Ferraris Agricola, storia e futuro del Ruchè
Sulle colline del Monferrato verso la fine degli anni ’60 la visione e l’impegno di un parroco e di una sindaca danno vita a una storia vinicola che vale la pena di raccontare. Ne parliamo con Luca Ferraris, scelto da Don Giacomo Cauda come testimone e ambasciatore del passato e del futuro del Ruchè.

LUCA FERRARIS
Partiamo dalla storia di famiglia…
“Mio bisnonno emigrò in America nel 1902 in cerca di fortuna e, dopo quasi 20 anni, trovò delle pepite d’oro. Non fece mai più ritorno in Italia ma con i soldi ricavati la moglie realizzò il suo sogno, acquistando a Castagnole Monferrato una tenuta con due ettari di vigneto e iniziando a produrre vino rosso da vendere in damigiane. Nel 1955 mio nonno fu uno dei soci fondatori della cantina sociale; conferiva una parte delle uve e con le altre continuava a fare vino per i suoi clienti. Dopo la sua morte nel 1982 e la grandinata dell’85, mio padre decise di abbandonare l’attività di famiglia dedicandosi esclusivamente al suo lavoro come impiegato nella pubblica amministrazione a Torino. Presi il diploma in agraria nel 2001 e, dopo una lunga battaglia per convincere mio padre, dalle macerie dell’azienda del nonno ricostruimmo quella che a me piace chiamare la Ferraris 2.0, partendo da 1.000 mq di proprietà e altri 1.500 affittati, producendo qualche migliaio di bottiglie di Barbera e Grignolino.”
Come mai la scelta del Ruchè?
“Quando giravo per farmi conoscere e vendere queste bottiglie, incontravo grande difficoltà ad affrontare il mercato, già saturo di grandi nomi fidelizzati negli anni come Braida o Coppo. Mi accorgevo però che parlando di Ruchè suscitavo una curiosità particolare, in parte dovuta anche alla storia del parroco. Da qui la scelta di vita, e in parte la fortuna, di ripartire da zero impiantando questo vitigno. In questi 25 anni ho incontrato personaggi chiave come Randall Grahm, che già nel 2002 mi ha fatto capire cos’era il mondo enologico e commerciale fuori dai confini italiani, oppure altri che a vario titolo hanno avuto un ruolo nello sviluppo dell’azienda. La vera svolta arriva nel 2020 con una pioggia di riconoscimenti sulle guide più importanti, partendo dai Tre Bicchieri del Gambero Rosso fino ai 93 punti su Wine Enthusiast e James Suckling, che portano il Ruchè e Ferraris all’attenzione del pubblico e della critica. L’azienda è passata da poco più di 100.000 bottiglie alle attuali 320.000 annue, andando a occupare una posizione di leadership all’interno della denominazione. Numeri alla mano, siamo la prima cantina come bottiglie vendute sul canale Ho.Re.Ca. e seconda nella produzione totale. Montalbera, che è la prima, e Ferraris, fanno insieme oltre il 55% della produzione.”

La storia di questo vino è davvero singolare. Ce la racconti?
“Il Ruchè nasce nel 1964 quando Don Giacomo Cauda pianta il primo vigneto monovarietale, frutto di una scoperta fortuita durante un temporale. Figlio di contadini di Cisterna d’Asti, prende in mano il beneficio parrocchiale di Castagnole nel 1960 e coltiva un vigneto a Barbera e Grignolino, notando però una strana deviazione olfattiva nei suoi vini. Convinto che la causa sia la presenza di un vitigno semi-aromatico, l’anno successivo raccoglie separatamente queste uve per produrre 28 bottiglioni. La svolta arriva durante una cena con il vescovo, quando un temporale fa saltare la luce. Don Cauda scende in cantina al buio e prende un bottiglione di Ruchè per sbaglio. Assaggiandolo, ne intuisce subito le potenzialità e decide di fare 4.000 nuovi innesti, vendemmiando il ‘Ruchè del Parroco’ per la prima volta nel 1967. Da lì parte, con il contributo decisivo dell’allora sindaca Lidia Bianco, la strada che vent’anni dopo porta al riconoscimento della DOC.”
Come si è sviluppata negli anni la denominazione?
“Nel 2000 la produzione era ancora inferiore a 100.000 bottiglie, delle quali 60.000 le faceva il parroco, mentre le restanti se le dividevano più di dieci aziende; di fatto nessuno ci credeva fino in fondo. Quado sono diventato presidente dell’associazione dei produttori del Ruchè abbiamo deciso, insieme a Sant’Agata e Crivelli, pionieri di questa denominazione, di dare una spinta importante, portandola nel 2010 a diventare DOCG, cosa che ci ha permesso di avere numeri più precisi sulla produzione. Oggi, tra alti e bassi, arriviamo a circa 1.200.000 bottiglie l’anno. A livello di comparto economico, se togliamo Barolo e Barbaresco, Ruchè è la migliore denominazione come performance di redditività per l’agricoltore.”
Come descriveresti il Ruchè a chi non lo conosce?
“Quando mi chiedono a cosa somiglia il Ruchè rispondo a nulla: il suo asso nella manica è che non esiste al mondo un vino simile. La sua caratteristica principale è la versatilità: si possono creare vini di facile beva, addirittura da mettere in ghiaccio e degustare a 10-12°, oppure produrre riserve come la nostra Opera Prima, che fa 36 mesi di invecchiamento in tonneaux e uno o due anni in bottiglia. Ci sono referenze del 2010 ancora particolarmente giovani, con potenzialità incredibili. Cito sempre le parole di un giornalista danese che disse che il Ruchè ha l’eleganza di un Nebbiolo e la bevibilità e piacevolezza di un Pinot Nero. Non voleva certo essere un paragone con questi due vitigni ma l’ho fatta mia, anche se quando la ripeto in tanti storcono il naso. La dottoressa Schneider dell’Università di Torino nel 2016 ha scoperto le origini del vitigno: un incrocio tra malvasia aromatica bianca di Parma e croatina piacentina. Questo è il motivo per cui al naso ha profumi che fanno pensare a un vino dolce, mentre ha la tenacia tipica di una Croatina, con un tannino che va lavorato nel modo giusto. Vendemmiandolo leggermente verde si può ottenere tanta freschezza, così come si possono avere dolcezza, longevità e grande forza lasciando il frutto sulla pianta fino a maturazione completa.”

Cosa fa di Castagnole Monferrato un territorio così singolare?
“Vado controcorrente: pensando al Ruchè non mi piace parlare di terroir, perché l’incipit del vitigno è talmente forte che va oltre. Non nego però, dopo 25 anni di lavoro e tante discussioni con l’amico Pierfrancesco Gatto, che reputo il più grande conoscitore di terreni della zona, che ci possono essere differenze importanti tra una collina e l’altra. Quello che mi piace sottolineare è la biodiversità: è un territorio che rilassa e non stufa. Faccio una premessa: io sono innamorato delle Langhe, quei vigneti senza soluzione di continuità sono un quadro fatto da un pittore pazzesco, però appesantiscono la vista. Rubando le parole di un mio cliente, noi siamo la Toscana del nord, quindi grandi colline molto dolci, vigneti che si alternano a girasoli, seminativi, boschi, pioppeti e noccioleti. In Langa le colline sono piccole e molto ripide, sembrano una mezza montagna. La Morra è a 600 metri sul livello del mare, mentre il punto più alto della denominazione Ruchè arriva a 282. Il Monferrato sta vivendo un momento unico come enoturismo, forse anche per le critiche sull’overbooking che stanno investendo le Langhe, in parte giustificate: l’ultima volta che sono stato a La Morra ho impiegato 45 minuti a trovare parcheggio e a Barbaresco e ho camminato 2 km per arrivare in centro. Un turista di città che viene in campagna a rilassarsi per il weekend, se ritrova gli stessi problemi che ha a casa prima o poi si stanca. Per fortuna da noi non è così.”
Presentaci i Ruchè di Ferraris Agricola…
“Abbiamo in catalogo cinque Ruchè, quattro dei quali sono ‘cru’ da singolo vigneto. Vinifichiamo ogni appezzamento in vasche diverse e quelli più grandi vengono suddivisi in sottovigneti. Ognuno di loro va a comporre un determinato vino, escluso il Clàsic, che è il biglietto da visita di Ferraris Agricola e l’etichetta più venduta. Nasce da un assemblaggio di 7 vigneti su 5 comuni del territorio; una volta terminata la malolattica le 30 vasche vengono degustate e selezionate per il blend. Il Sant’Eufemia arriva da una delle più belle colline del panorama piemontese, con un terroir particolarmente produttivo, ideale per un vino leggero, perfetto come primo approccio al Ruchè. Il Castelletto di Montemagno nasce da una follia fatta dieci anni fa, quando sottoscrissi 16 atti notarili accorpando micro particelle catastali per creare 5 ettari e mezzo di collina con 32.000 piante. Essendo una vigna giovane, ho voluto creare una riserva più moderna con l’utilizzo di barrique nuove per 12 mesi e un altro anno in bottiglia. Infine c’è Opera Prima che arriva dal Bricco della Gioia, un vigneto piantato nel 2001 su un terreno misto di sabbia e tufo particolarmente drenante, sul quale le piante vanno in stress idrico e raccogliamo le uve con un leggero appassimento naturale, fermentandole un mese all’interno del rotomaceratore più altri due di cappello sommerso. Opera Prima è una riserva importante, anche in termini di prezzo: l’élite del Ruchè.”
Manca la Vigna del Parroco. Cos’ha di diverso dalle altre?
“La Vigna del Parroco non viene mai utilizzata per fare il Clàsic ma vive di vita propria. È l’unico ‘cru’ di Ruchè riconosciuto dal Ministero e quindi icona non solo della nostra azienda ma di tutta la denominazione, tanto è vero che non porta il marchio Ferraris, proprio per rendere il giusto omaggio a Don Cauda e al suo lavoro per questo vitigno e per il territorio di Castagnole.”

Si parla tanto di sostenibilità. Cosa significa per voi in concreto?
“Siamo l’unica azienda del mondo Ruchè a essere certificata Equalitas già da due anni e l’abbiamo voluto fortemente, nonostante gli alti costi. Attenzione a cosa intendiamo per sostenibilità però: oggi si definiscono tutti ‘bio’ ma non è la stessa cosa. Io sono malato di tecnologia, faccio attenzione e studio tanto, e ho scoperto che il biologico inquina 4-5 volte in più rispetto al convenzionale. Guardiamo l’inerbimento sotto fila: in un’azienda come la nostra, le macchine tagliaerba cederebbero qualcosa come 100 e più km di microparticelle plastiche l’anno. Usiamo fitofarmaci di categoria 1, gli stessi del biologico, con la differenza che noi facciamo 4 interventi mirati l’anno e, con l’ausilio dell’AI applicata all’atomizzatore intelligente brevettato dall’ingegner Spezia di Tecnovit, abbiamo ridotto le spese del 70% sugli ultimi trattamenti. Siamo stati i primi a sperimentarlo e ora l’hanno comprato Ca’ del Bosco, Antinori, Frescobaldi, Vie di Romans. Ho citato un dato economico perché è quello che tocca le tasche e apre gli occhi subito ma quel 70% è chimica in meno che va nell’ambiente. Se questa tecnologia la utilizzassimo anche all’inizio della campagna, la riduzione potrebbe arrivare fino al 90%.”
La sostenibilità non riguarda solo l’ambiente. Quella sociale ad esempio quanto impatta?
“É importante quanto quella ambientale. Vediamo spesso articoli o video di lavoratori presi a cinghiate o a bacchettate nelle vigne per pochi euro di stipendio. Quasi tutti i dipendenti delle cooperative sono africani e così anche i nostri ma ciò non giustifica lo sfruttamento: sono felice perché riusciamo a dar loro uno stipendio dignitoso, commisurato con il duro lavoro che svolgono, come è giusto che sia. Per me questo è un valore aggiunto importantissimo. Ferraris Agricola è composta da dodici persone e, a parte io e mia moglie Chiara, sono tutte assunte a tempo indeterminato. Ho bisogno che i ragazzi si leghino all’azienda e la sentano come propria. Equalitas vuol dire anche sostenibilità finanziaria ed è per noi fondamentale poter certificare che la nostra azienda produce redditi. Le aziende vitivinicole stanno diventando sempre più le lavatrici dei miliardari: non ce n’è una in attivo, sono tutte in perdita. É un deficit significativo per l’intero comparto, perché crea diseguaglianza commerciale e competitività sleale sul mercato. La nostra azienda va avanti con le proprie gambe e può permettersi anche diverse iniziative sociali. Ne siamo orgogliosi.”
Quali iniziative avete portato avanti in merito al sociale?
“Oltre al Museo del Ruchè che coinvolge l’intera denominazione, abbiamo costruito la ‘panchina gigante’ con un’area dedicata agli enoturisti di tutto il territorio. Con ‘L’etichetta la disegno io‘, abbiamo collaborato con l’ospedale Regina Margherita di Torino facendo vivere ai ragazzi momenti diversi dalle giornate passate in ospedale, chiedendo di disegnare la loro idea di come si fa il vino. Questi disegni sono stati selezionati e votati dai visitatori del museo e ha vinto Anita, una bambina di 11 anni: le sue etichette sono state riprodotte in 1000 unità e vendute a un prezzo particolare. Abbiamo raccolto 16.000 Euro, devoluti interamente al Regina Margherita grazie anche alla partecipazione gratuita di tutti i fornitori: dal packaging al vetro, dalle etichette ai tappi.”

Chuidiamo con il museo del Ruchè…
“Nel 2009 abbiamo costruito la nuova cantina e mi piangeva il cuore nel dover abbandonare la sede storica, un edificio del ‘700 ristrutturato solo pochi anni prima. Così ho deciso di farci un piccolo museo mettendo in esposizione gli attrezzi del nonno. Nel 2022, grazie al suggerimento di un amico l’abbiamo ampliato, evitando di cadere nell’autocelebrazione per raccontare invece la vita degli ultimi 100 anni di queste colline. Il museo è diviso in tre sale: nella prima si parte dalla storia, dall’emigrazione di massa fino all’arrivo di Don Cauda e al grande rilancio del territorio. La seconda parla di Castagnole oggi durante le quattro stagioni, con un focus sulla sensazione olfattiva e visiva del Ruchè in base all’invecchiamento e la collezione delle bottiglie delle aziende che hanno rappresentato la storia di questo vitigno in chiave antica e moderna. In questa stanza facciamo rivivere anche l’esperienza degli infernòt, che fanno parte del sito patrimonio UNESCO del Monferrato. Infine, c’è la sala cinema con la proiezione del racconto della mia storia, legata a doppio filo a quella del Ruchè. Il percorso si conclude con una degustazione all’interno del nostro vecchio fienile di famiglia.”
