francesca giuggioli

Francesca Giuggioli e il progetto Suoli di San Felice

In occasione della presentazione del progetto “Suoli” dell’azienda San Felice, abbiamo intervistato Francesca Giuggioli, Sangiovese Grand Master e dal 2008 enologa della cantina di Castelnuovo Berardenga, per farci raccontare come è nata l’idea di questa esplorazione enologica focalizzata sul Sangiovese in purezza.

Qual è stato il tuo percorso di avvicinamento al vino?
“Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in un territorio in cui la vite è parte integrante della cultura locale e credo che questo, in maniera inconsapevole, abbia plasmato il mio interesse verso il mondo del vino, pur senza avere una tradizione familiare alle spalle. La mia è stata una scelta quasi casuale: ho iniziato la scuola enologica di Siena più per esclusione che per vocazione ma presto mi sono resa conto di quanto questo mondo mi affascinasse, anche grazie all’incontro con alcune menti ispiratrici. Dopo la laurea in Viticoltura ed Enologia a Firenze ed esperienze preziose all’estero, fondamentali per confrontarmi con realtà diverse, sono rientrata in Toscana per costruire la mia professione. Nel 2008 sono arrivata a San Felice: inizialmente affiancando il direttore tecnico, per poi acquisire nel tempo sempre maggiori responsabilità.”

san felice

Com’è lavorare a San Felice?
“Lavorare a San Felice significa avere la fortuna di vivere una realtà speciale. È un luogo in cui tante cose belle si incontrano: una produzione di vino riconosciuta a livello internazionale, un’ospitalità d’eccellenza all’interno di un borgo medioevale, una ristorazione stellata, un paesaggio incantevole. È proprio l’insieme di questi elementi a renderla una realtà unica. Certo, le giornate storte capitano anche qui, come ovunque. Però credo che essere circondati da così tanta bellezza abbia un valore particolare. A volte basta guardarsi un po’ intorno e lasciarsi accompagnare da quello che hai davanti per ritrovare equilibrio. È una sensazione difficile da spiegare ma è una delle cose che amo di più del lavorare qui.”

Come si svolge la tua attività?
“È difficile che mi annoi, diciamo che sono sempre in movimento. Negli anni il mio ruolo è cambiato, si è evoluto. Per circa quindici anni ho seguito la produzione di vino di tutte le tenute della proprietà, non solo nel Chianti Classico ma anche Montalcino e Bolgheri. Da qualche anno, mi dedico esclusivamente alla tenuta di Castelnuovo Berardenga, dove abbiamo circa 140 ettari di vigneto. Non è semplice raccontare in poche parole quello che faccio. Mi piace pensare di accompagnare il vino lungo tutto il suo percorso: dalla decisione di iniziare la vendemmia fino al momento in cui è pronto per andare in bottiglia. È un percorso che può durare pochi mesi, ma anche diversi anni e richiede tanta attenzione, pazienza e sensibilità. In questo percorso cerco sempre di mettere al centro piacevolezza, bevibilità, armonia. L’obiettivo è creare vini riconoscibili, nei quali il territorio possa esprimersi con il suo carattere, sempre con grazia ed equilibrio.”

san felice suoli

Qual è l’aspetto che ami di più del tuo lavoro?
“Sicuramente la sua dinamicità. Mi piace il fatto di dover gestire tante situazioni diverse, anche complesse e di affrontare ogni giornata con la voglia di rimettermi continuamente in gioco. Non c’è mai una vendemmia uguale all’altra, ogni annata porta con sé qualcosa di nuovo e questo aiuta anche a tenere il cervello in allenamento! Ciò che mettevamo in pratica fino a ieri, oggi dobbiamo essere pronti a riconsiderarlo con occhi diversi. Non sempre è semplice ma è proprio questa la parte che, se ben gestita, mi appaga di più: la possibilità di interpretare il cambiamento, di cogliere il senso delle cose e soprattutto, di non smettere mai di imparare. Altrettanto interessante è osservare negli anni l’evoluzione dei consumatori, vedere come cambiano le loro abitudini e il loro modo di percepire il vino.”

Cosa vuol dire sostenibilità oggi?
“Riuscire a lavorare riducendo al minimo l’ impatto sull’ambiente credo sia un dovere, prima ancora che un’opzione: una responsabilità che sento soprattutto nei confronti di chi verrà dopo di noi. Il territorio ci dà tanto e, proprio per questo, penso sia nostro compito prendercene cura, preservandone ricchezza e bellezza. A San Felice abbiamo a cuore questo tema da molti anni. L’azienda ha costruito un percorso concreto, fatto di scelte quotidiane e di piccoli gesti che, nel tempo, sono diventati parte del nostro modo di pensare e di lavorare. Come sappiamo, quando parliamo di sostenibilità ci riferiamo a tre dimensioni: quella economica, quella sociale e quella ambientale. Sono tutte importanti e strettamente legate tra loro. Lascio da parte l’aspetto economico, indispensabile per la vita dell’azienda, e quello sociale, sul quale abbiamo sviluppato negli anni dei bellissimi progetti a cui teniamo molto, e mi soffermo invece sull’ambiente. Dal 2021 siamo certificati Equalitas e, da diversi anni, applichiamo i principi della viticoltura rigenerativa: un approccio che mette al centro la salute della pianta e, soprattutto, la cura e la rigenerazione del suolo.”

san felice suoli

Come applicate questi principi in azienda?
“Adottare i principi della viticoltura rigenerativa significa prima di tutto riconoscere il vigneto come un ecosistema vivo, dove il suolo non è semplicemente un supporto per la pianta ma una componente fondamentale dell’identità del vino. Trattiamo i suoli con il massimo rispetto, da anni abbiamo abbandonato l’utilizzo di sostanze chimiche, evitiamo lavorazioni profonde, così da preservare struttura e favorire la capacità di trattenere l’acqua, seminiamo tra i filari piante in grado di ripristinare la naturale fertilità e tanti altri piccoli accorgimenti. Un suolo sano genera piante più equilibrate e uve più espressive. Quando il vigneto trova la propria armonia, anche il lavoro in cantina diventa più essenziale e rispettoso: diminuisce la necessità di intervenire, perché il frutto porta già con sé maggiore espressione, energia e precisione. La salute dell’ecosistema si traduce così nel calice: vini più luminosi, equilibrati e profondamente legati al luogo da cui provengono.”

Come si affronta il cambiamento climatico?
“Ciò che sta succedendo credo sia sotto gli occhi di tutti. Il cambiamento climatico è una delle sfide più importanti che il mondo del vino si trova ad affrontare. Estati calde, siccità ed eventi estremi sono ormai all’ordine del giorno, influendo moltissimo sul nostro lavoro e richiedendo una grande capacità di adattamento. Le risposte devono partire prima di tutto dal vigneto e in questo, la viticoltura rigenerativa è uno strumento fondamentale: curare il suolo, tutelare la biodiversità e gestire l’acqua con attenzione per rendere le piante più resilienti. In cantina non c’è molto da fare, il vero lavoro si svolge in campo.”

san felice suoli

E le vendemmie sempre più anticipate?
“Osservando le diverse fasi del ciclo vegetativo, verrebbe naturale pensare che la vendemmia debba essere sempre più anticipata. La natura però non segue mai regole così semplici: un’annata calda, infatti, non significa necessariamente una vendemmia precoce. Quando le temperature diventano molto elevate e si protraggono per tanto tempo, la pianta reagisce proteggendosi: rallenta alcune delle sue attività e concentra le proprie energie su ciò che è più importante per lei. E così anche la maturazione può procedere più lentamente di quanto ci aspetteremmo. Dobbiamo imparare a leggere i segnali della natura e a rispondere con sensibilità. Non si tratta di lottare contro il clima ma di trovare un nuovo equilibrio. La vera sfida è sapersi adattare senza rimandare il problema, un percorso che richiede fatica e tanto impegno perché costringe a rimettersi in discussione.”

Si dibatte molto sull’utilizzo della tecnologia, soprattutto in cantina. Qual è la tua opinione in merito?
“La tecnologia deve essere a servizio della nostra sensibilità: questo è il principio fondamentale che mi guida in ogni scelta, senza mai perdere di vista il profondo rispetto per la materia prima. Ci sono alcuni momenti, pochi ma fondamentali, soprattutto all’inizio del processo produttivo, in cui è importante procedere con estrema precisione. In determinati passaggi, infatti, servono dati puntuali e affidabili che solo la tecnologia è in grado di fornire. Partendo con il piede giusto, il lavoro in cantina diventa naturalmente meno invasivo. Si tratta quindi di accompagnare e sostenere qualcosa che è già forte, lasciando che possa esprimere fino in fondo la propria identità e quella del territorio. Sono abituata a condurre i processi secondo un approccio tradizionale ma tradizione non significa immobilità. Al contrario, credo sia importante mettersi in discussione e aggiornare alcuni concetti che appartengono a qualche decennio fa, come per esempio quello legato all’ estrazione delle bucce. Alla fine, è la sensibilità enologica a fare davvero la differenza: la tecnologia è un insieme di strumenti ma è la capacità di interpretare la materia prima a guidarne l’utilizzo.”

san felice poggiorossoCome nasce l’idea del progetto Suoli?
“Il Chianti Classico è un mosaico di territori unici, ciascuno con una propria identità ben definita. Qui a San Felice, fin dalle prime esperienze di zonazione aziendale iniziate quarant’anni fa, ci siamo resi conto di come anche piccole differenze nel suolo possano generare espressioni profondamente diverse nel bicchiere. È da questa consapevolezza che si sviluppa il progetto Suoli: raccogliere e dare voce alle sfumature che il Sangiovese sa regalare quando cresce su matrici di terreno differenti. Da questa visione nascono Poggio Rosso e San Vito, che rappresentano due interpretazioni uniche e raccontano la ricchezza del nostro territorio attraverso sfumature diverse. L’idea fondamentale è offrire una lettura autentica di queste diversità e valorizzare appieno il legame tra Sangiovese e suolo.”

Parliamo dei due vini, partendo dal Poggio Rosso.
“Il Poggio Rosso è un’etichetta storica, prodotta fin dal 1978. Nasce come espressione di un singolo vigneto particolarmente vocato che si trova a circa 400 metri sul livello del mare, proprio di fronte al borgo aziendale. Nel 2014, con l’annata 2011 è diventato Gran Selezione. Il suo terreno, risalente a circa 35 milioni di anni fa, è di medio impasto e ricco di scheletro, formato da marne derivate dalla disgregazione di alberese e galestro. Questo tipo di suolo induce le viti a sviluppare apparati radicali profondi, contenendo la vigoria della pianta a favore della concentrazione e della struttura. In particolare, l’alberese, roccia calcarea e resistente, esalta la freschezza, l’eleganza aromatica e una marcata impronta minerale, mentre il galestro, più friabile, conferisce struttura e tensione. Dalla combinazione di questi elementi nasce un vino travolgente, intenso e profondo, caratterizzato da un equilibrio impeccabile e da un’identità ben definita.”

Passiamo al San Vito.
“Lasciando il borgo aziendale e proseguendo verso sud si apre una vallata dove il suolo cambia radicalmente: qui nasce San Vito. A differenza del Poggio Rosso, questo vigneto si trova su sabbie del Pliocene, i suoli più giovani della nostra tenuta, risalenti a circa 5 milioni di anni fa. All’epoca la zona era occupata da un mare poco profondo che, ritirandosi, ha lasciato emergere un terreno prevalentemente sabbioso con una piccola percentuale di limo, che dona al vino una straordinaria eleganza aromatica e un’immediata piacevolezza. San Vito si distingue per essere più delicato e grazioso nei suoi primi accenti, con una capacità di evolvere nel tempo con profondità e persistenza.”

san felice san vitoCi sono differenze nella lavorazione dei due vini?
“Abbiamo scelto di condurre il processo produttivo nello stesso modo per entrambi i vini, proprio per lasciare che le differenze che ritroviamo nel bicchiere siano il più possibile espressione del territorio, senza che l’intervento dell’enologo, l’uso del legno o pratiche di vinificazione differenti possano condizionarle. La lavorazione è molto semplice: selezione scrupolosa e rigorosa delle uve, fermentazione e macerazione a contatto con le bucce di circa 25 giorni in serbatoi d’acciaio e un paio di anni di affinamento in legno. Attualmente siamo sul mercato con l’annata 2021.”

Su che numeri si attesta la produzione?
“Entrambi i vini vengono prodotti soltanto nelle migliori annate e provengono da una rigorosa selezione della materia prima. Le quantità sono volutamente contenute: produciamo circa 8.000 bottiglie di Poggio Rosso e 3.500 di San Vito. Anche le dimensioni dei vigneti sono molto piccole: Poggio Rosso si estende per poco meno di due ettari, mentre San Vito per circa uno. Sono numeri che raccontano anche la natura di questi due vini: produzioni limitate, in cui cerchiamo di valorizzare fino in fondo ciò che ogni singolo vigneto riesce a esprimere.”

Chiudiamo con uno sguardo al futuro.
“Il progetto Suoli è nato da poco, quindi al momento non ci sono altre novità imminenti. Quello che mi sta più a cuore, però, è ciò che questo progetto rappresenta e la direzione che ci indica per il futuro. La vera sfida, riallacciandomi al tema del cambiamento climatico, sarà quella di continuare a produrre vini autentici, capaci di rispecchiare fedelmente la denominazione in un contesto che invece muta rapidamente. Per affrontare queste sfide sarà necessaria una grande competenza, una visione a lungo termine e una notevole capacità di adattamento. L’obiettivo è rispondere ai cambiamenti che avvengono intorno a noi senza mai perdere il legame con il nostro territorio, che rimane in assoluto il valore più importante che abbiamo.”

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