Silvana e Cora, due donne per Le Due Terre

Prepotto è la terra natìa dello Schioppettino, un antico vitigno locale a bacca nera, la cui nobile origine medievale è ben certificata da un carteggio del 1282 che ne attestava l’assidua presenza sulle tavole dell’aristocrazia udinese. Il nome deriva dal termine friulano ‘schiopp’ per la singolare gracilità della buccia dell’acino che lo fa letteralmente esplodere in bocca.

Dopo la fillossera questa varietà cadde nel dimenticatoio e, in quanto soggetta a un virus che rende sterili i tralci, nel 1970 venne addirittura eliminata dal disciplinare dei Colli Orientali del Friuli, per poi essere riammessa qualche anno dopo e gradualmente recuperata dai viticoltori.

In questo piccolo borgo di confine a metà strada tra Cividale del Friuli e Cormons, Silvana Forte e Flavio Basilicata hanno realizzato il loro sogno contadino acquistando nel 1984 una magnifica collinetta di 5 ettari, ricoperta da un grande prato a fieno, da un boschetto e da un vecchio vigneto in disuso. L’affiatata coppia può così mettere a frutto le competenze settoriali di Flavio, consulente enologico di varie tenute della zona, e le capacità comunicative che Silvana ha affinato durante le sue prime esperienze lavorative nel mondo dei vicini mobilifici. La figlia Cora oggi affianca i genitori con versatilità in tutto il ciclo produttivo dell’azienda.

La differenza stilistica della neonata cantina Le Due Terre con i colleghi del vicinato è fin da subito evidente: la loro visione naturalistica e l’approccio poco interventista li indirizza, in totale controtendenza con il dilagante vezzo dell’epoca di privilegiare la coltivazione di varietà internazionali a bacca bianca e di utilizzare massicciamente moderne tecnologie sia in vigna che in cantina, alla coltivazione di vitigni autoctoni con addirittura quota maggioritaria di quelli rossi. L’unico strappo alla regola è rappresentato da un piccolo impianto di Pinot Noir, omaggio alla loro regione vitivinicola del cuore, la Borgogna.

Proprio l’assaggio di numerosi vini provenienti da quel territorio stimola nei due la voglia di sperimentare, producendo Pinot Nero con cloni francesi. La scelta di produrre uve e vini senza l’impiego di prodotti di sintesi, nasce dal loro profondo rispetto verso la natura e dall’esperienza di Flavio nell’azienda del nonno, dove solo zolfo e rame venivano impiegati per la difesa dalle malattie funginee della vite. Le lunghe macerazioni e gli invecchiamenti in legno in un primo tempo creano attriti con il Consorzio Colli Orientali Friuli-Venezia Giulia, che esigeva il confezionamento di vini più standardizzati, tant’è vero che per alcuni anni le etichette riportano solo la dizione ‘vino da tavola’.

Dopo un’ostinata battaglia che stimola l’emergente scuola di pensiero ostile all’utilizzo di fertilizzanti chimici e di altre pratiche invasive, le istanze dei produttori biologici vengono riconosciute e i vini de Le Due Terre possono oggi fregiarsi del marchio di tutela giuridica della denominazione. Fedele custode di tali valori, l’azienda ha voluto inoltre preservare la dimensione artigianale degli inizi e continua a produrre ogni anno poco più di 15.000 bottiglie, ripartite in quattro etichette che si connotano per la formidabile purezza espressiva.

Il Colli Orientali del Friuli Sacrisassi Bianco, combinazione di Tocai Friulano e Ribolla Gialla, si caratterizza per l’intensità del bouquet, dove i profumi di fiori gialli frutta si mescolano a nuances di pera matura e frutta da guscio, oltre che per la ricchezza del sorso, avvolgente e opulento ma al contempo sapido e balsamico. Da un consolidato blend di Schioppettino e Refosco, il Sacrisassi Rosso colpisce per l’elegante speziatura che vivacizza e impreziosisce il polposo e persistente cestino di frutta rossa.

Il Merlot è presente in questo territorio da tempo immemore e pertanto viene ormai considerato un vitigno autoctono, anche in virtù di quel sapore più asciutto e amarognolo rispetto all’omologo bordolese: la loro versione (sempre sotto la denominazione Colli Orientali del Friuli) brilla per l’impeccabile equilibrio che armonizza sentori di cuoio e di frutti di bosco con le tipiche note varietali di tabacco e di erbe spontanee. La batteria si chiude in bellezza con il lunghissimo e vellutato Colli Orientali del Friuli Pinot Nero, un vino prodotto solo nelle migliori annate che ammalia per i raffinati aromi di piccole bacche scure, melograno e cioccolato fondente.

La recente Giornata internazionale della donna ci ha offerto un ghiotto spunto per sederci intorno a un tavolo con Cora e mamma Silvana e ripercorrere le tappe salienti del virtuoso percorso della loro piccola realtà, ragionando anche sul ruolo della donna nel mondo del vino e sulle molteplici sfide che si prospettano all’orizzonte.

SILVANA FORTE

Silvana, raccontaci come è nata la tenuta e l’origine del nome.
“La nostra azienda è una piccola realtà familiare che corona il sogno giovanile mio e di mio marito Flavio di una vita in armonia con la natura e con i valori del territorio. Quarant’anni fa, con imprudenza ma con una sconfinata dose di entusiasmo e una profonda consapevolezza dei nostri obiettivi, abbiamo lasciato i nostri impieghi sicuri e acquistato un casale con quattro ettari di vigna. Il nome Le Due Terre potrebbe simboleggiare la nostra posizione di confine: il fiume Judrio che scorre proprio sotto la nostra tenuta separa a sud i Colli Orientali del Friuli dal Collio Friulano e a est l’Italia stessa dalla Slovenia. In verità lo abbiamo scelto per rimarcare la conformazione geologica della collina, che presenta un versante argilloso ricoperto di terra rossa e, sull’altro fianco della strada, un pendio marnoso dalla superficie più chiara tendente al grigio-giallastro. Durante i primi scavi si vedevano a occhio nudo queste due lingue di terra che si intersecavano, in un ambiente pedoclimatico che ha consentito il posizionamento di ogni singolo vitigno nel settore più favorevole. Abbiamo deciso quindi di estirpare il vecchio vigneto e di reimpiantare tutti i filari con varietà autoctone, a cui si è aggiunto il Pinot Nero.”

Come mai la scelta proprio del delicato Pinot Noir?
“Nel corso delle nostre degustazioni con amici ed escursioni in altre regioni vinicole, questo vitigno si era guadagnato un posto speciale nel nostro cuore. L’amore per la Borgogna e per i suoi rossi eleganti ci ha spinto a tentare l’esperimento in terra friulana, su un quinto ettaro di terreno adiacente. Abbiamo avuto la fortuna e l’onore di conoscere presso la cantina dell’amico Mario Schiopetto un celebre vivaista francese che abbiamo invitato a Prepotto. Analizzando le caratteristiche pedoclimatiche del nostro piccolo appezzamento, ci ha consigliato tre cloni adatti alle caratteristiche del terroir. È stato un salto nel buio: non esistevano esperienze affini in zona e non potevamo confrontarci con nessuno dei colleghi, a parte il buon Dorigo che addirittura ci aveva sconsigliato di intraprendere quel percorso, memore degli insuccessi che lo avevano portato a vinificarlo solo in bianco per la spumantizzazione. E, in effetti, il vigneto è stato davvero croce e delizia della tenuta. All’inizio abbiamo dovuto lottare con l’esuberanza delle viti, con i problemi connessi alla piovosità e con i frequenti interventi di pulizia a colpi di forbicine, indispensabili laddove non si fa uso di prodotti di sintesi. Con l’esperienza e il progressivo invecchiamento dell’impianto, Flavio è riuscito a prendere le misure e a domarne la vivacità. Oggi siamo orgogliosi di produrre ogni anno circa 4.000 bottiglie di un’etichetta che rappresenta il fiore all’occhiello della tenuta e che spesso abbiamo l’onore di trovare in prestigiose verticali a fianco di grandi omologhi d’oltralpe.”

Quindi l’azienda esporta significativamente anche all’estero?
“Nel 1984 siamo partiti con un esiguo novero di bottiglie, non più di 6.000, che vendevamo quasi unicamente in loco, e strada facendo siamo cresciuti fino alle attuali 15.000. Ci siamo ingranditi, sì, ma mantenendo una dimensione familiare. Alla stregua delle più rinomate tenute della Borgogna, abbiamo sposato la logica di presidiare bene pochi ettari preziosi di terreno che ci consentono di lavorare in autonomia, con le nostre energie e la nostra indipendenza. Abbiamo sempre però avuto piacere di confrontarci con gli altri, manifestando le nostre idee e il nostro sapere, e ciò è stato possibile ampliando gradualmente i nostri mercati. Una delle sfide che mi ha stimolato maggiormente in questi anni è stata la ricerca di mercati lontani e di approcci eterogenei. Volevo valorizzare i nostri prodotti anche all’estero, convinta che la nostra capacità artigianale avrebbe potuto varcare con successo perfino l’oceano. Questo sogno si è realizzato oltre le mie più rosee aspettative: oggi esportiamo in Giappone, in Australia e in molti Paesi europei; il mercato americano è attivo da più di venticinque anni e sono proprio reduce da un viaggio negli States, dove i nostri clienti storici mi hanno fatto sentire come a casa.”

Quali difficoltà hai incontrato in veste di donna protagonista del vino?
“Gli anni Ottanta sono stati molto difficili per noi che lasciavamo i classici lavori impiegatizi per sbarcare in un mondo del vino ancora molto maschilista e patriarcale, dove capitava spesso che i nostri interlocutori si stranissero nel trovarsi di fronte una donna. La situazione è migliorata nei decenni successivi, complice anche la capacità di fare squadra con tante altre colleghe e di dimostrare sul campo che sapevamo lavorare bene quanto gli uomini in tutti i ruoli dell’industria enologica, nessuno escluso. Non dimentichiamo che il termine vino deriva dalla parola terra e che pertanto la sua essenza è femminile.”

CORA BASILICATA

Sentiamo a tal proposito anche l’esperienza di Cora.
“Io sono figlia degli anni ’90 e ho avuto la fortuna di affrontare il mio percorso di formazione specialistica in un periodo in cui il ruolo della donna era ormai entrato in una fase di sdoganamento. La sensazione di incarnare la proverbiale mosca bianca in un mondo misogino non ho potuto però fare a meno di avvertirla ai tempi dell’Istituto di Agraria di Cividale del Friuli, dove il rapporto tra femmine e maschi era di 3 a 14, divario che per fortuna si è attenuato durante gli studi universitari a Udine. Tra l’altro sono l’unica delle tre compagne della scuola superiore che ha intrapreso la carriera agricola: una ha aperto un negozio di vini, l’altra ha preferito dedicarsi ad ambiti differenti. Molti dei miei compagni li ho invece ritrovati sul campo, come l’amico Tommaso Gallo di Vie di Romans. Già da adolescente adoravo la vigna e ponevo ai docenti questioni pratiche e concrete, ma questi – tutti uomini, per la cronaca – spesso tendevano a snobbarmi e ad assegnarmi addirittura voti più bassi del compagno al quale avevo passato il compito sottobanco. Per riuscire a realizzarsi in questo mondo, una donna deve essere competente ma soprattutto determinata, motivo per cui rappresentiamo ancora una minoranza: lo capisci dallo stupore con cui ti guardano i commessi di un negozio quando vai ad acquistare prodotti agricoli o a sistemare le forbici elettriche. Spero che le future giovani colleghe non debbano più ergersi a ‘paladine del vino’: quello sarà il segnale della svolta e del definitivo annullamento delle differenze di genere.”

Un’altra grande sfida che attende le nuove leve è quella del cambiamento climatico.
“Per quanto il fenomeno sia ormai innegabile, è difficile fare previsioni sul futuro dell’agricoltura in questa zona. Ogni anno ci troviamo ad affrontare problematiche diverse: nello 2023 siamo stati vittime di una stagione calda e piovosa, tempestata da tre grandinate che hanno distrutto il 40% dei grappoli. L’assenza di un andamento lineare è l’incognita maggiore, in quanto impedisce una efficace programmazione: per contrastare le nuove insidie non possiamo fare altro che essere duttili e imparare sul campo a introdurre con tempestività le opportune misure. Il ruolo dell’agronomo diventerà sempre più strategico e, insieme al nostro, stiamo studiando gli indici di vegetazione delle viti autoctone per capirne meglio il livello di vigoria e di benessere. Abbiamo già deciso di ridurre la parete fogliare, in modo da assicurare una migliore attività fotosintetica e di conseguenza un maggiore equilibrio del grappolo.”

Per concludere, Cora, come immagini il futuro della tua azienda?
“Mamma e papà sono stati dei pionieri della viticoltura sostenibile, antesignani di quel movimento dei “vini naturali” che è esploso nel nuovo millennio. Hanno iniziato con quattro botti, vinificando senza manipolazioni in linea con gli insegnamenti dei nostri vecchi. Io sposo totalmente la filosofia ‘green’ che ha ispirato le scelte dei miei e non vedo la necessità di modificare nessun processo produttivo. Mi sento custode di una tradizione e voglio preservarne l’artigianalità, mantenendo la dimensione familiare e il rapporto armonioso con la natura circostante. La più grande soddisfazione è proprio quella di poter conoscere a fondo ogni angolo della nostra terra e ogni singola vite. Premesso che il Pinot Noir resterà il marchio distintivo della tenuta, proseguirò sulla strada di valorizzazione dei vitigni autoctoni. Un sogno realizzato è stato quello di vinificare Schioppettino in purezza, doveroso omaggio al rapporto simbiotico di questa varietà con il terroir di Prepotto. La prima uscita in assoluto è stata nel 2002 con sole 150 magnum, mentre dal 2017 viene prodotto con regolarità in ogni annata.”

Photo credits: Alberto Moretti

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