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Professioni del vino: Carlotta Salvini, sommelier

Carlotta Salvini, senese, trentuno anni, contradaiola della Torre e miglior sommelier Fisar 2019, 17mila follower su Instagram. Capita spesso di leggere di donne del vino descritte, a volte banalizzate, in poche righe, dove il sesso, la città di nascita e il numero di persone che le seguono sui social sembrano essere più interessanti della loro storia, del percorso di studi, dei traguardi tagliati e soprattutto delle persone e professioniste che sono. Se volete conoscere superficialmente Carlotta Salvini fermatevi qui, altrimenti proseguite la lettura.

Carlotta, sei toscana, una delle regioni simbolo del vino italiano. Origini a parte, come è nata l’idea di diventare sommelier?
Ho intrapreso questo percorso durante gli studi universitari, quando frequentavo la facoltà di agraria di Firenze. Sapevo come nasceva il vino ma non possedevo il linguaggio per comprenderlo, interpretarlo, descriverlo. Così, dopo una vendemmia, ebbi un colpo di fulmine e decisi di iscrivermi al corso da sommelier e mi appassionai alle degustazioni. Ho scoperto una grande risorsa del nostro paese, un patrimonio italiano che mi ha dato motivo di viaggiare, curiosare, scoprire realtà, conoscere persone, assaggiare vini. È nato tutto così, poi ho deciso di laurearmi in enologia, sempre a Firenze.

Adesso, cosa fai nella vita?
Lavoro a Felsina, nel Chianti Classico, dove, oltre a fare la sommelier, mi occupo di marketing, social media e comunicazione.

Soffermiamoci sulla professione della sommelier. Quali sono le prospettive per questo lavoro alla vigilia di un’estate che potrebbe registrare una significativa regressione della pandemia che ha bloccato per mesi il settore?
Abbiamo voglia di riprendere la vita di sempre, tornare a una vita “ordinaria”, fatta di convivialità, incontri e esperienze dal vivo. In questi mesi siamo stati messi alla prova, costretti a una migrazione online che ha avuto buoni risultati e che, probabilmente, non andrà ad esaurirsi: il web può essere uno strumento a supporto degli eventi dal vivo. Le prospettive mi sembrano buone, il trend positivo.

Cosa pensi degli eventi/degustazioni online? L’esperienza dice che ci sono ostacoli non facilmente superabili.
Lo strumento tecnologico deve essere saputo utilizzare. L’approccio agli eventi digitali non può essere identico a quelli dal vivo. Comunicare davanti a una platea – empatica – è diverso dal farlo davanti a uno schermo che è democratico – o sei interessante o non catturi l’attenzione – ma manca di calore, di sensazioni. Inoltre, sul web cambiano le tempistiche e le modalità di comunicazione, non tutti sono performanti in queste condizioni: servono la conoscenza dello strumento digitale, l’attitudine a usarlo e il giusto atteggiamento. Poi, bisogna distinguere tra una formazione online e una degustazione che mi lascia qualche perplessità e presenta difficoltà per possibili difetti del prodotto inviato a casa, scoglio in parte superato grazie all’uso dei campioncini, le mignonette: un sistema costoso, non alla portata di tutti ma funzionante.

Parliamo di Siena, la tua città: dichiarare contrada di appartenenza e abbinarla a un vino.
Sono della Torre! Il nostro motto è “oltre la forza… la potenza”, per questo abbinerei la mia contrada a un Barolo.

Rimaniamo in Toscana per parlare di sangiovese, un vitigno coltivato su diversi terroir, declinato in vari modi, con differenti e tutti ottimi risultati che vengono messi sullo stesso piano, confrontati e votati. Non lo reputi un errore?
È un grande gap della comunicazione. Il sangiovese è presente sul territorio in molte sfaccettature, è un fatto di una bellezza straordinaria ma un limite se questo messaggio non viene trasmesso correttamente, preferendo paragonare fra loro vini che non hanno niente in comune ad eccezione dell’uva. Prima o poi, si arriverà a parlare del vitigno e a cercare un sangiovese in base alle caratteristiche, non alle etichette. Il sangiovese, il nebbiolo e il pinot nero si modellano nel terroir, ci trasmettono le caratteristiche del suolo. Come dice l’adagio: il vitigno è il nome del vino, il terroir è il suo cognome.

Parliamo di altri paragoni che riguardano le donne nel vino. Ogni successo sembra eccezionale, un superamento dei limiti femminili, non la normalità come dovrebbe essere. Questa situazione è un problema di mentalità o di numeri?
Entrambi. Se si continua ancora a celebrare l’otto marzo è perché, purtroppo, ce ne è ancora bisogno. Siamo al pari degli uomini ma manca l’accessibilità a posizioni lavorative di un certo livello. Nel mondo del vino c’è sempre stata una predominanza maschile, ora meno forte ma comunque dominante. Qualcuno storce il naso a vedere una donna sul trattore o amministratore delegato di una cantina ma se c’è l’attitudine a un lavoro e la capacità di svolgerlo, qual è il problema?

Hai avuto problemi in quanto donna nel tuo lavoro?
Mi è capitata supponenza nei miei confronti e anche chi mi ha scambiata per l’assistente di un relatore o sommelier uomo. Purtroppo, questi inconvenienti capitano. Molestie? Se fiuto un atteggiamento strano giro i tacchi o faccio intendere che non è aria.

Vino preferito?
Brunello di Montalcino.

Vino che vorresti assaggiare?
Vini della Georgia, i più antichi al mondo. Ci farei volentieri un giretto, in particolare vorrei approfondire la conoscenza di alcuni tipi di vinificazione come quella in anfora.

Tempo fa hai detto che vorresti diventare produttrice. A che punto sei? Nel caso, dove vorresti aprire un’azienda e quale vitigno coltivare?
Prima o poi ci riuscirò, aspetto il momento giusto: prima devo fare esperienza sul campo, non si può improvvisare. Amerei aprire una cantina in Umbria, la terra di mio nonno materno, e produrre grechetto, sangiovese e sagrantino, sperimentando diversi tipi di vinificazione.

Ne riparleremo tra qualche anno allora…