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Mazzolino, la collina del pinot nero

Venti ettari di vigneti che si sviluppano senza soluzione di continuità intorno ad un colle, sulla cui sommità sorge la tenuta di famiglia. Siamo a Corvino San Quirico nel cuore dell’Oltrepò Pavese, dove ad inizio anni ’80 Enrico Braggiotti fondò l’azienda Mazzolino; ne ha raccolto l’eredità la nipote Francesca Seralvo, che oggi racconta a oscarwine storia e progetti futuri della sua cantina.

FRANCESCA SERALVO

Come è nata Tenuta Mazzolino?
“Tutto parte dalle due grandi passioni di mio nonno, milanese di origini francesi: la sua grande famiglia e l’amore per il vino. Durante la ricerca di un luogo in cui poter riunire figli e nipoti per le grandi occasioni e allo stesso tempo produrre il “suo” vino, capitò a Mazzolino e si innamorò subito di questo posto, che già ai tempi era conosciuto da tutti come “la collina del pinot nero“. Su consiglio di Luigi Veronelli e Giacomo Bologna, suoi amici e compagni di storiche cene e bevute, decise di vinificare il pinot nero in rosso, abitudine poco consueta a quei tempi, mettendo in commercio la prima bottiglia nel 1985. Non contento nonostante gli ottimi risultati raggiunti, volle far fare un ulteriore salto di qualità ai suoi vini e verso la fine degli anni ’90 invitò il giovane enologo greco Kyriakos Kynigopoulos (di cui aveva letto meraviglie in un articolo di Le Figaro sui suoi metodi rivoluzionari in Borgogna) a collaborare con lui. Questa collaborazione va avanti ormai da 25 anni e devo ammettere che ha fatto la differenza, soprattutto in cantina”.

Ci parli del suo ingresso in azienda.
“Sono molto legata a questi luoghi, essendo cresciuta tra le vigne a Mazzolino (ricordo che già da piccola andavo a Vinitaly in braccio a mia madre), ma i miei studi in giurisprudenza mi avevano portato in un’altra direzione. Nel 2015, dopo che mia madre si era occupata dell’azienda per più di 20 anni, ho ricevuto la chiamata inaspettata del nonno, che mi ha comunicato di avermi scelto tra i suoi dodici nipoti come erede della tradizione di famiglia. Ad un invito del genere non si poteva ovviamente dire di no, così ho lasciato la mia attività di avvocato ed eccomi qui”.

Come è cambiato il pinot nero dai vostri inizi ad oggi?
“È cambiato tutto intorno a noi. Quando eravamo piccoli, il periodo della vendemmia coincideva con l’inizio della scuola, mentre oggi si parte quasi un mese prima. Questa differenza si sente sulla produzione: forse non è cambiato il nostro vino, ma si è modificato sicuramente il modo di lavorare rispetto ai cambiamenti climatici. Bisogna cercare di adattarsi per dare continuità e coerenza ai vini che produciamo“.

C’è ancora distanza con i “cugini” francesi?
“Per nazionalismo non dovrei dirlo ad alta voce, ma la risposta è sì, c’è ancora una grossa distanza. Dominique Leboeuf, direttore della Station Oenotechnique de Champagne, con cui collaboriamo per le nostre bollicine, ad una mia osservazione compiaciuta sulla qualità della nostra produzione una volta rispose: “Noi abbiamo trecento anni di storia più di voi, non ci raggiungerete mai“. Per quanto si possa migliorare, la differenza non credo sia colmabile, se non sul lungo periodo”.

Ha un sogno per il vostro pinot nero?
“Ogni anno si ricomincia da zero ed ogni vendemmia porta con sè il suo sogno, cercando sempre di fare meglio dell’anno precedente. La particolarità nella vita di un vignaiolo è che si hanno al massimo una trentina di tentativi per migliorarsi, al contrario di quasi tutti i processi produttivi moderni. L’altro mio sogno è che l’Oltrepò come territorio riesca a raggiungere il successo che merita. Siamo ancora un po’ indietro sotto tanti aspetti, anche se le nuove generazioni stanno dando un grosso impulso, sia dal punto di vista della cultura enologica che della comunicazione: ormai si è capito che puntare sulla qualità ripaga sempre, in termini economici e di prestigio. È finita l’epoca delle damigiane e del vino sfuso”.

Facciamo una panoramica sulla produzione.
“Lavorando solo le nostre uve, i numeri possono cambiare di anno in anno, ma ci siamo attestati sulle 100.000 bottiglie, con circa un 60% di export concentrato principalmente verso USA, Australia e Giappone. Siamo molto fedeli al territorio e quindi seguiamo le parole di Kyriakos: “Dove viene bene il pinot nero, deve venire bene anche lo chardonnay, come in Borgogna”. I nostri vini sono tutti monovarietali: Blanc de Blancs e Cruasé come bollicine, il Blanc e il Noir che sono le due riserve e quelli che chiamiamo “vini quotidiani”, cioè il Camarà e il Terrazze. Abbiamo poi una Bonarda che è il nostro legame con la tradizione dell’Oltrepò e una piccola produzione di moscato”.

A proposito del moscato metodo Martinotti…
“È un moscato dolce con bassa gradazione alcolica. Lo definirei non stucchevole, perchè mantiene una spalla di acidità e freschezza, caratteristica comune a tutti i nostri vini”.

Piantereste altri vitigni per arricchire la vostra offerta?
“Decisamente no. Il nostro punto di forza è quello di fare poche cose, ma fatte bene. È vero che il vino si fa in vigna più che in cantina e per noi è quasi un’ossessione, la curiamo in modo maniacale: il nostro trattorista che lavora con noi da 30 anni conosce quasi ogni pianta per nome. Per fare una proporzione, abbiamo un solo cantiniere e sei persone in campagna. Sembra che il lavoro non finisca mai, ed abbiamo solo 20 ettari; a volte mi chiedo come faccia chi ne ha il doppio o il triplo. Dopo quarant’anni di attività, credo sia troppo dispersivo iniziare una nuova produzione lavorando qualcosa che non si conosce alla perfezione. Avevamo una piccola produzione di cabernet perchè piaceva a mio nonno, ma ho deciso di abbandonarla”.

Come avete affrontato la pandemia e cosa vi aspettate con il ritorno alla normalità?
“È stato un anno molto complicato per chi come noi lavora quasi esclusivamente con la ristorazione, e le prospettive non sembrano buone: mi è capitato di leggere un report in cui si ipotizzava un ritorno ai numeri pre-covid nel settore dell’Ho.re.ca. non prima del 2024. Sono stupita positivamente però dalla ripresa di questi ultimi mesi: entusiasmo e tanta voglia di fare, soprattutto tra i ristoratori. Se vogliamo trovare un aspetto positivo, per me che sono spesso in viaggio per lavoro, l’essere rimasta ferma a Mazzolino per un anno intero, vivendo la cantina giorno per giorno, è stato davvero bello. Il mio consiglio è quello di acquistare i vini della vendemmia 2020: con tutti gli enologi ed i tecnici bloccati nelle aziende, si è gioco forza lavorato molto bene”.

Progetti per il futuro?
Vorremmo concentrarci sull’ospitalità. Stiamo ristrutturando la villa dove ha vissuto mio nonno, che purtroppo è mancato un anno e mezzo fa, per trasformarla in un relais e la tenuta ospiterà cerimonie, eventi e degustazioni. Credo che il futuro vada nella direzione dell’enoturismo e della condivisione di esperienze. Il mio desiderio è che mia sorella voglia prendersi carico di questa nuova impresa, perchè per me sarebbe impossibile seguire tutto da sola. In fondo siamo sempre stati una grande famiglia, no?”