Vino e crisi, gli esempi di Cà du Ferrà e Bosco del Sasso
Abbiamo parlato alla noia di crisi del vino. Dazi, Europa matrigna, giovani che non bevono (continuerò a dire che chi manda questo messaggio sbaglia, sia perché i ragazzi non hanno mai avuto soldi per bere vino tanto perché non si può istigare al consumo anche se responsabile), salutisti e problemi economici vari legati ai conflitti internazionali: tranquilli, a breve arriverà anche la mazzata post-Iran.
C’è qualcosa, però, di cui non si discute, forse perché è un fatto che non si accetta: il vino è noioso.
L’ultima edizione di Vinitaly è forse stata una delle meno affollate di sempre. Così, con meno calca, è stato possibile vedere meglio gli stand. Sapete cosa ho notato? Spazi in molti casi simili fra loro, alcune regioni con identità visiva eccessivamente seria, cantine autoreferenziali nel linguaggio e nella brand identity.
Pensiamo, poi, alle degustazioni. Anche il meno esperto di vino oggi se la cava parlando di frutti rossi o fiori bianchi nei vini giovani, di tabacco e note balsamiche nei prodotti più evoluti e di sentori di frutta passita e di crosta di pane rispettivamente nei “dolci” e nelle bollicine.
Piattume. Puoi produrre il miglior vino del mondo ma devi prima attirare l’attenzione e poi saperlo raccontare. Sia chiaro, non è vietato attingere al proprio passato né discutere di riconoscimenti olfattivi ma la narrazione sta diventando stantia, vecchia: inizia a sentirsi odor di naftalina. Volete dei nomi? Ve li farò ma sono quelli di chi mi ha colpito per due casi diversi di comunicazione.
A Verona ho trascorso una piacevolissima ora assieme a Davide Zoppi di Cà Du Ferrà. Davide è un comunicatore nato: ha messo un depliant sul tavolo e ha fatto parlare la sua terra, la storia, gli elementi che permeano i suoi vini.
Un’esperienza catartica, un momento che avrebbe appassionato anche la persona più refrattaria al vino perché ha scatenato curiosità: da questa poi si passa alle domande, alla simpatia, si entra in un’altra realtà che viene voglia di conoscere. Un’amica che era con me si è alzata visibilmente toccata dall’esperienza e ha detto solo una parola: grazie.
Ieri, invece, ho ricevuto da Manuela Centinaio di Bosco del Sasso, un comunicato sulla nuova etichetta. Trovo di effetto le etichette create da Lele Picà per il Buttafuoco di casa Centinaio. L’approccio si discosta da quello canonico del mondo del vino – almeno quello che si vede per la maggior parte in giro, infarcito di stemmi e sfumature di terra – puntando al colore, una stampa particolare, e tratti distintivi, come l’uomo col cappello (un classico di Picà), al quale è stato aggiunto un palloncino che lo ha trasformato in un elemento di Bosco del Sasso, che viene raccontato anche dai filari e, cito testualmente, “dagli elementi iconici della leggenda del Buttafuoco Storico: il veliero che naviga tra i torrenti Versa e Scuropasso.”
Dopo tre annate, questa bottiglia spicca in qualsiasi scaffale, salta all’occhio, è il simbolo visivo di una cantina: l’abito, a volte, fa il monaco.
Un mio vecchio direttore diceva che si circondava di giovani che potessero vedere quello che lui, per limiti generazionali e di cultura, non riusciva a cogliere, sfruttando così il contributo di chi aveva una visione diversa, mutuando l’intuizione con l’esperienza per creare qualcosa di nuovo e adatti ai tempi.
Nel vino, secondo voi, accade?
