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Suavia: storia di territorio, vini e principesse

“Quella di Suavia è una storia fatta di un castello, nessun ranocchio, pochi principi e molte principesse.” Non è l’incipit di una favola per bambini, ma l’inizio del racconto così come compare sul sito dell’azienda veneta. Le principesse sono le sorelle Tessari, eredi della tradizione di famiglia e guida della cantina nel nuovo secolo. Oggi parliamo con Meri, anima commerciale di Suavia, per farci raccontare il resto della storia.

Come nasce Suavia?
“È una lunga storia ma anche molto semplice nel racconto. La famiglia Tessari nasce a Fittà e la nostra casa dove siamo tuttora è la più antica del borgo: c’è una targa in pietra datata 1887 che lo testimonia. La nostra è la quarta generazione di proprietari di vigneti. Siamo stati da sempre soci conferitori delle cooperative, finchè nel 1982 il desiderio di mio padre Giovanni, a cui non piaceva l’idea di vedere la propria uva mescolata con le altre, di diventare produttore di vino in proprio ha dato vita a Suavia. Nel 1983 siamo usciti con la prima annata di Soave Classico e nel 1986 con il Monte Carbonare, che sono i due vini storici dell’azienda. Nel 1996 è arrivato anche Le Rive. Produciamo solo vini bianchi ma per noi non è un limite, quanto piuttosto una grande specializzazione. Lo considero come un segno di fedeltà a un territorio a cui dobbiamo tutto.”

ALESSANDRA, VALENTINA E MERI TESSARI

E poi sono arrivate anche le principesse…
“Siamo quattro sorelle: la più grande nel 2001 ha aperto un’attività con il marito, quindi oggi siamo rimaste noi tre a gestire Suavia. Non c’è mai stato un momento vero e proprio di ingresso in cantina ma è stato un processo molto naturale. Noi consideriamo davvero l’azienda come la nostra quinta sorella: eravamo ragazzine quando abbiamo iniziato e ricordo benissimo la prima vendemmia. Abbiamo condiviso tutto, le cose belle e anche quelle quelle meno belle. Pur avendo fatto percorsi diversi a livello di studi sapevamo comunque che il nostro futuro sarebbe stato questo. Con l’ingresso di noi ragazze, oltre alla produzione della garganega abbiamo iniziato a riscoprire questa antica varietà del trebbiano di soave, che era già presente nella nostra proprietà, e nel 2008 è nato Massifitti.”

Come vi suddividete i compiti?
Valentina si è diplomata a San Michele all’Adige e poi ha studiato enologia a Milano, quindi lei segue la parte agronomica e enologica. Alessandra ed io ci occupiamo dell’aspetto commerciale e di comunicazione: io seguo principalmente l’estero e Alessandra anche l’Italia.”

Cosa rende così unici e diversi i vostri vini?
“È un’insieme di cose. Fittà è il punto più alto della zona del soave classico: siamo a 350 metri sul livello del mare e i vigneti sono adagiati tutti sulla sulla sommità della collina. Subito dietro di noi ci sono le Piccole Dolomiti, quindi la vicinanza della montagna genera questa brezza fresca anche nelle estati più calde, garantendo un’ottima escursione termica. Monte Carbonare poi è un posto magico, sia per l’esposizione a nord-est che per il suolo vulcanico e anche perché di fronte ci sono le montagne: è l’ultimo posto dove si scioglie la neve e anche dal punto di vista paesaggistico merita davvero una visita.”

Veniamo al Trebbiano, che è il punto di forza di Suavia.
“Ancora oggi per la maggior parte questo vitigno è aggiunto alla garganega per fare il Soave Classico e non è mai stato visto come sufficientemente buono da poter essere utilizzato in purezza. Questo secondo noi è sbagliato, considerando anche che fino agli anni ’50 il Soave veniva fatto con un 70-80% di trebbiano, perché considerato più nobile. Abbiamo sentito l’esigenza di capire il motivo dell’abbandono di una varietà che è sempre stata presente nel Soave Classico. Ci sono state condizioni economiche e storiche che hanno relegato questo vitigno a un ruolo marginale: prima di tutto perché produce poco, poi perché è di difficile gestione nel vigneto, avendo un grappolo molto compatto e piccolo e quindi soggetto a marciume nelle primavere più piovose; infine perchè matura 15 giorni prima della garganega e ciò significa fare due vendemmie distinte, con un conseguente aumento dei costi. Negli anni ’70, quando il Soave ha avuto un boom di richieste quasi ai livelli odierni del Prosecco, è nata l’esigenza di produrre tanto e fatti due conti conveniva lavorare sulla garganega e non sul trebbiano.”

Parliamo del progetto Massifitti.
“Il Massifitti è un po’ il nostro “vino rosso”.  Abbiamo voluto sperimentare, andare in profondità alla riscoperta del territorio. Il progetto del Trebbiano di Soave in purezza è nato da subito con grande entusiasmo, anche da parte degli altri viticoltori che ci hanno subito aiutato ad individuare dove fossero i vigneti nella zona. Per avere un bacino più ampio abbiamo chiesto la loro collaborazione: ascoltare i racconti e scoprire appezzamenti quasi intatti, come se il tempo si fosse fermato, è stata una cosa meravigliosa. All’inizio avevamo un po’ di titubanza perché non è facile proporre un vino IGT, soprattutto all’estero, ma alla fine è riuscito a trovare un suo canale e dei suoi fan. Tutto sommato è stata anche la sua fortuna, perché viene visto come un’alternativa al Soave, che molte persone ancora oggi vedono come un vino buono ma non di alto livello. Abbiamo iniziato nel 2008 con una produzione di circa duemila bottiglie ed oggi, anche grazie ai conferimenti, siamo arrivati a 20mila. Altre aziende ora stanno seguendo la nostra strada e c’è ancora un grosso margine di crescita, sia come territorio vitato – che oggi copre solo il 2% dell’intera denominazione – che come diffusione commerciale.”

C’è in cantiere la costituzione di una DOC per il Trebbiano?
“La vera anomalia è che oggi sia solo un IGT. Abbiamo documentazioni ufficiali che parlano di questo vitigno e i riscontri con gli altri produttori sono positivi. C’è già un percorso avviato in consorzio con il precedente direttore ma non abbiamo ancora tempistiche certe. L’unico ostacolo è la burocrazia.”

Facciamo una rapida panoramica sul resto della produzione.
“Ad oggi siamo a 28 ettari di superficie vitata e produciamo circa 250.000 bottiglie l’anno. Sono numeri che permettono di avere le spalle coperte per fare investimenti e ricerca ma dall’altra parte consentono di dare massima attenzione ad ogni singola produzione senza dover scendere a compromessi. A livello di mercati siamo allineati con il resto del Soave: quasi l’80% della produzione va all’estero, verso Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Olanda e anche Australia, Nuova Zelanda e Cina. Come referenze abbiamo il Soave Classico, a cui abbiamo deciso di lasciare questo nome perché vogliamo trasmettere cosa significhi per noi l’appartenenza al territorio. Poi ci sono il Monte Carbonare e Le Rive, sempre da vitigni garganega in purezza. Quest’ultimo è il vigneto più prezioso che abbiamo: le vigne sono vecchie di 85 anni, con esposizione a sud-ovest e lo produciamo solo nelle annate migliori migliori. È frutto di una vendemmia leggermente tardiva, con i grappoli che rimangono attaccati al tralcio per circa 15 giorni e un successivo affinamento per il 70% in acciaio e il 30% in botte grande. Con Le Rive stiamo sperimentando: vogliamo capire come si comporta la garganega portata all’estremo e scoprirne a fondo le potenzialità. Infine abbiamo il Massifitti e Opera Semplice, che è un Metodo Classico Dosaggio Zero da uve 100% trebbiano.”

Una curiosità sui nomi dei vini. Come sono stati scelti?
“Diciamo che ci piace leggere e studiare. Non abbiamo mai usato nomi di fantasia per i nostri vini ma abbiamo sempre cercato un riferimento e un forte legame con la storia del nostro territorio. Una decina d’anni fa nel consorzio si parlava proprio dell’etimologia del nome di questo borgo che è incastonato nel cuore del Soave Classico. Una delle ipotesi è che il nome Fittà derivi proprio da “massi fitti”, cioè queste colonne di basalto che una volta venivano usate per le fondamenta delle case e per costruire i muretti a secco. Il nome del vino è una dedica che abbiamo voluto fare al nostro posto del cuore. Suavia invece è l’antico nome del paese di Soave.”

Per il futuro pensate di ampliare l’esperienza per i visitatori?
“Al momento abbiamo solo un un punto vendita. Il sogno è quello di condividere la bellezza unica di questi luoghi, oltre ai nostri vini. Gli impegni però sono tanti e si tratterebbe di aggiungere altro lavoro e dedicare ancora più energie. Magari quando i figli saranno un po’ più grandi potremo pensare allo sviluppo dell’accoglienza, anche con il loro aiuto. Il nostro compito come viticoltori e come mamme è quello di trasmettere l’amore per il nostro lavoro. Se si riesce a piantare questo seme, il resto viene da sé.”