Pavia occupandosi dello sviluppo degli eventi e ha curato la grafica per alcune aziende vinicole.

SIMONE VERDI

Come nasce la tua passione per il design?
“Ai tempi delle elementari. Uscivo da scuola e mi chiudevo nello studio di decorazione e ceramica di mia madre: era la possibilità di toccare materiali, matite, colori, sentire odori, respirare il fascino di una bottega. In seguito, ha sicuramente inciso la mia scelta di frequentare il Liceo Artistico a Piacenza, fuori dalla mia “zona di comfort”, dove ho conosciuto persone con “altre teste” e mentalità, amici con i quali ci si vede tutt’ora, che mi hanno aiutato ad aprire la mente.”

Qualcuno ti ha ispirato in particolare?
“Non posso non citare Antonio Romano, professore di Educazione Visiva, il quale ci ha spinto verso mondi in quei tempi per noi molto distanti come il cinema (ricordo il giorno in cui ci fece vedere Metropolis di Lang), la musica – indimenticabile la sua “fissa” per John Cage – e i momenti in cui sviluppavamo progetti e laboratori condotti da lui: ci stimolava su tutti i fronti e noi ci nutrivamo di questa linfa. Si studiava Grafica Pubblicitaria ma ovviamente ci concentravamo maggiormente sullo sviluppo e la progettazione delle idee e si guardava meno alla realizzazione finale, era già una grafica più emotiva e sentita, meno consumistica.”

Un ricordo di quel periodo?
“Lavoravamo in sei (o forse sette) in un Atelier fuori Piacenza. All’inizio dipingevo con le vernici industriali su tela, poi una mostra di Escher mi ha fatto capire che quello che cercavo non era il fascino estetico del colore, ma la potenza primitiva del segno: da li è iniziata, quasi 13 anni fa, la assoluta devozione per la china e la carta e questi due mondi si sono incontrati in quello che sento di essere oggi professionalmente.”

Hai trovato un filone professionale nel mondo del vino. Come mai proprio questo settore?
“È parte di me. Vivo in collina in un posto che amo con tutto me stesso, Monteveneroso (una piccola frazione di Canneto Pavese in Oltrepò), dove i miei nonni e bisnonni avevano le viti, lavoravano la terra. Per andare più nel concreto, in un periodo non semplice della mia vita lavorativa in cui uscivo da uno studio di grafica e progettazione web, decisi di voler frequentare il corso da Sommelier AIS a Pavia per avere un’arma in più a livello professionale e nel frattempo scrissi un progetto per occuparmi della gestione e degli eventi di Enoteca Regionale della Lombardia, dove tutt’ora lavoro. Avevo già parecchie conoscenze e frequentazioni nel mondo del vino con i produttori locali ma da li è stato tutto un crescendo di rapporti, amicizie e collaborazioni.”

Raccontaci la genesi di un’etichetta…
“Come detto prima, la mia è una grafica vecchia scuola, mi piace prima parlare e capire la realtà e le persone che ci sono dietro a un’azienda, conoscere la loro visione. Faccio mie queste informazioni, cercando di tradurre creativamente questi pensieri. A livello pratico la prima fase è di “bozzetti” a mano, schizzi, disegni, appunti che prendo su una Moleskine in formato A3. Con questi bozzetti si valuta insieme al committente quali strade percorrere e dal manuale (legame con il disegno a mano nell’arte) si passa alla fase digitale sul computer (la grafica). Si sviluppano le bozze in digitale, si parla nuovamente, andando a scremare le varie opzioni per rimanere con “il definitivo”. Questo viene adattato in varie dimensioni, vengono fatte le prove colore, adattabilità, leggibilità e dei test di stampa per capire il risultato. Anche da questo punto di vista mi trovo bene a collaborare con quelle persone che ti danno quel qualcosa di diverso, permettendo di controllare e modificare in tempo reale la composizione delle prove colore, stare tra le macchine di stampa, scegliere la carta o decidere insieme dove mettere le nobilitazioni. Il cliente, se vuole, può vivere questo momento assieme a noi. Credo sia molto bello poter toccare con mano la professionalità di chi fa questo lavoro, ognuno con le proprie attitudini: è importante riuscire a creare anche un legame emotivo che deve andare oltre al prodotto. Una volta terminato si va in stampa e il gioco è fatto.”

Quali sono i tempi di “gestazione”?
“Difficile rispondere a questa domanda perché potrebbe essere un lavoro per una sola etichetta, oppure una o più linee. Dovendo fare una stima su tutta la fase, dalla bozza a mano alla stampa sulla bottiglia, direi circa 2/3 mesi con tempi molto serrati, con idee chiare, con tutto che fila liscio.”

Sui vini che traduci in immagini, conta anche la degustazione?
“Bella domanda. Penso ci sia una parte di questo nel profondo, chiaramente irrazionale. Per me, dal momento in cui scatta un legame con una persona, diventa più importante il suo mondo che io devo essere in grado di trasformare materialmente, tenendo in considerazione il rispetto del suo ambiente fatto di storia, tradizione e visioni ma portandolo a fidarsi della mia professione creativa. È fondamentale la fiducia reciproca.”

Quando entri in enoteca, quanto conta l’occhio?
“L’estetica nel prodotto è importante. La bottiglia è il vestito con cui decido di farmi vedere in pubblico, vale la stessa cosa per un logo e un’immagine coordinata fatta a dovere. Scegliere una bella carta mi permette di avere risultati migliori in stampa ma crea anche un contatto materico nel momento in cui prendo in mano una bottiglia, si genera interazione. Questo può avere un valore differente in alcuni casi, come per esempio tante bottiglie a Bordeaux o in Borgogna ma anche molte grandi etichette in Italia: dialogano attraverso l’etichetta ma prima ancora grazie alla loro storia. In quel caso, ne parlo da utente, non si perde tempo a pensare: nasce un sentimento di rispetto nei confronti della storicità di quella bottiglia. Ci sono moltissimi casi di etichette, magari con piccolissimi ritocchi, che sono le stesse da 50, 70 o 100 anni.”

Quanto e come è cambiato il tuo lavoro dall’inizio della pandemia?
“A livello operativo praticamente nessun cambiamento, l’attività al computer ti permette di lavorare in remoto anche da una baita a 4000 metri di altitudine. Con le videochiamate possiamo mantenere il dialogo vivo ma sicuramente incontrarsi, degustare, confrontarsi dal vivo è tutta un’altra storia.”

Un consiglio ai ragazzi che vogliono avvicinarsi a questa professione.
“Lasciate la mente aperte e raccogliete tutti gli stimoli, siate il più possibile curiosi. Nel frattempo capite in cosa potete esprimere tutta la vostra passione senza che nessuno vi influenzi e, se possibile, cercate di specializzarvi in un qualcosa che trasmetta la vostra unicità. Create un vostro percorso per interagire con le persone tramite un confronto critico e paziente.”