La nuova Sicilia del vino: l’opinione di Tonino Guzzo

Il nostro racconto sulle realtà vitivinicole siciliane si arricchisce di un nuovo capitolo: abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Tonino Guzzo, enologo aragonese tra i più conosciuti ed apprezzati nel panorama nazionale, per capire insieme a lui verso quale futuro si sta muovendo la produzione vinicola dell’isola.

Di cosa ti stai occupando adesso?
“Siamo ancora nella fase di preparazione dei vini che dovranno andare in bottiglia e fino a luglio il lavoro sarà questo, con la speranza che si venda più dell’anno scorso, che ci sia una crescita, perché le aziende che sto seguendo attualmente, undici in Sicilia e una in Calabria, sono tutte in espansione. Il mercato sta andando bene, c’è un po’ di paura per l’inflazione, con la politica delle banche e l’aumento dei tassi ci potrebbe essere una contrazione. La speranza è che la gente, visto che andiamo incontro all’estate, si faccia prendere dall’euforia del momento e le vendite ne risentano in modo positivo. Per Natale si vedrà.”

Come si sta lavorando oggi in Sicilia, soprattutto nelle realtà medio-piccole?
“Un aspetto importante che ormai si è capito è che non bisogna fare vini per dimostrare per forza qualcosa, quindi andare alla ricerca della potenza, di prodotti esagerati. Meglio lavorare sull’equilibrio, su eleganza e longevità. Questo dovrebbero farlo tutti, grandi e piccoli, e vedo che più o meno è ciò che sta succedendo. Si sta andando verso vini “da bere” e chi fa forzature alla lunga ne pagherà le conseguenze. In questi anni i piccoli produttori hanno puntato sui vitigni autoctoni come Grillo e Catarratto, lavorando senza preconcetti, mentre le realtà più grandi non hanno ancora dato giusto rilievo a queste varietà, ritenendole non idonee a fare grandi vini. In questo senso credo di aver contribuito a sfatare tanti luoghi comuni. Ora si inizia a riparlare anche di blend, con i quali si possono fare ottimi prodotti, con gli autoctoni insieme agli internazionali. Potrebbe esserci un ritorno a questo modo di intendere il vino, rivisto in chiave moderna.”

Questa tendenza la vedi anche sui vini rossi?
“Bisognerebbe per esempio ritornare a mettere insieme Nero d’Avola e Perricone, che sono vitigni simbiotici che hanno fatto la storia della Sicilia occidentale e della Val di Mazara, dove si concentrava quasi il 90% della viticoltura siciliana. Fino a metà degli anni ’90 il nostro vino rosso era fatto così e nasceva già in campagna in questo modo. Molti poi hanno preferito il Nero d’Avola in purezza, grazie al suo carattere più internazionale. In un periodo non troppo lontano si tornerà a blendare queste due varietà, riprendendo la tradizione di vini come il Rosso del Conte di Tasca d’Almerita. La cosa importante è dichiarare il blend e non bluffare.”

Come ci si adegua al cambiamento climatico?
“Stavo facevo questa riflessione giorni fa con alcuni giornalisti. In Sicilia il cambiamento climatico non l’abbiamo realmente percepito, perché qui da noi abbiamo avuto fasi cicliche. Ad esempio dalla fine degli anni ’80 fino a metà dei ’90 ci sono state siccità e alte temperature, che si sono smorzate per qualche anno per poi ripartire verso il 2003, annata caldissima, probabilmente anche più del 2022 nel quale qualche pioggia è arrivata. Penso che in generale questa cosa si stia vivendo più nel nord Italia. Qui siamo già pronti a intervenire su questa problematica, perché la cultura dell’irrigazione è diffusa e con l’acqua si riescono a gestire le situazioni di emergenza. Negli ultimi due anni abbiamo prodotto vini di una freschezza che non ti aspetti, quasi disarmante, tanto da non sembrare vini siciliani.”

Il lavoro in campagna in questo caso diventa fondamentale.
“Questo risultato è frutto delle tecniche che conoscevamo e abbiamo maturato nel tempo, come l’aridocultura. Siamo abituati a risparmiare anche la singola goccia d’acqua, a gestire la lavorazione dei terreni, l’irrigazione di precisione a goccia e quella interrata. Se hai delle vigne che hanno una bella vigoria, con un apparato radicale e fogliare importante, e puoi dare un po’ di acqua, riesci a resistere alle alte temperature senza problemi. Anche quando ci sono 45° al sole, se vai a toccare i grappoli che stanno sotto le foglie in una pianta che non ha stress idrico, senti l’uva fresca. Bisogna considerare la fisiologia della pianta più che la temperatura esterna, che può portare fuori strada. Il vigneto va visto come un sistema di radice, pianta, fusto, foglie e frutto in equilibrio e capacità della pianta di di superare questi momenti di criticità. Se una pianta è debole, a cascata ne risente tutto il sistema e anche il prodotto finale. Questa cultura nella gestione del caldo e dei terreni in ambienti siccitosi nel nord Italia ancora non c’è e bisogna maturarla se si vuole tornare a fare i vini che si facevano 20 anni fa.”

Uno dei temi più attuali è l’attenzione verso il biologico. Com’è la situazione in Sicilia?
“Le aziende che hanno grandi estensioni, spesso tutte accorpate, quindi con una coltura intensiva molto vasta, hanno timore a spingersi verso il biologico. Stanno spostando il discorso sulla sostenibilità, che è una questione più generale, più ampia. Un conto è gestire 10 ettari di vigneti, un altro è gestirne 200: cambia tutta l’organizzazione. Che io sappia, nessuno dei grandi produttori siciliani è in regime biologico puro. Vedo invece i piccoli molto più coraggiosi, perché hanno coscienza e una migliore gestione delle vigne: si avventurano di più, prendendosi anche dei rischi, perché se va male l’annata e vivono di quello, si giocano tutto. Sicuramente gli incentivi aiutano: in diverse aziende, i fondi comunitari hanno dato lo stimolo decisivo alla conversione al biologico puro. Io spingo per fare biologico in tutte le realtà con cui collaboro. Anche perché se non lo facciamo in Sicilia, dove vogliamo farlo?”

Altro argomento caldo è quello della spumantizzazione.
“Assolutamente sì. Tutti ormai hanno almeno uno spumante a listino. C’è ancora parecchia confusione sul capire che cosa fare, se lavorare col metodo classico o con il metodo italiano. Molti associano il metodo classico a un sistema qualitativo superiore, ma non è così. Bisogna guardare cosa vuole il mercato e anche come poter fare esprimere al meglio il potenziale viticolo dell’azienda. Si può lavorare con entrambi i metodi, basta avere vitigni e soprattutto terreni idonei per poterlo fare. Anche in questo caso l’acqua diventa determinante.”

Sembra che il grosso limite dello spumante siciliano sia uscire dall’ambito regionale, soprattutto per i vitigni autoctoni.
“È vero che al momento il consumo è quasi tutto interno. In più in Sicilia c’è un altro fenomeno, tutto locale, che è quello del frizzante: se ne produce tanto e si beve solo qui. Le condizioni ambientali e il tipo di cucina favoriscono il consumo di questi vini. Piano piano lo spumante sta iniziando a prendere piede anche all’estero, gli importatori cominciano a chiederlo. Con alcune aziende stiamo lavorando da anni sul Catarratto spumantizzato in autoclave e devo dire che spesso fa le scarpe a molti metodo classico anche di una certa rilevanza. Consideriamo che qui siamo in montagna, abbiamo altitudini che vanno da 600 a 900 metri, per cui si riescono ad avere basi spumante che hanno una personalità e una forza naturale che il consumatore percepisce.”

Come vedi le nuove generazioni di enologi siciliani?
“Quarant’anni fa ero l’unico ad essere andato via dalla Sicilia per studiare, mentre ora è diventato un fatto normale. Poter andare fuori, confrontarsi, scambiare è un grosso vantaggio e vedo tanti giovani molto attenti, curiosi, con idee giuste. Con me collaborano diversi ragazzi che mi danno anche input interessanti, come ad esempio Michele Scavone a Gorghi Tondi, oppure Rosario Livolsi a Maggio Vini. Poi c’è Giuditta Raccuglia che lavora già da quattro anni alla cooperativa CVA di Canicattì: dopo le difficoltà iniziali è stata determinata, ha preso in mano l’azienda e la sta portando avanti con grande caparbietà. L’ultimo in ordine di tempo, che viene da Aragona come me e ora sta lavorando a Casa Grazia è Alfonso Sciortino. Sono tutti ragazzi affidabili e appassionati, degustano molto e si confrontano molto, quindi penso che il futuro sia in buone mani.”

Il mondo del vino non è tutto rose e fiori ovviamente. Qualche aspetto negativo da sottolineare?
“Una cosa che mi dà da pensare è che non vedo aziende disposte a investire sulle persone. Questo è grave. I giovani devono spesso arrangiarsi: viaggi studio, acquisti di bottiglie particolari o partecipazione a fiere e eventi sono tutti a spese loro. Ricordo che io ero spesato in tutto e avevo la sollecitazione continua a girare, andare a visitare zone vinicole in tutto il mondo e comprare, assaggiare vini più importanti. Forse sono stato fortunato, forse ispiravo fiducia, ma sicuramente c’erano persone come Ignazio Miceli e il Conte Tasca che hanno creduto in me e hanno fatto investimenti importanti per farmi crescere, dandomi anche obiettivi ambiziosi da raggiungere. Senza di quelli, non ci si mette in gioco e si rimane sempre un po’ fermi.”

Sei ottimista per il futuro dei vini siciliani?
“Fino a poco tempo fa in Sicilia mancava consapevolezza. C’è stato il momento di gloria del Nero d’Avola che poi abbiamo “bruciato”, sul Catarratto c’è ancora qualcuno contrario, sul Grillo molti si sono ricreduti. Sono grandissimi vini, tant’è che uscire con il primo premio in molti concorsi è diventata quasi un’abitudine. Vuol dire che il potenziale c’è. Bisogna solo prenderne coscienza.”

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