Il vino ai tempi dei social: è tutto oro quel che luccica?
L’unica cosa buona che ricorderò del Covid è quanto ha fatto per il mondo del vino. Non parlo del lockdown, dei locali chiusi e del disastroso periodo per la ristorazione – ricordiamoci di chi è stato costretto a chiudere, chi ha ceduto la propria attività, chi ancora paga i debiti e chi è finito nelle mani degli usurai – ma di come la pandemia abbia forzato a evolversi digitalmente in breve tempo un settore vecchio, poco comunicativo e quasi assente sui social, e che vedeva molte cantine presentarsi online con siti parecchio datati.
Parliamo di uno spostamento immane e repentino, una migrazione forzata nata come risposta a una situazione di emergenza che, in un contesto normale, avrebbe richiesto anni per realizzarsi con le cantine ancora ferme a fiere, degustazioni nei locali, Ho.Re.Ca. e GDO. Con i canali tradizionali congelati nel limbo delle zone rosse, chi era già digitale ha fatto la mossa che gli mancava mentre chi era fermo all’età del menù cartaceo si è proiettato nel futuro. Ovvio che i risultati non siano stati uguali per tutti ma questa accelerazione ha dato una scossa positiva al settore, non senza, tuttavia, delle conseguenze.

Partiamo dagli aspetti positivi. L’e-commerce ha rivelato alle cantine un segreto di Pulcinella: gli utenti finali si possono raggiungere con un clic, senza intermediari e con più margini di guadagno. Saltare i passaggi, però, non è sempre positivo perché le emozioni, le sensazioni che un vino trasmette non si possono trasferire con foto o video, non è possibile fare un download; inoltre, se uno dei tuoi prodotti non piace, probabilmente il consumatore ricorderà solo questo e non acquisterà più quel vino o da chi lo produce, mancando un intermediario che possa spiegare eventuali problemi o fare una proposta alternativa che vada incontro ai gusti dell’acquirente.
Rimaniamo in ambito sensazioni organolettiche. Il gap web dei cinque sensi (l’udito è soddisfatto dal rumore dei bicchieri durante un brindisi) è stato colmato dai primi organizzatori di masterclass e degustazioni online spedendo il vino a chi partecipava. Non il massimo della convivialità ma non era possibile uscire di casa per incontrarsi sfruttando la storia dei cani, magari mettendogli una bottiglia di vino al collo in stile salvavita.
La clausura cos’altro ha fatto? Ha spinto la gente a cercare vini migliori, ad alzare la battuta, una ricerca di qualità alla quale molti oggi non riescono a rinunciare: bevo meno ma scelgo vini di livello. Proprio dai consumi è arrivato un altro dato importante: i numeri. Prima le cantine avevano i riscontri della distribuzione ma il web ha portato nuove informazioni e una profilazione dei clienti che prima non c’era.
Detto questo – ci tengo a sottolineare che il sottoscritto consiglierà sempre di farsi aiutare da venditori seri e di scegliere la strada degli eventi dal vivo – il passaggio alla rete ha creato anche nuove professioni: gli influencer del vino.

Seconda premessa. Come in tutti i lavori ci sono professionisti e professionisti ma qui ci concentreremo su alcuni estremi che saltano all’occhio. Saltato il tabù che il vino dovesse essere venduto in enoteca o nei wine bar, la pandemia ha dimostrato che si può creare valore online. Accanto a realtà strutturate e importanti ne spuntano altre improvvisate. Così capita chi ti propone il prodotto straordinario, la bottiglia introvabile a prezzi stracciati o l’esperto che ti spiegherà come degustare o imparare a vendere il vino.
Innanzitutto, chiariamo che un vino di vecchie annate o di particolare pregio dovrebbe essere venduto da chi ha avuto la possibilità e i mezzi per conservarlo a dovere. Ci è capitato di incrociare qualche “svuota cantine” (quelle delle abitazioni) o amici che avevano recuperato vecchie annate provando a venderle. Qualcuno ha aperto uno dei vini in questione: potete immaginare cosa sia uscito da quella bottiglia. Quindi, quando trovate prodotti di pregio a buon mercato…diffidate.
Veniamo poi a chi vorrebbe insegnare a degustare un vino. Esistono associazioni nazionali che tengono corsi di livello dai quali si esce con un diploma da sommelier o degustatore di vini. Niente di male a partecipare a un corso di avvicinamento al vino ma tenete bene a mente la differenza in termini di preparazione, risultati e riconoscimenti ufficiali. C’è anche chi spiega come si vende il vino. Ho conosciuto tanti venditori, gente che dalla mattina alla sera, anche sette giorni su sette, era fuori casa per lavoro. Parliamo di una professione difficile, dove non hai un ufficio, ti devi fermare al primo bagno alla portata se necessario, non hai rimborsi ma solo spese: se non vendi non guadagni. Non crediate che sia facile e soprattutto che basti conoscere i vini per svolgere questa professione. Aggiungete, poi, la concorrenza e l’offerta che spesso è superiore alla domanda. Non è tutto oro quel che luccica, attenti ai venditori di pirite.
Complimenti, infine, ai bravi divulgatori. Ci sono molte pagine interessanti portate avanti con cognizione di causa che danno informazioni, curiosità e fanno cultura. Al solito, la scelta sta a voi. La tecnologia è bella ma bisogna sempre considerare come la si usa.
