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Sulle strade del Tour: la Bretagna

Con la partenza dalla città bretone di Brest, inizia oggi il Tour de France numero 108. Quest’anno oscarwine seguirà l’evento con una serie di articoli di approfondimento sportivo ed enologico: Nando Aruffo, firma storica del Corriere dello Sport e direttore del nuovo progetto editoriale Sportopolis, presenterà le tappe della Grande Boucle mentre Roberto Sironi di Terroir di Francia racconterà i vini dei territori attraversati dalla corsa.

Questa edizione, che si concluderà come impone la tradizione domenica 18 luglio a Parigi dopo 3414 chilometri di corsa, compresi i 58 km delle due cronometro individuali, si svolge con una settimana di anticipo rispetto al consueto per evitare la sovrapposizione (soprattutto in funzione televisiva) con i Giochi Olimpici di Tokyo in calendario da venerdì 22 luglio a domenica 9 agosto. Sarà un Tour che verrà percorso in senso orario (prima le Alpi poi i Pirenei) con un tracciato che sembra disegnato sui confini geografici dei Dipartimenti francesi: tre giorni consecutivi nella stessa regione poi via verso quella successiva. Attenzione massima anche per il Covid: tutta la carovana – all’incirca 2000 persone – verrà sottoposta a tamponi quattro volte: prima dell’inizio della corsa, dopo la quinta tappa e in occasione dei due giorni di riposo: 5 e 12 luglio.

Parteciperanno 23 squadre: 19 sono ammesse di diritto, perché hanno la licenza World Tour (presenti di diritto), mentre le altre 4 sono state invitate dagli organizzatori: tre squadre francesi con licenza Professional e l’Alpecin-Fenix, prima nella classifica 2020 delle società con licenza Professional.

VINCENZO NIBALI

Per quanto riguarda la presenza degli italiani, usare l’avverbio mai vale soltanto per James Bond. Per il Tour non diremo: mai così pochi (per due anni consecutivi, nel 1980 e 1981, non ci fu nessun italiano al via). E ci fermiamo qui, senza andare a ritroso più lontano nel tempo. Però nove corridori italiani al via sono davvero pochissimi. In ordine alfabetico: Davide Ballerini, Mattia Cattaneo, Sonny Corbelli, Davide Formolo, Jacopo Guarnieri, Vincenzo Nibali, Daniel Oss, Lorenzo Rota, Kristian Sbaragli. Il nome di Nibali salta subito in evidenza e va chiarito un aspetto: il Vincenzo del 2021 non è il Nibali vincitore del Tour 2014. Non aspettiamoci niente di clamoroso, prepariamoci ad accettare tutto quello che di buono potrà fare: una vittoria di tappa sarebbe già tanto. Oltretutto, dopo il Tour ci saranno i Giochi Olimpici e non è pensabile a un’Italia senza di lui. Colbrelli potrà sfoggiare la sua bella e fiammante maglia di Campione d’Italia. Ballerini sarà l’uomo che tirerà la volata a Mark Cavendish, come Oss la tirerà a Peter Sagan e Guarnieri ad Arnaud Demare. E Formolo, ultimo ma non meno importante, potrebbe anche vincere una tappa se non dovesse votarsi totalmente alla causa del compagno di squadra Tadej Pogačar, vincitore del Tour 2020 e di sicuro candidato principe per la vittoria di quest’anno. Quanto a Cattaneo, Rota e Sbaragli, tutti e tre dovranno rispondere alle esigenze di squadra.

Prime tre tappe in Bretagna, la terra di Bernard Hinault, uno dei corridori più forti di sempre, 216 vittorie tra i professionisti dal 1975 al 1986, tra cui cinque Tour de France (1978, 1979, 1981, 1982, 1985): si parte da Brest e, dopo quasi 200 chilometri e sei Gran Premi della Montagna (meglio: salite per niente impegnative, le prime cinque lontane dall’arrivo) sarà la cittadina di Landerneau (15.900 abitanti) ad assegnare la prima maglia gialla. Non sarà la classica tappa per velocisti: il traguardo è posto in cima alla Côte de la Fosse aux Loups, tre chilometri con pendenza media del 5,7% valido come GPM di terza categoria. Per rendere l’idea: un arrivo per Sagan e Alaphilippe.

La seconda tappa sembra una fotocopia della precedente: 183,5 km da Perros-Guirec a Guerledan con altri sei GPM. L’ultimo, l’arrivo, sul Mûr-de-Bretagne, a conclusione di 2 km al 6,9%. Morale: Pogacar, Roglic e tutti gli altri (pochi) favoriti alla vittoria finale non potranno distrarsi.

La terza tappa bretone è decisamente per velocisti: Lorient-Pontivy misura 182,9 chilometri tutti pianeggianti, tranne due salitelle (côte in francese) nella parte inziale. Martedì 29 giugno il Tour lascerà la Bretagna: da Redon si andrà a Fougères in Normandia.

 

IL VINO BRETONE

La Bretagna, patria di chefs innovativi e creativi affermati in tutto il mondo, è scolpita nell’immaginario collettivo per le ripide scogliere spazzate dai venti e le coste selvagge di granito rosa, ma anche per le golose crêpes e galettes (versione salata delle prime), per le pregiatissime ostriche catalogate in ben dodici differenti denominazioni e per le estese coltivazioni di frutta e verdura sui terreni sabbiosi del fertile entroterra.

La variopinta e croccante mela appiola, salutistica eccellenza del territorio, viene fermentata per ottenere il sidro, la più celebre e rinomata bevanda alcolica della regione. La penisola oceanica vanta inoltre una storia millenaria di produzione di birra, caratterizzata da variegati processi di lavorazione che spaziano dalla classica scura a base di orzo maltato e grano saraceno fino alla peculiare Mor Braz di puro malto e acqua salata dell’oceano, senza dimenticare la rarissima Actiwel ottenuta da una curiosa miscela di latte e malto.

Documenti risalenti al nono secolo d.c. attestano che la viticoltura era diffusa in epoca romana sulla valle del fiume Rance, pochi chilometri a sud di Saint-Malo, ma le ultime viti furono definitivamente estirpate nel Settecento e rimpiazzate da impianti di alberi da frutto.

Saint-Suliac

Complici i cambiamenti climatici e l’indomita passione per l’enologia, un manipolo di intraprendenti giovani del posto ha deciso vent’anni fa di rinverdire questa antica tradizione medievale, fondando la cooperativa Les Vignerons de Garo e impiantando sulle pendici del Mont Garo a Saint-Suliac – uno dei borghi più belli di Francia – le prime 700 piante di Chenin Blanc, resistente vitigno diffuso con successo nell’adiacente Valle della Loira atlantica. Gli apprezzabili risultati delle vinificazioni iniziali hanno incoraggiato la graduale estensione del vigneto e nel 2016 sono state importate dalla Germania barbatelle della varietà Rondo, lontano parente del Merlot, che consente oggi di annoverare anche un vino rosso nella gamma aziendale attestatasi a circa 1.500 bottiglie annue.

Le Clos de Garo Blanc è un vino aromatico dai nitidi profumi di acacia, mela verde e scorza di limone, impreziositi da una fine nota vegetale di fieno e felce al palato, dove la spiccata vena acida e la fresca agilità gli assicurano un matrimonio solenne con un sapido ‘plateau royal’ di frutti di mare. La recentissima omonima versione Rouge si caratterizza per il profondo colore scuro e per il sorprendente bouquet ricco e complesso, dominato dai sentori di piccoli frutti neri e ciliegia matura; nel finale si arricchisce di sfumature speziate e nuances di fior rossi che confermano il perfetto abbinamento con l’affumicata ‘andouille’, gustosa salsiccia locale prodotta utilizzando budella di maiale.