Crisi del vino: i soliti sospetti
C’erano una volta la pesca col vino, il dito di bianco o rosso che si dava ai più giovani per farglielo assaggiare, il panettone inzuppato nelle bollicine, lo sfuso a tavola in trattoria che si divideva con i colleghi a pranzo senza il pensiero dell’etichetta alla moda, le labbra fatte bagnare appena nello spumante a un bambino per farlo festeggiare con ‘i grandi’ nelle occasioni importanti.
C’era una volta ma sarebbe più corretto scrivere ‘non so se ci sarà ancora’; il noto incipit delle favole, infatti, ora apre un racconto da incubo sul vino.
Per la mia generazione le prime righe di questo articolo sono un ricordo vivo e piacevole. Per chi ha una trentina d’anni forse c’è la memoria di una o due cose tra quelle elencate, mentre i ventenni non sanno nemmeno di cosa io stia scrivendo, tirati su da genitori ubriacati di fake news e convertiti al salutismo estremo, cresciuti in un Paese che produce vino ma che loro non bevono né conoscono, preferendo invece sballarsi con superalcolici o peggio, con le conseguenze a volte drammatiche che tutti conosciamo (e che ovviamente accadono anche bevendo vino, non siamo ipocriti). Questa è una constatazione, non un invito a bere di più, sia chiaro.

Il vino è in crisi? Assolutamente sì. Le cantine sono a rischio? Non ancora ma molti posti di lavoro potrebbero andare in fumo nei prossimi anni. È una situazione irreversibile? Dipende. Che il vino fosse in crisi si era capito dopo il Covid. Il periodo pandemico aveva fatto registrare una battuta più alta negli acquisti delle bottiglie (sono a casa, non posso andare al ristorante, risparmio soldi e allora me la godo), migliorato la presenza sul web delle cantine e dato vita a nuove e interessanti forme di comunicazione. Un rinascimento vitivinicolo? No, l’anticamera del medioevo. Nel 2025, quasi la metà delle enoteche italiane ha confessato un trend negativo.
Ai giovani che bevono meno si aggiungono anche altre fasce di età: secondo dati ISTAT, il numero di consumatori quotidiani in Italia è sceso drasticamente, con una flessione del 12% nell’ultimo decennio. Diciamo che l’aumento dei costi di produzione – tra cui quelli per vetro, energia, imballaggi e logistica – seguito allo scoppio della guerra in Ucraina e mai rientrato, ha spinto verso l’alto il prezzo medio a scaffale delle bottiglie, ridotto il margine delle enoteche e costretto i ristoratori ad alzare i ricarichi.
Guardando ai numeri di Cantina Italia, il report redatto dall’ICQRF sulla base dei dati contenuti nei registri telematici del vino, a febbraio 2026 risultavano 60,9 milioni di ettolitri di vino in giacenza in Italia: +5,9% rispetto al 31 gennaio 2025. Non serve uno statistico per capire che questo dato negativo conferma una riduzione significativa dei consumi nello Stivale.

Finito? Per carità. Veniamo alla ciliegina, anzi la mela avvelenata sulla torta: i dazi statunitensi. Le tariffe volute dal presidente Trump hanno inferto un duro colpo all’export italiano oltreoceano; con gli aumenti, i nostri vini ‘entry level’ sono passati a una fascia di prezzo superiore, penalizzati quindi dal confronto con realtà più significative e di qualità migliore. I dati parlano di una riduzione delle vendite negli USA ma i numeri probabilmente non sono definitivi, perché bisogna considerare le quantità di vino portate negli States poco prima dei dazi: dovremo aspettare ancora qualche mese per capire la reale situazione.
Tuttavia, il paletto nel cuore del settore vitivinicolo italiano non è stato questo ma un altro ancora: l’ARTI-Agreement on Reciprocal Trade and Investment. Il patto commerciale firmato da Washington e Buenos Aires a febbraio ha non solo creato un precedente col Mercosur ma ha anche aperto le porte dello stato sudamericano ai falsi italiani prodotti da aziende a stelle e strisce.
Vi dice niente il termine ‘Italian Sounding’? È una pratica di marketing che sfrutta l’assonanza di un prodotto con la nostra lingua e, a volte, anche l’uso del tricolore sulla confezione per far credere che provenga dal Belpaese, quando invece è realizzato interamente in tutt’altri posti. Il record di finti prodotti italiani è degli statunitensi, con 40 miliardi di euro su un centinaio circa mondiali e, ovviamente, in questi rientrano anche le imitazioni di vini italiani.

Diciamo le cose come stanno: quando parliamo di crisi del vino italiano non dobbiamo soffermarci solo sui consumi nel nostro Paese, diminuiti per vari motivi, ma anche ragionare su scala globale dove è necessario investire per difenderci dai falsi – recuperando i miliardi che ci toglie l’Italian Sounding, un’azione che ci ridarebbe forza anche nella trattativa dazi con gli USA – e aprendo nuovi mercati. Serve uno scossone, al pari di quello che la pandemia diede alle cantine italiane costringendole in poche settimane a un salto tecnologico rimandato per decenni.
Veniamo ora ai fatti di casa nostra. Le prime righe di questo articolo non erano solo nostalgiche ma anche un’istantanea di quello che la nostra società non è più. Una volta, si cresceva a contatto col vino, una bottiglia era presente a tavola, farlo assaggiare a un giovanissimo non era peccato e nemmeno reato; oggi, al contrario, tutto quello che riguarda questo argomento viene spesso trattato al pari delle sigarette. Bisogna invertire il meccanismo e far sentire forte la nostra voce in Europa per bloccare fake news e lobby salutiste: esistono il consumo moderato e quello consapevole. È ovvio che la salute è importante e che gli eccessi vanno stigmatizzati ed evitati. Torniamo a fare cultura e a una narrazione sana del vino.
A proposito di cultura, un segnale positivo arriva da molti giovani che si iscrivono agli istituti agrari e che studiano per diventare enologi: il mondo del vino può essere uno sbocco lavorativo importante. Sempre di cultura parliamo per combattere l’Italian Sounding. Un’amica che vive a New York fa assaggiare il nostro Parmigiano agli americani per far comprendere la differenza con i finti prodotti italiani. È necessario aumentare gli investimenti in comunicazione oltreoceano per contrastare i ‘tarocchi’ e trasformare in profitti quello che perdiamo per colpa dei falsi, riportando la spesa sugli originali. Ribadisco: questa potrebbe essere la vera leva per trattare col governo statunitense sui dazi.

Rimane una questione controversa, ancora aperta: i famigerati vini ‘No-Lo’ (No and Low Alcohol). A gennaio, la Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo ha dato semaforo verde al ‘Pacchetto Vino’ che riguarda, tra le altre cose, i prodotti a basso contenuto alcolico o ‘alcohol-free’. In un momento complesso per il mondo del vino, queste bevande potrebbero aiutare il mercato, almeno inizialmente, andando a soddisfare la domanda di chi cerca prodotti più salutari o innovativi.
Le campagne salutiste degli ultimi anni hanno demonizzato il vino, aprendo una discussione a livello europeo sulla possibilità di apporre degli avvisi sanitari sulle etichette come già avviene per altri prodotti (vedi la questione irlandese). Resta da capire quanti produttori siano pronti ad aprire al dealcolato, quanti possano farlo e soprattutto se si tratterà di una moda passeggera o meno. Tuttavia, questo prodotto potrebbe aiutare il settore a trovare nuova linfa in un segmento che oggi ci fa rabbrividire ma che domani potrebbe diventare la normalità (normale non è che lo si chiami vino ma è tutt’altro discorso).
Che il futuro sia questo non lo possiamo ancora sapere ma riscoprire le nostre tradizioni e imparare a difenderle senza piegare il capo a un’Europa che si sta dimostrando ‘matrigna’ con il nostro comparto enogastronomico sarebbe il primo passo da compiere. È giusto che si conoscano i possibili danni del vino in caso di eccessi (non solo quelli fisici nel lungo periodo ma anche quelli immediati alla guida), è sbagliato dare la colpa ai giovani sui consumi invitandoli a bere di più, è totalmente assente una comunicazione corretta sul vino e la strada per aprire nuovi mercati va intrapresa.
Servono coraggio, cultura, cambiamento.
