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Fontanafredda tra storia, visione e Rinascimento Verde

Dalle origini risorgimentali alla svolta biologica del “Rinascimento Verde“: Andrea Farinetti racconta a oscarwine la storia e l’evoluzione di Fontanafredda, tra visione imprenditoriale, rispetto del territorio e centralità del lavoro artigianale.

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La nascita di Fontanafredda
“Fontanafredda, come tutte le cose belle, nasce da una storia d’amore: quella tra il Re Vittorio Emanuele II e la ‘Bella Rosina’. Rosa Vercellana ha appena sedici anni quando s’innamora del sovrano. Alla morte della regina, stanca delle continue amanti del re, Rosa gli pone un aut aut: la loro relazione deve finire. Vittorio Emanuele, disperato all’idea di perderla, le professa amore sincero e le chiede come farsi perdonare. Lei risponde: ‘Regalami Fontanafredda’.”

“All’epoca Fontanafredda è soltanto il toponimo di una zona collinare con un bosco di piante secolari. Il sovrano vuole accontentarla ma la terra appartiene a circa cento proprietari differenti che, con la tipica diffidenza piemontese, rifiutano di vendere. Ricordandosi del proprio potere, il re emana un editto di esproprio reale, rileva i terreni a metà del loro valore e li unifica. Lì fa poi costruire la Villa Reale, che diventa la loro tenuta estiva destinata a caccia, banchetti e feste.”

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L’erede illuminato
“È poi il figlio della coppia, Emanuele Alberto, a dare una svolta decisiva. Poiché nato da un matrimonio morganatico, non può ereditare la corona; gli viene così attribuito il titolo di Conte di Mirafiori. La storia narra che Vittorio Emanuele II e Cavour si trovino ai Murazzi, noto luogo di ritrovo torinese. In vista della nascita del figlio e indeciso sul titolo da assegnargli, il re guarda la mappa della città: nota il quartiere Mirafiori e sceglie quel nome (divenuto poi Mirafiore nelle trascrizioni successive).”

“Emanuele Alberto si rivela un uomo geniale, una sorta di ‘Olivetti ante litteram’. Capisce l’importanza di produrre grandi vini su larga scala; studia quindi i modelli francesi in Borgogna e Champagne per comprenderne i segreti. Tornato in Piemonte, applica quelle tecniche ai vitigni locali: il Nebbiolo per i grandi rossi e il Moscato per dolci e bollicine. L’idea dello spumante a base Moscato è già nata con Carlo Gancia ma il Conte ha il merito di svilupparla su grandissima scala.”

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La trasformazione
“Per realizzare il progetto, comprende che servono i migliori ingegneri dell’epoca per costruire cantine all’avanguardia: nasce così a Fontanafredda una rivoluzione del mondo vinicolo ottocentesco. Oltre alle strutture, però, serve la manodopera. Emanuele Alberto sa che i dipendenti devono stare bene per lavorare al meglio. Anziché una sempliceazienda, fonda quindi un vero villaggio: costruisce le case per le famiglie, la chiesa, la scuola e l’asilo per i bambini. In un’epoca dominata dalla mezzadria, introduce a fine Ottocento il concetto di salariato agricolo, tra i primi in Italia. Comprende che, invece di dividere passivamente il raccolto, retribuire il lavoro e acquistare le uve consente di selezionare la qualità e stimolare l’eccellenza.”

“Inoltre crea la FAO (Fratellanza Agricola Operaia): ogni pomeriggio alle diciotto riunisce gli abitanti per fare cultura, arrivando a leggere le opere di Dostoevskij. È convinto che con l’istruzione cresca la qualità del lavoro, poiché le persone imparano a pensare. Il risultato è straordinario: a Serralunga d’Alba, chi vive e lavora a Fontanafredda — allora nota come ‘Case di Mirafiori’ — viene soprannominato ‘il Signore di Serralunga’, per via di un benessere e di tutele introvabili altrove.”

“Costruisce poi le cantine su tre livelli sfruttando la forza di gravità, quando ancora non esistono l’elettricità e le pompe di travaso. Senza impianti di controllo termico — negli anni in cui Pasteur ha da poco svelato i meccanismi della fermentazione che danno vita al vino moderno —, crea dei bracieri per gestire la temperatura nelle botti. Proprio qui, nel 1887, nascono le prime vasche vinicole in cemento della storia. Il materiale, inventato nel 1861 in Inghilterra, viene lavorato da maestranze svizzere, le più abili del settore. Da Fontanafredda queste vasche si diffondono nel Nord Piemonte, arrivano in Sardegna (con Sella & Mosca nel 1902) e sbarcano infine in Francia.”

“Progetta anche la ‘Rotonda’, il primo impianto di pigiatura post-industriale: una struttura circolare in cui l’uva, selezionata e fatta cadere dall’alto, viene pigiata con i piedi azionando un carretto, dando vita a una vera “giostra del vino“. Emanuele Alberto si dimostra un autentico genio: valica i confini nazionali, esporta in tutto il mondo e vince concorsi enologici a Chicago e Los Angeles negli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento. Purtroppo, complice la grande passione per il bere, a soli 46 anni viene stroncato da una cirrosi epatica.”

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La fine della dinastia
“A lui succede il figlio Gastone, un uomo del tutto simile al nonno re: amante della bella vita, della politica e delle donne. Trasferitosi a Roma, affida la gestione aziendale a un manager ma nel 1931 la morsa della fillossera unita alla grande crisi del ’29 mette in ginocchio Casa di Mirafiore, che finisce all’asta. Il battitore decide di dividerla nei suoi due grandi asset: il Monte dei Paschi di Siena si aggiudica la tenuta per 1.600.000 lire, mentre Gancia acquista il marchio Mirafiore per circa 160-180 mila lire.”

“Gancia utilizza il marchio per produrre Barolo per un decennio, per poi metterlo da parte e concentrarsi sulle bollicine. Nel frattempo il Monte dei Paschi gestisce Fontanafredda per ben 77 anni trattandola come un caveau bancario, tutelandola e preservandola in modo straordinario. Tuttavia, non essendo il vino il proprio core business, l’istituto non riesce a interpretare al meglio le evoluzioni del territorio e della viticoltura locale. Così, con l’arrivo della crisi del 2008, la banca decide infine di dismettere i propri asset non strategici. Tra questi c’è proprio Fontanafredda, insieme ad altri investimenti diversificati.”

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L’acquisizione dell’azienda
“Noi stiamo già acquisendo un’altra azienda senza cantina e non abbiamo alcuna intenzione di imbarcarci in un’avventura simile, trattandosi di una realtà mastodontica. Tutto cambia quando mio nonno legge sulla Gazzetta d’Alba dell’opportunità. Chiede a mia nonna di telefonare a mio padre per dirgli di presentarsi d’urgenza. In Piemonte, di fronte a un richiamo del genere, si sale in auto e si va. Così mio padre corre ad Alba da lui e lo trova in cucina, vero cuore dell’ambiente domestico piemontese dell’epoca, seduto in poltrona con il giornale in mano. Mio nonno chiede: ‘Hai visto la Gazzetta di oggi?’ e spiega che la banca vende Fontanafredda, proponendogli di andarla a vedere.”

“Mio padre frena: ‘Stiamo già facendo un’altra operazione importante’. Il nonno è anziano e fa molta fatica — la tenuta viene acquistata nel 2007 e lui ci lascerà a inizio 2009 —, ma insiste: ‘Dai, portami a vederla’. Alla fine mio padre lo accontenta: basta varcare la soglia per prendere la decisione. All’uscita dalla visita hanno già deciso di comprarla. Si arriva così all’acquisizione tra il 2007 e il 2008, e mio nonno fa in tempo a godersela ancora per un anno.”

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La svolta biologica
“All’epoca Fontanafredda era un’azienda molto diversa da quella che è oggi. Nel 2008 producevamo 7 milioni di bottiglie e oggi i numeri sono molto simili; quindi, a una prima lettura, si potrebbe pensare che non sia cambiato nulla. In realtà è cambiato tutto. Nel 2008, 5 milioni di bottiglie erano rappresentati da Asti e spumanti a metodo Charmat; oggi, invece, oltre 5 milioni sono suddivisi tra Barolo, Nebbiolo e Alta Langa. La vera trasformazione ha riguardato l’impostazione agricola.”

“Abbiamo deciso di lavorare molto di più sulla terra, partendo da un’agricoltura pulita senza concimi di sintesi né diserbanti, per poi compiere il passaggio al biologico certificato. In questo percorso abbiamo coinvolto 318 agricoltori del territorio a seguirci verso pratiche sostenibili. Questo ha espresso un ruolo sociale fondamentale per la nostra terra: un conto è lavorare esclusivamente per se stessi, un altro è farlo per l’intera comunità. Lì c’è stata la crescita più importante: la capacità di infondere fiducia e fare da traino per il territorio.”

“Lavorare sul Barolo ha significato gestire 120 ettari di proprietà, tutti certificati biologici e situati tra i cru più belli delle Langhe, tornando a vinificarli separatamente. Abbiamo compreso che, oltre ai cru del Barolo, si potevano individuare territori vocati anche per varietà meno celebrate come Barbera, Dolcetto e Arneis, avviando un progetto orientato a fine wines accessibili a tutti. Questa svolta sostenibile nasce da un approccio mentale, culminato nel post-Covid con il nostro ‘Rinascimento Verde‘: l’idea che il rispetto della terra debba trasformarsi in rispetto per le persone.”

“Concretamente, ciò significa utilizzare solo bottiglie in vetro riciclato all’80% e bottiglie leggere per circa il 30% della nostra produzione, etichette organiche o riciclate, tappi in sughero, in sughero micro-naturale senza poliuretano e in plastica riciclata, cartoni derivanti da una gestione responsabile delle foreste e carta riciclata, così come le cassette in legno. Oltre alle certificazioni biologica e vegana, siamo sostenibili secondo il disciplinare Equalitas, con un monitoraggio costante di energia e acqua.”

“Disponiamo di un depuratore che restituisce alla natura il 100% delle acque reflue più pulite di come le abbiamo prelevate, abbiamo ridotto i consumi energetici grazie al relamping e installato un cogeneratore a biometano. A questo si aggiunge la tutela della biodiversità col progetto ‘Bosco Vigna‘, l’impianto di oltre 350 alberi, la ricostituzione di zone umide e il reinserimento di animali utili all’equilibrio agricolo. La sostenibilità guida il nostro futuro, affiancata da un’attenzione sartoriale nelle vinificazioni di ogni singolo appezzamento.”

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ANDREA FARINETTI

Fontanafredda oggi
“In questo contesto arrivo nel 2014 in punta di piedi. Avevo iniziato il percorso a Borgogno nel 2010, occupandomi di un’azienda più piccola ma con 250 anni di storia, dove il margine d’errore doveva essere pari a zero. Sono giunto qui con una consapevolezza precisa: tutto ciò che avevo imparato si poteva replicare. Qualità e artigianalità non dipendono dalle dimensioni, ma da mentalità e volontà. Se l’approccio è orientato all’eccellenza, gli stessi princìpi si applicano anche su grandi numeri.”

“La vera differenza sta nel superare l’idea di fare tutto da soli e imparare a delegare a chi è più bravo di noi. L’umanità si è evoluta sulle relazioni di fiducia e spezzarle è una follia. Dobbiamo tornare a costruire rapporti basati sulla stima reciproca. In cantina ho 24 persone — quasi tutti enologi ed enotecnici — impegnate tra botti, travasi e imbottigliamenti: sapere che in ogni fase ciascuno è più preparato di me e riporre in loro la mia fiducia permette al lavoro artigianale di esprimersi al meglio, evitando la standardizzazione per puntare all’unicità.”

“È ciò che abbiamo voluto realizzare a Fontanafredda, e ci stiamo riuscendo alla grande. Oggi cerchiamo tutti la sfumatura e la perfezione. Sappiamo che la perfezione assoluta è irraggiungibile per noi esseri umani, imperfetti per natura, ma è proprio quella sfumatura a rendere la ricerca dell’unicità qualcosa di straordinario.”

Il racconto non finisce qui…a breve la prossima puntata…

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