Tenuta Le Oréadi, le ninfe borgognone di Modigliana
C’è una strada, a Modigliana, che non porta da nessuna parte se non in cima all’Apennino tosco-romagnolo. Si chiama Via dei Frati e sale dritta sulla cresta che divide la valle del Tramazzo da quella dell’Acerreta. Da un lato vedi il bosco fitto, dall’altro la faglia chiara delle marne. A 600 metri l’aria cambia, si fa sottile, tagliente. È lì che dobbiamo salire se vogliamo comprendere il progetto della Tenuta Le Oréadi.

SARA BIGUZZI E LUCREZIA PASOLINI
Le due protagoniste di questa avventura non hanno scelto la valle: hanno investito tutte le loro energie sul crinale. Il posto più scomodo, più ventoso, più difficile da lavorare. Novemila ceppi per ettaro, una densità che in Romagna non utilizza nessuno e che spinge le radici a combattere tra loro per cercare acqua e sostanze nutritive in profondità. Una scelta borgognona, temeraria. La tenuta nasce nel 2024, ma ha radici più antiche e profonde. Al timone ci sono due donne che condividono “la stessa visione radicale“.
Lucrezia Pasolini è una affermata avvocata, ma prima di tutto una assaggiatrice esigente e preparata che ha girato il mondo con il bicchiere in mano e siede ai tavoli dei migliori ristoranti. Sara Biguzzi, a sua volta laureata in Giurisprudenza, costituisce l’altra metà del progetto, quella che si sporca le mani in vigna. Hanno assoldato l’ilcinese Calogero Portannese come consulente e hanno preso in affitto spazi della Tenuta Pandolfa, ma i legni sono tutti loro, scelti uno per uno in Borgogna: barriques e tonneaux François Frères e Rémond.
La filosofia in cantina si riassume in fermentazioni spontanee, sur lie, bâtonnage, nessuna chiarifica. Insomma, niente scorciatoie. Il vigneto copre attualmente undici ettari complessivi: sette sul crinale di Modigliana al confine con la Toscana, tra i 500 e i 650 metri, laddove il cambiamento climatico ha reso questa altitudine improvvisamente ricercatissima, un ettaro a Predappio e tre a Paderno di Cesena, nell’area più pianeggiante della Valle Savio.
Modigliana non è un ‘unicum’. Lo raccontano da un decennio a questa parte i ragazzi di Stella dell’Appennino, l’associazione che ha trasformato un manipolo di produttori sperduti nell’Appennino in una delle comunità più credibili del vino italiano. Tre torrenti e tre valli. L’Acerreta è la conca del sole, più bassa, con suoli di arenaria e marna calcarea, ideale per vini tannici e strutturati con un frutto che morde e una formidabile capacità di invecchiamento.

Il Tramazzo è la vallata più larga e ventilata, con terreni più profondi che scolpiscono etichette più fresche ed eleganti. L’Ibola è quella più alta, più austera, più gelida. Boschi ovunque, superfici di arenaria pura, magre e povere che si traducono nel calice in sapidi aromi di mirtillo, spezie, erbe selvatiche e sottobosco su trame tanniche molto fini. Il loro comune denominatore è la roccia marnoso-arenacea, formata da sabbie e conchiglie di un mare scomparso sei milioni di anni fa.
Una formazione geologica che a Modigliana, a differenza del resto della Romagna, si presenta in totale purezza. L’altitudine fa il resto, grazie anche alla felice anomalia della linea dell’Acquacheta che mantiene le temperature miti anche in montagna. È proprio qui che nel 1975 Gian Vittorio Baldi, produttore cinematografico, chiese a Veronelli dove piantare la vigna perfetta e lui rispose: alta quota, esposizione sud-est, vicinanza al bosco. Nacque così Castelluccio, l’inizio di tutto.

A distanza di mezzo secolo, Le Oréadi affrontano per la prima volta il mercato con una inedita batteria di cinque cuvées intitolate a ninfe e divinità. Vini precisi, puliti e affilati che prediligono la tensione alla consistenza. Albana in purezza, etichettato come DOCG Romagna Albana, il Claire 2025 è un’interpretazione tesa e verticale di questa varietà, abitualmente opulenta e ‘marmellatosa’, in cui prevalgono invece sottili e delicati sentori di biancospino, mela verde e scorza di limone.
Più morbido e intenso, il Trebbiano Romagnolo Pan 2025 punta dritto sulle erbe di montagna e sulla speziatura tipica dei suoli di arenaria marnosa di Modigliana, con una stratificata sapidità a dir poco entusiasmante per la tipologia che lascia presagire luminosa longevità. Lo Chardonnay Erato 2025 è un turbinoso ed emozionante giro sull’ottovolante: eleganti profumi di caprifoglio e pesca bianca si avvicendano a ficcanti nuances di frutta secca a guscio e roccia bagnata, imperlati da ricordi di spezie dolci e crosta di pane. Il sorso è snello, vibrante e asciutto. Il perentorio allungo finale lascia in bocca una fresca e balsamica ventata di aria marina.

Il versante dei rossi si apre con il Rubicone IGT Sangiovese Narciso 2024 (dalla vendemmia 2025 diventerà Sangiovese Predappio), un vino giocato sulla croccantezza del frutto che non vuole impressionare al primo sorso, ma ama svelarsi calice dopo calice davanti a un goloso piatto di cappelletti al ragù. Il fratello Eco 2025 ingrana una marcia superiore e palesa le formidabili potenzialità del Sangiovese di montagna. L’anima floreale e silvestre, le nitide note di amarena e ribes nero, abbellite da cenni di arancia sanguinella, la stratificata mineralità che evoca la pietra focaia, la leggiadra energia dei setosi tannini e la dinamica chiusura salivante lo associano a pieno titolo a un grande Chianti Classico di Radda o di Lamole.
Mentre il primo millesimo del Pinot Nero riposa dolcemente nei tonneaux, Sara e Lucrezia si apprestano a piantumare altri quattro ettari di Pinot Nero e due di Chardonnay sempre lassù, a 650 metri: il sogno della “Côte d’Or tosco-romagnola” diventa così, quasi per incanto, realtà. Loro si chiamano Le Oréadi come le ninfe dei monti, figlie di Gea, compagne di quella Artemide che cacciava le prede proprio sui boscosi pendii collinari. Ninfe borgognone, quindi, con l’ambizione e le carte in regola per diventare l’eccellenza assoluta di questo selvaggio e incontaminato territorio.
