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Da Miami a Verona, l’insolito viaggio di Jako Wine

Partenza da Miami e arrivo a Sommacampagna, passando per l’Oltrepò Pavese e la Valpolicella, con uno scalo nell’Alto Lazio: è questo il viaggio che segna la storia di Jako Wine, giovane realtà con base operativa in provincia di Verona, vigneti sparsi per l’Italia e connessioni con tutto il mondo. Abbiamo incontrato Luca Berti, titolare dell’azienda e ideatore del progetto insieme a Severino Barzan (ex patron della Bottega del Vino di Verona e New York e brand ambassador di Jako), per farci raccontare questo insolito percorso.

LUCA BERTI

Luca, partiamo dalle origini…
“Io vengo dal mondo dei trasporti e della logistica. All’inizio degli anni duemila avevo una società a Miami che importava vini italiani e spesso capitava che ci chiedessero come mai non avessimo pensato a un vino con il nostro marchio. Non avevo grande interesse nel comprare uve o vini ed etichettarli con il nostro nome ma mi affascinava la produzione. Sono sempre stato dell’idea che per fare un buon vino servano un buon gruppo di persone e dei buoni terreni, mentre per fare un vino eccellente servano persone e terreni dello stesso livello. Abbiamo cercato di mettere insieme le due cose: aree che potessero produrre vini di qualità con una squadra di professionisti in grado di ottenere il miglior risultato possibile. Da qui è nato il progetto Jako.”

Dal progetto al risultato finale come ci siete arrivati?
“Una volta costruito il team, sotto la guida dell’enologo Lorenzo Dionisi e con la consulenza dell’agronomo Leonardo Valenti dell’Università di Milano (collaboratore di Attilio Scienza – ndr), si doveva scegliere da quale vino iniziare. Venendo dal mondo del Prosecco e dello spritz, volevamo distinguerci e fare una bollicina che fosse più di spessore, quindi la scelta inevitabile è stata quella del metodo classico. La migliore uva per fare il metodo classico era il pinot nero e la migliore terra per il pinot nero era l’Oltrepò Pavese, territorio sottovalutato e oggetto di mille polemiche ma dalle grandi potenzialità. Trovata un’azienda disposta ad affittarci dei terreni, nel 2013 siamo usciti con le prime bottiglie di brut, seguite dal rosé e dalla Riserva. Il progetto si è poi spostato verso la zona di Verona, dove abbiamo iniziato a produrre pinot grigio, corvina e merlot, e successivamente in Valpolicella.”

LORENZO DIONISI

Come mai la scelta di non avere una cantina di proprietà?
“La decisione di non acquistare una cantina è stata dettata da una serie di variabili, non ultima quella del cambiamento climatico. Oggi è molto più rischioso legarsi a un territorio, perché molte zone, anche storiche come la Valpolicella, stanno soffrendo gli effetti del surriscaldamento. Potersi muovere liberamente ci è sembrata la soluzione ideale. Allo stesso tempo, ci siamo accorti della criticità di non avere una base fissa, soprattutto per l’ospitalità dei clienti italiani e stranieri per l’assaggio dei nostri vini. La cantina di Massimo Ronca con cui stavamo già collaborando qui a Sommacampagna stava cercando un appoggio commerciale e operativo, perciò ci siamo uniti e abbiamo deciso di ristrutturare, anzi meglio “Jakizzare”, questa realtà per avere un headquarter all’altezza dell’immagine che volevamo trasmettere.”

Parliamo del marchio e della filosofia Jako Wine.
“Sembrerà strano, ma gli aspetti meno studiati sono curiosamente proprio il nome e il logo, nati per accompagnare la prima produzione “test” del nostro metodo classico: Jako non è altro che la contrazione del nome di mio figlio Jacopo, mentre il flamingo è uno dei simboli iconici di Miami, dove tutto è nato. La nostra filosofia è lineare; se un vino è buono deve avere una bella bottiglia, un buon packaging e deve essere comunicato nel modo giusto. I must aziendali da sempre sono tre: qualità, esclusività (ad esempio non vendiamo online con nessun player e non lavoriamo con la GDO) e bevibilità: un vino è di successo quando lo apri e finisci la bottiglia, magari non da solo ma in compagnia, perché vale sempre il principio del bere responsabilmente.”

Spesso però il “bello” è visto come una maschera per un contenuto che non c’è.
“È vero che a volte passa il concetto di “bello e vuoto”. La bellezza estetica è sdoganata ad esempio nel fashion ma nel settore agroalimentare è diverso: è un retaggio del passato. Quando mi è stato proposto il primo concept pubblicitario per Jako e ho dovuto scegliere tra le mani rugose e sporche di terra del contadino e una bella ragazza in riva al mare con una bottiglia di vino, non ho avuto dubbi nel selezionare la seconda. Ovviamente i nostri follower sanno che dietro a questa immagine c’è comunque un prodotto di alta qualità. Il nostro obiettivo è quello di unire il bello al buono e da questo punto di vista abbiamo riscontri eccellenti, con premi sia in Italia che all’estero.”

Il vostro target è diverso rispetto a quello del classico consumatore di vino?
“Credo che in generale il profilo dell’appassionato di vini stia cambiando. La nostra idea è quella di riuscire a creare una comunità di persone che ci seguano perché apprezzano il progetto che stiamo portando avanti; quindi bere Jako e sentirsi parte del nostro mondo è ritrovarsi anche nella comunicazione, negli eventi, nel merchandising. Volevamo uscire da quello che è il vecchio status quo del mondo del vino. Capita a tutti di acquistare un vino affascinati da una bella etichetta e restare delusi dal contenuto. Non è quello che vogliamo. Vorremmo proporre vini di qualità che allo stesso tempo non obblighino il consumatore a essere un esperto del settore per poterli apprezzare. Il prodotto giusto al momento giusto insomma.”

CERADINI, BARZAN E BERTI

Raccontami un vino di Jako, quello che vi rappresenta di più.
“Ovviamente sono legato a tutti i vini che produciamo, ma se dovessi scegliere direi il Siresol. Volevamo creare un rosso che avesse un grande impatto: lo definisco “spremuta di Valpolicella”. Il vino prende il nome da una frazione sopra Negrar dove i vigneti sono circondati da piante di ciliegie (in veneto appunto “sirèse” – ndr) ed è proprio la ciliegia il primo sapore che senti in bocca quando lo assaggi. Abbiamo cercato un modo per rendere più bevibile l’amarone, che rimane un grande vino ma è molto impegnativo, quindi oltre a corvina, rondinella, oseleta e croatina, abbiamo aggiunto il cabernet. Nonostante siamo nati con le bollicine, ad oggi Siresol è il nostro vino più conosciuto, oltre che il più premiato.”

Un vino non tuo a cui sei particolarmente legato.
“In Valpolicella il nostro vicino di casa è Quintarelli e io sono sempre stato innamorato del suo Alzero, un cabernet in appassimento trattato come un amarone che mi ha sempre dato immenso piacere degustare. Devo ammettere che quando abbiamo pensato al Siresol, l’Alzero è stata la nostra fonte di ispirazione.”

Diamo un po’ di numeri…
“Attualmente stiamo lavorando su circa 25 ettari suddivisi tra le varie zone per una produzione che si attesta intorno alle 40mila bottiglie, di cui un 50% destinato al mercato estero, soprattutto Stati Uniti, Danimarca e UK. Le nostre referenze sono Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese metodo classico (nelle versioni brut, rosé e Tributo, più la Riserva), un Pas Dosé (blend di chardonnay e garganega), il Campocasa che è un rossetto 100% della zona di Montefiascone, un Pinot Grigio, due rossi (il Siresol e Ruber, un blend di corvina e merlot) e un Prosecco DOCG. Purtroppo nel momento di massimo lancio del nostro brand è subentrato lo stop per la pandemia che ha decisamente rallentato le cose. Per dare un’idea, le prime manifestazioni a cui abbiamo partecipato in modo significativo (Vinitaly, Merano) sono state quelle dell’ultimo anno. L’obiettivo è di crescere ma non a livello industriale: il target a regime potrebbe essere di 100mila bottiglie.”

Dove sarà Jako Wine tra qualche anno?
“Non è una domanda semplice. Stiamo andando verso un mercato fatto di tanti vini buoni con prezzi anche accessibili. Vorrei che Jako mantenesse il suo modo unico di comunicare: in tutti i nostri eventi ci sarà sempre uno spazio per raccontare il vino, perché per avere dei follower che si innamorino dei tuoi prodotti, devono sapere come li fai e cosa c’è dietro. Mi piacerebbe anche ampliare la gamma con nuovi vini, visto che in Italia ci sono ancora tantissimi vigneti autoctoni poco valorizzati. L’obiettivo è che nel tempo il nostro marchio sia sempre più riconosciuto ed apprezzato. Se oggi vedi uno scudo su un’etichetta, è Dom Perignon. Perché non sognare che un domani un flamingo sia subito associato a Jako?”