fbpx

Sulle strade del Tour: Rodano e Linguadoca

Le Alpi hanno regalato due giorni di grande spettacolo; la maglia gialla ha lasciato le spalle di Tadej Pogačar per passare su quelle di Jonas Vingegaard ma attenzione: la strada per arrivare a Parigi è ancora lunga e insidiosa, la vittoria finale è ancora tutta da decidere. La Grande Boucle scende a valle ma sbagliate se pensate che le prossime tappe siano tranquille. Al Tour (ma se per questo anche al Giro e alla Vuelta) è vietato rilassarsi.

Da Bourg d’Oisans a Saint-Etienne abbiamo un percorso (tre GPM tra seconda e terza categoria, molti su e giù) che favorisce i tentativi di fuga, ammesso che l’Alpe d’Huez non abbia lasciato tanto acido lattico nei muscoli dei corridori. Saint-Etienne ospita il Tour per la 27ª volta. Qui hanno vinto, tra gli altri, Geminiani, Bobet, Hinault, Herrera, Zoetemelk. L’ultimo vincitore è il belga Thomas De Gendt a capo di una fuga di oltre 200 chilometri nel 2019.

LAURENT JALABERT

Sabato 16 luglio si va da Saint-Etienne a Mende (13100 abitanti) città di tappa per la sesta volta. Ancora poca pianura, ancora tanti su e giù con un “muretto” a un chilometro e mezzo dall’arrivo: Montée de la Croix Neuve: 3 km al 10,2%. Il primo a vincere quassù è stato Laurent Jalabert nel 1995. Dieci anni dopo vinse per distacco Marcos Serrano. Poi nel 2010 toccò a Joaquim Rodriguez, nel 2015 a Stephen Cummings, e nel 2018 trionfò Omar Fraile.

Con la tappa numero 15, domenica 17 luglio, si conclude l’avvicinamento ai Pirenei. Si parte da Rodez per arrivare alla cittadella storica (e anche meta turistica) di Carcassonne (48200 abitanti) città di tappa per la 12ª volta tra partenze e arrivi. Qui hanno vinto, tra gli altri, Stablinski nel 1962, Magnus Cort Nielsen nel 2018 e l’anno scorso, Mark Cavendish. È una delle poche tappe per velocisti. Dopo il terzo e ultimo giorno di riposo, eccoli, in lontananza, i Pirenei: martedì 19 luglio 16ª tappa, Carcassonne-Foix (178,5 km). Foix (9600 abitanti), città nella Prefettura dell’Ariège è città di tappa per la 7ª volta.

Prepariamoci alla scorpacciata di Pirenei, andando a visitare le vigne di…

IL TERRITORIO

Il Rodano settentrionale è la patria indiscussa dei più eclettici e pregiati Syrah del pianeta. Il territorio è caratterizzato da un clima continentale e da suoli granitico-rocciosi che sulla maestosa collina dell’Hermitage, dove la leggenda narra sia stata estratta la celebre spada nella roccia, e nel comprensorio della denominazione Côte Rôtie (pendio arrostito dal sole) plasmano declivi vertiginosi e spettacolari. Quest’ultima è l’area viticola più a nord della vallata e vanta uno dei vigneti più antichi di Francia, completamente abbarbicato su ripidissimi terrazzamenti granitici con pendenze che sfiorano il 60%.

Le sfaccettate caratteristiche geologiche formano un caleidoscopico mosaico di terreni e trovano la massima vocazione enoica nella porzione vitata sopra Ampuis che si suddivide a sua volta in due rinomate sottozone dal nome evocativo: la Côte Blonde e la Côte Brune. La prima scolpisce vini eleganti dalla trama tannica fine e vellutata, la seconda rossi virili di profonda concentrazione e straordinaria capacità di invecchiamento.

IL VINO

Côte Rôtie Champin Le Seigneur – Domaine Jean Michel Gerin (Ampuis)
Da undici piccole parcelle dislocate in parte nella Côte Blonde e in parte nella Côte Brune, la sesta generazione della famiglia Gerin assembla una cuvée di grande persistenza aromatica e vellutata morbidezza in cui la potenza dello Syrah è smussata dall’assemblaggio di una piccola quota di Viognier. Il colore rosso rubino annuncia nel bicchiere profumi di violetta, ribes nero e pepe nero che si amalgamano al palato con vigorosi sapori di amarena, tamarindo, salamoia e tartufo. Il magnifico finale si allunga su emozionanti ricordi di cola, spezie dolci e torrefazione tra balsamici sbuffi mentolati.

Il moderato grado alcolico e i docili tannini cesellano insomma un assaggio intenso, di straordinaria freschezza e lunga persistenza aromatica che trova nei primi piatti di pasta all’uovo, come i locali ravioli del Delfinato, e nei teneri arrosti di vitello l’abbinamento vincente. Pensando alla grande cucina nostrana, il ricordo non può che tornare ai mitici “ravioli al plin” dell’indimenticata Lidia Alciati, un perfetto connubio di tradizione, manualità e memoria con quel ‘pizzico’ speciale che sigilla la pasta, tirata finissima attorno al ripieno di carne e verdure, trasformando l’agnolotto piemontese in un’opera di ingegno da servire nuda nel tovagliolo per valorizzarne la quintessenza.

IL TERRITORIO 

La Linguadoca, lunga striscia di terra quasi interamente vitata che si snoda sotto il Massiccio Centrale dal pedemontano Roussillon fino alla Camargue, è la regione vinicola più estesa e feconda del paese. La rapida ed efficace ricostruzione dei vigneti dopo la filossera permise alla regione di detenere già alla fine dell’Ottocento il primato di principale produttore transalpino, un traguardo che nel secolo scorso ha però spesso pregiudicato la qualità a scapito della quantità. Una svolta decisiva è giunta negli anni Novanta quando una nuova generazione di produttori ed enologi, viste le reali potenzialità del territorio, cominciarono a introdurre una serie di misure, anche drastiche, come l’estirpazione dei vigneti meno interessanti, la valorizzazione di quelli dalle potenzialità migliori, la riduzione delle rese per ettaro e l’ammodernamento delle pratiche di cantina.

La nuova regolamentazione del 2011 ha inoltre finalmente sancito la suddivisione dei vini secchi da tavola in una gerarchia piramidale che vede alla base la categoria Vin de Pays (Pays d’Oc), poi le denominazioni regionali (le AOC Languedoc e Côtes-du-Roussillon, nonché la IGP Côtes Catalanes), quindi i 18 Grand Vins du Languedoc e in cima le 6 appellations communales, tra cui spiccano sopra la cittadina di Béziers le rinomate Saint-Chinian e Faugères.

IL VINO

Faugères La Valinière – Domaine Léon Barral (Cabrerolles)
Le uve Carignan, Grenache e Cinsault, provenienti da vecchi impianti con età media di oltre cinquant’anni e coltivate con tecniche rigorosamente biologiche, vengono affinate per circa ventiquattro mesi in tini di acciaio. L’accurata selezione dei migliori acini, sia in vigna che in cantina, consente a Didier Barral di confezionare un rosso di grande struttura dall’impenetrabile tessuto granato scuro. Voluminoso e austero, esibisce un superbo profilo aromatico in cui i primari profumi di frutti di bosco lasciano dapprima spazio a note tostate di caffè e pepe nero, poi a nuances più evolute di cuoio e incenso. L’attacco vigoroso e i nobili tannini svelano una materia profonda e carnosa che si snoda su sapori di liquirizia, timo, menta piperita e frutta sotto spirito.

Perfetto per celebrare a tavola il rinomato “cassoulet” di Carcassonne, può essere di conseguenza un valido compagno della più rustica cassoeula milanese, nonché di ogni portata di carne in grado di sorreggerne il carattere e la potenza. Personalmente lo abbinerei al “maiale croccante all’arancia” del talentuoso cuoco abruzzese Niko Romito, dove la pancia del porcellino da latte – cotta dodici ore a 72 gradi – avvolge il palato con una travolgente armonia di consistenze e contrasti, grazie alla sapida croccantezza della crosta superiore, alla succosa tenerezza della carne e alla dolce aromaticità del succo d’arancia caramellato.