Masùt da Rive, una degustazione che convince

Chi associa Mariano del Friuli al rinvenimento di armi legate all’Operazione Gladio avvenuto negli anni Novanta, dopo la degustazione che stiamo per raccontarvi ricorderà questo Comune per i vini di Masut da Rive.

Parliamo di una azienda vinicola a conduzione familiare, gestita da quattro generazioni dai Gallo che, negli anni Ottanta, ebbero l’intuizione di convertire la loro attività agricola alla coltivazione di uve e produzione di vino, in seguito a un viaggio del patriarca Silvano in Francia. Da qui, la decisione di portare il Pinot Nero in Friuli, coronata dopo alcuni anni di tentativi e lavoro, con la prima etichetta targata 1990.

LA FAMIGLIA GALLO

Partiamo proprio da questo prodotto: il Pinot Nero 2020, un vino destinato a stare molti anni in cantina, praticamente degustato nella sua infanzia. Parliamo di un vino che passa per la fermentazione malolattica e rimane per un anno ad affinare in barriques di rovere francese da 300 litri. La giovinezza di questo Pinot si sente tutta nelle note preponderanti di frutta rossa con leggeri accenni di erba e tabacco, che promettono di venire fuori più marcatamente fra qualche anno, regalando al vino maggiore complessità e spalle più larghe. Proprio per questo, torniamo a scrivere che per alcuni vini servirebbe la pazienza di investire e tenerli in cantina prima di venderli. Il Pinot Nero di Masut da Rive rientra in questa casistica e ci dimostra che in Friuli quest’uva si può coltivare con ottimi risultati, a differenza di quanto si diceva in passato. Provare per credere.

Rimaniamo sui rossi e parliamo del Sassirossi 2020, un blend di Merlot (60%) e Cabernet Sauvigon (40%), due principi a bacca rossa friulani, anche questo lasciato a riposare in barriques di rovere francese da 300 litri per dodici mesi. La tipica morbidezza del Merlot è evidente, così come si sente marcatamente una polposa e dolce fragola matura, seguita da una nota erbacea molto lunga che intriga e occupa piacevolmente il palato nel finale. Un cucciolo rubino dai riflessi violacei che riassaggeremo (stessa annata) volentieri dopo l’estate perché può dare ancora molto.

Passiamo dalla linea White Label a “Gli scudi”, dai rossi ai bianchi, partendo dal Friulano (annata 2021), quello che una volta era il Tocai. Questo vino ci ha divisi; è un prodotto semplice ma ben fatto, più intenso che persistente. Ideale per chi non ama i grandi profumi, una bevuta “lunga” ma un prodotto semplice, deciso e con una buona sapidità. Ben fatto ma il gusto personale pesa.

Di un altro livello e complessità il Sauvignon Blanc 2021. Ci troviamo di fronte a un vino didascalico, ben fatto, un esempio calzante di Sauvignon Blanc a partire del classico riconoscimento di pipì di gatto forse un po’ accentuato ma, considerato l’anno di vendemmia particolarmente caldo (l’estate 2021 è stata fra le più torride e siccitose), dovuto probabilmente a una vendemmia anticipata. Fastidioso? Assolutamente no e risultano piacevoli le note agrumate che si sviluppano alla degustativa.

Torniamo alla White Label e chiudiamo con il Maurus Chardonnay 2020. Un vino che ci aspettavamo paglierino si è presentato quasi dorato e gli archetti hanno subito dichiarato un buon alcol, ritrovato alla gustativa. Un prodotto piacevole, rotondo, quasi vellutato – ben bilanciato con l’acidità – con note di frutta secca e di frutta bianca e gialla.

In definitiva, tre bianchi che, senza bisogno di legno (ad eccezione del Maurus, dove l’uso della barriques non è invadente) o accorgimenti strani, hanno tirato fuori il meglio e che rispecchiano quanto ci si aspetta dai rispettivi vitigni.

Chi crede che i vini vadano asserviti ai gusti di mercato e modificati in quel senso – esasperando alcune caratteristiche se non stravolgendo il prodotto – potrebbe non amare questi vini; invece ci troviamo di fronte a una cantina che non solo rispetta le uve, ma che rispecchia nel bicchiere le scelte green dell’azienda.

Oggi termina il primo quadrimestre nelle scuole: per noi Masut da Rive è già promossa a pieni voti.

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