Il vino tra sprechi, OCM e dazi
Abbiamo incontrato l’onorevole Maria Chiara Gadda, vicepresidente dei deputati di Italia Viva-Il Centro-Renew Europe. Classe 1980, varesina, laureata in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, è a Montecitorio dal 2013. Vicepresidente della XIII Commissione Agricoltura della Camera, è stata proponente e relatrice della Legge n. 166/2016 e delle successive integrazioni, meglio nota come “legge antispreco”.
Onorevole, iniziamo da uno dei suoi cavalli di battaglia, la lotta allo spreco alimentare.
“Lo spreco è un problema economico, ambientale e sociale. La legge 166 ha provato a trovare una soluzione togliendo inutile burocrazia e agevolando fiscalmente le donazioni. In dieci anni centinaia di tonnellate di alimenti ancora buoni e utili al consumo hanno trovato nuovo valore grazie alla rete non profit della solidarietà e alla responsabilità sociale di molte imprese di tutta la filiera, dal campo alla tavola. Non tutti sanno che la legge è valida anche per i beni non alimentari. Confondere data di scadenza con il TMC (termine minimo di conservazione) e conservare male gli alimenti, è ancora motivo di spreco domestico. Le eccedenze aziendali si generano per diverse ragioni: carenza di domanda, effetto moda, stagionalità, lievi difetti. A questi si aggiungono stili di vita e demografia: i single in genere spendono e sprecano di più. La donazione è un modo intelligente per allungare il ciclo di vita di un prodotto, rispondendo ai bisogni quotidiani di molte persone in difficoltà. Una logica win-win, insomma, che nel medio-lungo termine aiuta anche sul fronte della prevenzione e dell’educazione. Donare in modo strutturale significa monitorare i processi, migliorare la soddisfazione dei propri dipendenti e la reputazione aziendale.”

A proposito di sprechi…I dazi americani, uniti al fenomeno dell’italian sounding, potrebbero creare problemi a chi esporta oltreoceano col rischio che molti prodotti deteriorino o scadano. Anche questo è spreco ma come combatterlo nel Paese dove tutto si ricompra e non si aggiusta?
“Perdita di potere d’acquisto e scarsa educazione al consumo fanno crescere l’italian sounding e la sostituzione del Made in Italy con prodotti esteri a basso costo della stessa categoria. Sono due leve su cui lavorare, per spingere su export e consumi interni. Le imprese italiane ed europee sono state per mesi sulle montagne russe. Forniture a singhiozzo in attesa di comprendere l’entità definitiva dei dazi e poi la stangata che è effettivamente arrivata. I dazi sono un guaio perché crescono lungo la catena del valore; le nostre imprese stanno assorbendo i costi senza alzare i prezzi al consumatore per non perdere quote di mercato ma non potranno farlo a lungo. Dobbiamo indirizzare il commercio estero verso nuovi mercati e accelerare su trattati di libero scambio – penso a Mercosur e India – ma equi e basati sul principio di reciprocità. Il mercato USA non è comunque sostituibile.”
Rimaniamo sui dazi ma spostiamoci sul vino. C’è il rischio che molte cantine non riescano più a esportare o per le mancate vendite siano costretti, nel giro di alcuni anni, a licenziare. Come affrontare il problema?
“Le cantine si stanno facendo carico dei maggiori costi per non perdere quote di mercato. Il settore vino rappresenta circa il 24% dell’export con una esposizione record negli Stati Uniti. Il Governo aveva promesso 25 miliardi alle imprese colpite dai dazi ma in bilancio ci sono solo 100 milioni per tutta l’internazionalizzazione. Il comparto vinicolo sta affrontando una tempesta perfetta tra dazi, tagli alla PAC, effetti dei cambiamenti climatici. Sono in atto anche modifiche strutturali della domanda globale: nel mercato italiano entra vino straniero di qualità inferiore a uso cocktail. Ci vogliono incentivi agli investimenti per affrontare il cambio dei gusti, offrendo magari prodotti con minore grado alcolico e coerenti campagne di informazione sul bere consapevole. Non certo etichette fuorvianti come quelle a semaforo o la proposta irlandese che per fortuna ha fatto marcia indietro.”

MARIA CHIARA GADDA
La questione americana chiama il tema degli OCM. I contributi a fondo perduto per le spese relative alla promozione del vino all’estero funzionano o cambierebbe qualcosa?
“Uno strumento utile, da semplificare e rendere più flessibile a mutamenti di mercato e strategie, a cui molte PMI fanno fatica ad accedere. Non dimentichiamo che nei contributi per la promozione forniti dall’OCM vino, un ulteriore 50% è a carico delle aziende che sanno bene come usarli, viste le penalità per il mancato utilizzo. L’OCM è una misura importante ma non può essere la risposta risolutiva a una situazione straordinaria come questa: al settore serve visione e programmazione strutturale.”
Tempo fa, lei dichiarò che il settore vitivinicolo ha bisogno di “una Europa più solida e coesa nelle politiche comunitarie, nella politica estera e negli scambi commerciali”. La UE non ha dimostrato grande sensibilità al tema, basti pensare al nutriscore, alla questione degli health warning irlandesi e alla notizia, minore ma pur sempre un fatto, che nel market del parlamento si vendano prodotti che giocano sull’italian sounding.
“L’Europa unita è l’unica alternativa possibile per il vecchio continente ma bisogna scegliere cosa fare da grandi, altrimenti verremo spazzati via da Paesi che hanno fame di crescere e i numeri per farlo. Non bisogna lasciare spazio a iniziative unilaterali che frammentano il mercato unico.”
Si vocifera che rinomate cantine europee abbiano iniziato a coltivare uva in Paesi con condizioni climatiche favorevoli. Cosa state facendo per il cambiamento climatico?
“In dieci anni, il Regno Unito ha quintuplicato gli ettari vitati. I cambiamenti climatici ci sono, i produttori sono i primi a vederli. Il piano di adattamento a questa situazione deve essere basato su investimenti in tecnologia e innovazione, infrastrutture e formazione. Le tecniche NGT, pur essendo ancora in fase di sperimentazione ed esplorazione a livello di risultati organolettici, potrebbero essere di aiuto. Con populismi e negazionismi non si va da nessuna parte. Piani esistenti che funzionavano, come l’agricoltura di precisione, sono rimasti al palo e spero che in legge di bilancio il Governo trovi una soluzione. L’agricoltura non si può delocalizzare, a meno di fare prodotti totalmente differenti; quindi, bisogna anche rafforzare gli strumenti pubblici e privati di protezione attiva e passiva.”

Ci potrebbe dire qualcosa sui suoi progetti futuri con la Commissione Agricoltura?
“Vedo tre priorità. La razionalizzazione fondiaria, la modernizzazione degli strumenti finanziari e le garanzie pubbliche agli investimenti. Bisognerebbe poi avere il coraggio di ragionare e guidare la riconversione produttiva in alcuni territori, delineando una vera strategia nazionale sulle filiere. Si parla spesso di ricambio generazionale in agricoltura ma in Italia è sempre più difficile fare impresa e l’accesso alla terra è costoso. Per gli under 40 ci sono incentivi ad hoc ma credo che vada agevolata la nuova imprenditoria anche oltre questi limiti di età, accompagnando la conduzione intergenerazionale in entrata e in uscita dal fondo.”
Qual è il suo rapporto col vino?
“C’è il vino giusto per ogni momento. Bollicine per gli aperitivi, un buon rosso con la carne ma anche con il pesce. I territori hanno una enorme biodiversità che va provata. Insomma, sono per un consumo consapevole senza rinunciare al piacere della convivialità.”
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3 della freepress oscarwine. Le versioni online del magazine sono disponibili a questo link.
