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Sulle strade del Tour: la Savoia

Muovendo il naso all’insù, il Tour comincia a intravedere le Alpi. Oggi la settima tappa: si parte da Vierzon per arrivare a Le Creusot: con i suoi 249,1 chilometri, è la più lunga dell’intero Tour. Lunga e con quattro côte (piccole salite) che richiedono attenzione costante. Vierzon, prima volta al Tour, è nel dipartimento del Cher nella regione del Centro-Valle della Loira. Le Creusot è invece sede di tappa per la terza volta, la prima in linea.

Alaphilippe a Le Grand-Bornard

Sabato ottava tappa: eccole, le Alpi. Da Oyonnax verranno percorsi 151 chilometri con tante asperità da affrontare tutte nel Dipartimento dell’Alta Savoia per arrivare a Le Grand-Bornand. Si comincia con la Côte de Copponex, salita di 4ª categoria; poi ci sarà la Côte de Menthonnex-en-Bornes (3ª) e per gradire ben tre salite di 1ª categoria: Côte de Mont-Saxonnex (5,7 km con una pendenza media del 8,3%), Col de la Romme (8,8 km all’8,9%) e il più famoso Col de la Colombière (7,5 km a 8,5%) prima degli ultimi 14 chilometri di discesa per raggiungere Le Grand-Bornard. Oyonnax, capoluogo del Cantone di Ain, è città di tappa per la seconda volta. Le Grand-Bornand, è una stazione turistica dell’Alta Savoia per tutto l’anno: sci d’inverno, escursioni d’estate. Sette volte sede di tappa. Nel 2013 il portoghese Rui Costa conquistò la sua terza vittoria di tappa al Tour nell’edizione del centenario prima di laurearsi campione del mondo a Firenze. Qui tre anni fa, il 17 luglio, il francese Julian Alaphilippe conquistò  la sua prima delle cinque vittorie al Tour.

Domenica 4 luglio nona tappa, di poco più breve e più impegnativa di quella del giorno prima: Cluses-Tignes. Dopo i primi 20 chilometri percorsi nell’Alta Savoia, la tappa si snoda tutta in Savoia. Tignes, prima della pandemia, si segnalò nel 2019 per una frana che costrinse a interrompere la corsa all’ultimo momento sotto un autentico diluvio.  Fu la tappa in cui Egan Bernal conquistò quella maglia gialla che gli avrebbe consentito di vincere il Tour due giorni dopo a Parigi. Tornando all’oggi, i corridori dovranno scalare cinque colli. Si comincia dopo venti chilometri con la Côte de Domancy (2ª categoria, km 2,5 con una pendenza media del 9,4%); poi ci sarà il Col des Saisies (1ª categoria, km 9,4 al 6,2%); Col du Pré (HC, hors catégorie come dicono in Francia, km 12,6 al 7,7%); Cormet de Roseland (2ª categoria, km 5,7 al 6,5%); Montée de Tignes (1ª categoria, km 21 al 5,6%) prima dell’arrivo ai 2107 metri d’altitudine di Tignes con scollinamento a un paio di chilometri dall’arrivo a capo di una lunga salita finale. Cluses, capoluogo dell’Alta Savoia, è sede di tappa per la terza volta. Tignes, nella Valle Tarentaise, in Savoia nel Dipartimento Rodano-Alpi, è sede di tappa per la seconda volta. Nel 2007, con partenza da Le Grand-Bornard, vinse il danese Michael Rasmussen che conquistò anche la maglia gialla.

Dopo tanta salita, arriva finalmente il primo giorno di riposo, a Tignes: come da protocollo anti-Covid, tampone molecolare per tutta la comitiva: corridori e seguito.


GLI EROICI TERRAZZAMENTI ALPINI

In un famoso programma televisivo degli anni Settanta, un reporter chiese a Luigi Veronelli quale fosse il vino bianco italiano che si sarebbe portato su un’ipotetica isola deserta e il grande giornalista indicò senza esitazioni il Blanc de Morgex di Alexandre Bougeat, un curato di montagna formatosi enologicamente in Alta Savoia e poi trasferito dalla curia arcivescovile sul nostro versante del Monte Bianco. In posizione strategica sulla più importante via di comunicazione su cui transitano dai tempi dei romani gli scambi commerciali e culturali tra Francia e Italia, questa regione di confine vanta una cultura vitivinicola millenaria che beneficiò nel medioevo dei meticolosi studi condotti dai monaci cistercensi delle abbazie borgognone e degli eclatanti risultati qualitativi raggiunti nella sottostante valle del Rodano sulla leggendaria collina dell’Hermitage e a Châteauneuf-du-Pape.

Il vigneto savoiardo si estende lungo le pendici dell’intero arco alpino francese e trova un baricentro geografico nel borgo termale di Aix-les-Bains, adagiato sulla sponda orientale del profondo lago di Bourget. Gli arditi terrazzamenti che modellano gli impervi e scoscesi crinali alpini più settentrionali sono il luogo d’elezione della Altesse (chiamata anche Roussette) e della diffusissima Jacquère, due varietà a bacca bianca che sopportano bene le rigide temperature invernali. I Roussette de Savoie si caratterizzano per i seducenti aromi di frutti tropicali, biancospino e fiori d’arancio, equilibrati da una fresca vena acida e dal sentore croccante di mandorla tostata. I vini realizzati con la vigorosa Jacquère esternano invece l’anima granitica dei locali suoli calcareo-ghiaiosi nella tagliente trama agrumata e nei profumi vegetali degli alpeggi.

Spostiamo oggi la nostra attenzione verso un esplosivo rosso della piccola denominazione Isère Côteaux du Grésivaudan che colpisce fin da subito la fantasia per il graffiante nome fumettistico: La Bête. La selvaggia valle del Grésivaudan costeggia il massiccio della Chartreuse a nord di Grenoble ed è un’emergente frontiera del vino, resa ancor più interessante dallo spirito di valorizzazione di vitigni autoctoni che anima alcuni giovani produttori di questo territorio calcareo ricco di detriti morenici.

Le fragranti uve Gamay provenienti da vecchi impianti vengono assemblate in questa cuvée del Domaine des Rutissons a varietà locali come Peloursin, Joubertin, Mondeuse, Persan, Servanin, Alicante-durif e Etraire de la Dhuy. Ne nasce un vino impenetrabile e speziato dove i frutti di bosco e la susina sono valorizzati dagli eleganti profumi di chiodi di garofano, pepe nero e liquirizia. Sorretto da una fresca acidità e impreziosito da un retrogusto floreale, sorprende per eleganza, tipicità e piacevolezza di beva: in sintesi, davvero una bella “bestia”!