Storie di donne: Cristina Mercuri
Un altro 8 marzo è passato e la domanda rimane la stessa: la situazione per le donne nel mondo del vino sta realmente cambiando? Come consuetudine di oscarwine, a rispondere non saremo noi ma le dirette protagoniste. Quest’anno iniziamo con Cristina Mercuri, founder e CEO di Mercuri Wine Club, società di consulenza strategica e academy di formazione. Toscana di nascita e milanese d’adozione, Cristina è stata recentemente proclamata Master of Wine (MW), prima donna italiana a ottenere il titolo più prestigioso del panorama enologico internazionale.
Come e quando ti sei avvicinata al mondo del vino?
“Ho iniziato nel 2015, lasciando la carriera da avvocata per dedicarmi a quella che era nata come una semplice passione. Da qualche tempo avevo capito che la professione legale non faceva per me, così ho ideato un ‘piano B’ che conciliasse l’amore per il vino con la capacità di raccontare e coinvolgere le persone. Ho iniziato i corsi WSET mentre ancora esercitavo e, una volta lasciata l’avvocatura, ho ottenuto il WSET Diploma. In parallelo, partendo da zero e senza contatti, ho organizzato piccoli eventi per i consumatori, arrivando gradualmente a conoscere produttori e consorzi. Ho fondato la mia prima accademia per poi creare Mercuri Wine Club. Negli anni, tenacia e studio mi hanno permesso di far progredire contemporaneamente la Società e il percorso da Master of Wine, che richiede un impegno individuale profondissimo. Conciliare le due cose ha richiesto veri ‘salti mortali’ e sacrifici nella vita privata ma avevo già più di trent’anni e sapevo che se avessi fatto questo passo, avrei dovuto puntare in alto.”
Di cosa si occupa Mercuri Wine Club?
“L’azienda ha due anime: una dedicata alla formazione B2B e B2C e l’altra focalizzata su consulenza strategica di prodotto, marketing, comunicazione ed export. La nostra offerta formativa si basa prevalentemente sul metodo WSET ma realizziamo anche percorsi su misura per le aziende e sessioni di tutoring individuale su moduli specifici, rivolte in particolare a studenti di livello Diploma o Master of Wine. La consulenza strategica è un’attività in forte crescita di cui vado molto orgogliosa e conto che la visibilità e la solidità garantite dal mio titolo professionale faranno sì che sempre più aziende si rivolgano a me. Si tratta di un ambito complesso, poiché ogni realtà è diversa: l’obiettivo è unico per ciascun cliente e richiede tempo, dedizione e un lavoro sartoriale approfondito. Non si esaurisce in interventi di breve periodo ma si sviluppa in rapporti che si consolidano nel tempo.”
Proviamo a spiegare il Master of Wine a chi non lo conosce…
“Il Master of Wine è il titolo che certifica la massima expertise nel mondo del vino. Non si tratta di un classico corso di formazione con lezioni frontali ma di un percorso di studio individuale. Il candidato deve dimostrare una conoscenza approfondita di ogni aspetto del settore: dalla viticoltura all’enologia, fino al marketing, alla chimica e al business del vino a 360 gradi. È necessaria inoltre una padronanza assoluta della geografia vinicola mondiale, che permetta di riconoscere la qualità e il posizionamento dei prodotti per influenzare positivamente consumatori e stakeholder. Scopo ultimo del Master of Wine, infatti, è quello di contribuire al miglioramento dell’intera industria del vino.”
Quali sono le difficoltà più grandi nell’affrontare un percorso del genere?
“Lo studio e il percorso sono strettamente individuali; si vive una vera e propria solitudine che genera incertezza, poiché non si ha un riscontro immediato sulla propria preparazione fino al momento dell’esame. Anche il lato economico è importante: non tutti hanno la fortuna di essere sponsorizzati dalle aziende. Nel mio caso ho dovuto affrontare rinunce e sacrifici personali, dato che l’investimento richiesto è estremamente alto. Infine, il percorso è molto sfidante, richiede una dedizione totale per arrivare a ragionare in tempi rapidi su argomenti complessi, abbracciando l’intero sistema vino. A volte si dice scherzando che noi MW abbiamo dei ‘superpoteri’; ovviamente non è così ma siamo allenati a gestire temi difficili con estrema velocità, professionalità e profondità.”

La tua tesi finale già dal titolo – ‘Wine, Women and Fascism: A Visual Analysis of the Representation of Women in Propaganda in Enotria (1922–1942)’ – suscita molte curiosità. Come mai questa scelta?
“L’idea era condurre un’analisi sulla gender equality in Italia ma mi sono resa conto che la mancanza di dati oggettivi e aggiornati avrebbe reso la metodologia troppo incerta. Ho quindi mantenuto il tema femminile spostando il focus su un ambito storico che mi affascinava, il ‘Ventennio’, analizzando il ruolo delle donne in quell’epoca. Per dare un forte rigore accademico, ho applicato la mia esperienza nella comunicazione a un framework di semiotica visiva. Questo mi ha permesso di ottenere una metodologia solida e replicabile attraverso l’analisi delle immagini. I risultati emersi dallo studio delle copertine della rivista Enotria dimostrano come queste seguissero un preciso filone propagandistico: la donna era rappresentata esclusivamente come madre o figura rurale, contrapposta alla ‘donna-crisi’ urbana — magra e raffinata — vista come minaccia alla produttività e alla crescita demografica dell’impero. Le donne venivano quindi ritratte solo nella cura dei figli o nel duro lavoro tra le vigne. L’analisi evidenzia che le immagini non sono mai fini a se stesse ma rivelano significati profondi che incidono sullo sguardo dell’osservatore. Il principio si riflette anche nella comunicazione odierna: avvalersi di questi strumenti per creare un’etichetta, un sito o un post social può dare un vantaggio enorme in termini di incisività. Sebbene non sia una panacea per tutti i problemi del settore, la semiotica applicata al vino è uno strumento ancora poco esplorato che potrebbe aiutare in momenti di crisi.”
Quali sono i punti imprescindibili oggi nella comunicazione del vino?
“Non esiste una risposta univoca: dipende dall’identità dell’azienda, dal suo posizionamento, dalle dimensioni e dagli obiettivi. Anche il target di riferimento può fare la differenza. Buona parte della comunicazione consiste nell’ascolto e nella comprensione delle esigenze del cliente; spetta poi all’esperto aiutare a veicolare i giusti valori. Volendo generalizzare, oggi contano sempre di più la sostenibilità ambientale e quella sociale. Le nuove generazioni sono attente al benessere delle persone, purché si tratti di un impegno reale, misurabile e lontano dal greenwashing. Inoltre, il pubblico giovane è molto interessato a conoscere concretamente il prodotto: desidera parlare di stile, di ciò che trova nel calice e di come viene realizzato. Sono più attraenti questi temi rispetto a concetti come l’heritage o la storicità della ‘Maison fondata nel…’. Questi valori funzionano con un pubblico diverso ma è preferibile ampliare il discorso verso i nuovi pilastri della comunicazione.”
E invece gli ostacoli da superare?
“La sfida oggi è confrontarsi con un sistema macroeconomico complesso e incerto: tra conflitti e un panorama politico poco rassicurante, il comparto del vino — come molti altri — si muove con estrema cautela. In particolare, la struttura produttiva italiana è molto frammentata. Non parlo delle realtà storiche ma della maggior parte delle aziende presenti sul territorio. Molte di esse scontano oggi un passato in cui si è investito nelle strategie commerciali e non nella costruzione di brand forti o in piani di marketing solidi. Spesso il vino è stato trattato come un prodotto diverso da qualsiasi altro bene imprenditoriale. Se per produrre ad esempio uno yogurt è scontato avvalersi di professionisti in tutti i settori, nel vino questo ragionamento inizia a farsi strada solo ora, e prevalentemente nelle aziende più grandi. Oltre a una questione di investimenti, esiste un problema di autoreferenzialità: si è pensato a lungo di poter contare esclusivamente sulla qualità del prodotto, convinti che il prodotto si vendesse da solo. Oggi non è più così, e questo ostacolo culturale va abbattuto con una visione imprenditoriale più moderna.”

Il punto di vista femminile nel mondo del vino è ancora una mancanza o piuttosto un’opportunità?
“La questione è molto complessa. Provando a semplificare, non credo esista una ‘comunicazione al femminile’ in senso stretto. Ambiti come il marketing, la comunicazione e l’accoglienza sono oggi dominati dalle donne a livello numerico. Se analizziamo questi segmenti, notiamo però che raramente esse ricoprono ruoli apicali o decisionali: è ancora difficile trovarle a capo di aziende o come responsabili enologiche. Nel mondo del vino siamo ancora lontani da una rappresentanza paritaria. Esiste un divario significativo, sia in termini di retribuzione, sia dal punto di vista numerico nelle posizioni di vertice dove, se non erro, il bilancio è ancora per il 70% maschile.”
Hai incontrato difficoltà o situazioni particolari nel tuo percorso?
“In passato sono capitati episodi di discriminazione. Oggi accade meno, probabilmente perché ho acquisito un’autorevolezza che prescinde dal genere. Non dovrebbe essere questo però il prerequisito per ottenere rispetto, perché il valore di una professionista va riconosciuto al di là della sua fama. Ricordo un caso specifico in cui un preventivo mi fu rifiutato con la motivazione che il cliente non poteva accettarlo perché sono una donna e riteneva che quel lavoro dovesse essere svolto da un uomo. È una posizione ridicola in una società che si definisce moderna ed evoluta. Purtroppo, mi è capitato anche di assistere a situazioni sgradevoli ai danni di colleghe, spesso oggetto di commenti sarcastici o battute che non facevano ridere nessuno, se non chi le pronunciava. È chiaro che si tratta di un problema culturale profondo. Dovremmo arrivare a valorizzare il professionista in quanto essere umano, dando spazio all’unicità della persona rispetto al genere.”
Ritieni che le donne debbano dimostrare qualcosa in più rispetto agli uomini per essere considerate autorevoli?
“Mi piacerebbe poter dire che la meritocrazia è sacra e che il valore di una persona viene sempre riconosciuto ma purtroppo non è così. Si tratta di una dinamica diffusa in molti ambiti. È inaccettabile, ad esempio, che davanti a due professionisti in camice l’uomo venga chiamato ‘dottore’ e la donna ‘signorina’. Allo stesso modo, è emblematico ciò che accade durante alcune riunioni: nonostante si sieda al tavolo con la stessa autorevolezza, magari con due Master e un PhD, capita ancora che alla donna venga chiesto di preparare il caffè. È questo tipo di approccio che ci fa sentire in dovere di lavorare il doppio per dimostrare il nostro valore. Non è solo una sensazione: statistiche recenti confermano che una donna deve faticare molto più di un uomo per raggiungere una posizione apicale, venendo spesso sorpassata da colleghi con qualifiche uguali o inferiori. Quando sono i numeri a parlare, c’è poco da discutere. Il problema è reale e strutturale.”
State lavorando su progetti specifici legati al mondo femminile?
“Abbiamo avviato una collaborazione con l’associazione ‘DonneXStrada‘ contro la violenza di genere, donando 20 borse di studio per il conseguimento del WSET Level 2 a un gruppo di donne selezionate. L’obiettivo è fornire loro un riconoscimento che favorisca l’emancipazione dalla dipendenza economica, spesso legata a situazioni di violenza. Oltre al corso, offriamo un modulo specifico sul servizio: uno strumento concreto per presentarsi in un’enoteca o in un ristorante con una competenza certificata e spendibile. Ci sono altri progetti in cantiere, con l’idea di agire ogni anno in modo sempre più strutturale. Esistono già strumenti normativi, come la prassi UNI/PdR 125 o gli standard ISO per la gender equality; se tutte le aziende iniziassero ad attuarli, cambierebbe radicalmente l’attitudine del settore. Certi commenti o trattamenti verrebbero subito sanzionati e ci sarebbe trasparenza salariale, verificando e colmando il divario tra i sessi. Mi piacerebbe lavorare su questi temi con costanza. È un impegno pluriennale: certo non ci aspettiamo che entro il 2027 Mercuri Wine Club risolva di colpo il problema ma vogliamo fare la nostra parte in modo concreto.”
Hai una figura di riferimento alla quale ti sei ispirata?
“Grande fonte di ispirazione è stata sicuramente mia nonna. Rimasta vedova molto giovane, ha affrontato una vita solitaria e povera, inventandosi il mestiere di sarta per andare avanti. Pur non avendo la patente, lei, siciliana trasferitasi in Toscana, viaggiava in ogni modo possibile per lavorare, senza mai perdersi d’animo, lottando sempre con fierezza e con il sorriso sulle labbra. Ogni mattina mi prendeva per mano per accompagnarmi all’asilo e poi a scuola; è lei che mi ha trasmesso il valore della dignità. ‘Stai dritta con la schiena’, mi ripeteva sempre. Un insegnamento che mi porto dietro ancora oggi.”
Un pensiero in conclusione…
“Spesso si parla erroneamente di ‘Festa della Donna’ quando, in realtà, non c’è ancora nulla da festeggiare; dovrebbe essere piuttosto un momento di profonda riflessione. Mi suscitano amara ironia quei datori di lavoro che non applicano alcun principio di parità di genere e l’8 marzo regalano mimose alle dipendenti: è un gesto che trovo paradossale. Quando mi chiedono cosa farò quel giorno, rispondo: nulla. Rifletto sulla disparità ancora esistente e sulla mancata attuazione dell’articolo 37 della Costituzione, che sancisce la parità di diritti e retribuzione per le donne lavoratrici.”
Photo credits: Loris Scalzo
