Centinaio: ‘Ascoltiamo i trattori e aiutiamo il vino’

Negli ultimi anni, il vino italiano è cresciuto in qualità, nell’export, nella considerazione dei wine lovers stranieri e nei consumi nazionali. L’altra faccia della medaglia raffigura una serie di pericoli per il settore. Dal ritorno e proliferare delle malattie della vite – che hanno colpito duramente alcune regioni – ai cambiamenti climatici, passando per le proteste degli agricoltori.

Un anno fa, incontrammo Gian Marco Centinaio, ex sottosegretario alle politiche agricole alimentari e forestali (e prima ministro), poco dopo la sua nomina a vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana, parlando di vino che ripartiva dal Senato. Siamo tornati da lui per fare il punto della situazione su un settore che dà grandi soddisfazioni ma vive sotto non una, ma diverse spade di Damocle.

Senatore, partiamo da un tema molto caldo: la peronospera. Possibile che non si potesse fare niente per evitare le catastrofi in Toscana, Abruzzo, Marche e parte della Puglia?
Non mi piace ragionare con il senno di poi. Il cambiamento climatico, la riduzione nell’uso di pesticidi, la difficoltà ad affrontare i costi delle misure di prevenzione rendono più difficile evitare e affrontare il diffondersi di malattie delle piante. Noi invece dobbiamo aiutare gli agricoltori a mettersi nelle condizioni di poterlo fare, con un sostegno finanziario o allargando le maglie di alcune norme. Contemporaneamente, stiamo lavorando per applicare il progresso scientifico e tecnologico all’agricoltura. Voglio segnalare in questo senso che è stata presentata la prima richiesta di sperimentazione su campo di una coltivazione ottenuta con le Tecniche di Evoluzione Assistita, nello specifico di una pianta di riso. Si tratta di una tecnica genomica del tutto naturale, lontana dagli OGM e priva di alcun rischio, che abbiamo reso possibile anche grazie a una mia proposta di legge che è stata recepita dal governo. Se le sperimentazioni daranno i risultati sperati, potremo coltivare piante più resistenti alle malattie e alla siccità, senza perdere la qualità del prodotto e le garanzie di sicurezza per i consumatori.

Parlando di prevenzione, quando era ministro ha cercato a lungo di fare qualcosa per gli invasi, utili non solo per gli agricoltori ma anche per i contadini. Sono pochi, la Sicilia già parla di calamità naturale e lei non è stato seguito sull’argomento. Non siamo in ritardo?
Purtroppo sì, siamo già in ritardo anche per la prossima estate. I lavori hanno bisogno di tempo e, se anche partissero oggi, le opere potranno entrare in funzione solo in vista del 2025. Come ricordava, io sono stato tra i primi a sollecitare la realizzazione di un piano invasi, già nella scorsa legislatura. Non possiamo continuare a trattare la siccità come un’emergenza e parlarne solo quando vediamo i letti dei fiumi asciutti, è una condizione che dobbiamo affrontare con interventi strutturali. I troppi no degli ambientalisti hanno impedito finora la realizzazione delle infrastrutture necessarie, è il momento di superarli e spero che il Commissario nominato dal Governo sia nelle condizioni di farlo al più presto.

Siamo a gennaio e i giorni della merla in alcune regioni ricordano più la primavera che l’inverno. Cosa prevede per il settore del vino?
Più che per le temperature, la preoccupazione è proprio per la siccità. La mancanza di pioggia e soprattutto di neve è un grosso problema per le nostre colline. È la neve che, sciogliendosi in primavera, alimenta le falde acquifere. Senza, rischia la produzione di vino e non solo, penso ad esempio anche al tartufo.

Le faccio una domanda sulla sua zona, l’Oltrepò Pavese. Da voi si producono ottimi pinot neri o spumanti a base pinot, tanto da essere a un passo dal podio delle bollicine più vendute in Italia. Cosa manca per fare il salto di qualità?
Purtroppo manca la consapevolezza delle potenzialità che questo territorio può esprimere. Però devo dire che guardo anche con ottimismo al lavoro che sta compiendo la nuova generazione di produttori. Grazie a loro, i vini dell’Oltrepò stanno ottenendo numerosi riconoscimenti internazionali per la loro qualità, con uno straordinario ritorno di immagine per tutta l’economia della zona.

Torniamo a un tema discusso da tempo: gli avvisi sulle etichette sanitarie. Come procede la battaglia con l’Europa?
Non mi sembra che ci siano significativi passi avanti e dubito che possano esserci finché sarà in carica l’attuale Commissione Europea. Il passaggio delle elezioni del prossimo giugno sarà decisivo anche in questo senso. La nostra speranza è di riuscire a insediare a Bruxelles una nuova maggioranza e una nuova Commissione più sensibili ai temi dell’agroalimentare e più consapevoli della necessità di tutelare le produzioni di qualità. In questi anni, invece, abbiamo visto troppe norme restrittive, che non hanno portato alcun vantaggio ai consumatori e, anzi, hanno fatto perdere competitività al “Made in” e creato condizioni di concorrenza sleale per alcuni prodotti. Le etichette allarmistiche sul vino imposte dall’Irlanda con il beneplacito dell’Europa rientrano in questo discorso.”

Senatore, parliamo della marcia dei trattori. Cosa pensa di questa protesta che si sta allargando a macchia d’olio in Europa?
“Innanzitutto, penso che meriti di essere ascoltata. Gli agricoltori sono persone concrete: non chiedono la luna, ma solo di poter continuare a lavorare e a produrre quelle materie prime che caratterizzano il Made in Italy agroalimentare e la dieta mediterranea. Invece, per anni sono stati ignorati da una Commissione che ha fatto dell’ambientalismo una bandiera ideologica da sventolare a scapito di imprese, lavoratori e famiglie. Solo ora, con i trattori per le strade di mezza Europa e le elezioni alle porte, Ursula Von der Leyen sta provando con qualche giravolta a venire incontro alle loro richieste. Ma ormai è troppo tardi, si può mettere qualche pezza sugli errori commessi, ma un vero cambio di strategia si potrà avere solo con una nuova maggioranza, come dicevo prima. Per noi, la sostenibilità ambientale è importante, ma deve andare di pari passo con quella economica e sociale. Questo vale ancora di più per gli agricoltori, che sono i primi custodi del territorio e dell’ambiente e invece sono stati trattati come un pericolo.”

Contadini e agricoltori sono davvero l’ultima ruota del carro nonostante siano loro a produrre?
“Purtroppo è spesso così. Per rimanere in ambito europeo, penso alla mancanza di reciprocità nelle norme che regolano le produzioni agricole. I nostri agricoltori sono costretti a sottoporsi a determinati vincoli ambientali, a non utilizzare prodotti che possono essere dannosi per la salute dei consumatori, a rispettare i diritti dei lavoratori. Tutte cose sacrosante. Però poi importiamo a prezzi molto inferiori le stesse merci che produciamo anche noi da Paesi che non si pongono il problema dell’inquinamento, utilizzano fitofarmaci a rischio, fanno lavorare i bambini come schiavi nei campi. È concorrenza sleale e l’Europa dovrebbe impedire che questo accada, anche imponendo nei confronti di questi Paesi dazi e clausole di salvaguardia. Venendo all’Italia, ricordo che esiste una legge sulle pratiche sleali nella filiera agricola e alimentare. Quelle norme dovrebbero garantire che gli agricoltori ricevano un compenso adeguato per i loro prodotti, in proporzione al prezzo di vendita al consumatore. Invece purtroppo queste norme non sono applicate e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, come in questi giorni.”

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