La Cappuccina, anima del Soave biologico e autentico
Pioniera del biologico nel Soave, Elena Tessari è alla guida della storica cantina di famiglia La Cappuccina a Costalunga di Monteforte d’Alpone insieme ai fratelli Pietro e Sisto. In occasione dell’uscita del suo libro “La Cappuccina wines, food and family values” ha raccontato a oscarwine la sua visione e il legame con il territorio.

ELENA TESSARI
Partiamo dalla storia dell’azienda…
“Mio nonno e mio papà vinificavano già le uve, vendendo soprattutto vino sfuso. Negli anni ’80, noi della quarta generazione abbiamo deciso di iniziare a imbottigliare ed etichettare con il marchio La Cappuccina. Nel 1985, la storica gelata ci ha costretti a spiantare parte dei vigneti. Cercando un modo per rafforzare le viti, ci siamo avvicinati all’agricoltura biologica e alle pratiche tradizionali. Da quel momento è nato il nostro vero percorso: un’esperienza nel biologico che dura ormai da oltre quarant’anni.”
Da dove nasce questo nome?
“Il nome La Cappuccina deriva dalla chiesetta del 1725 presente in tenuta, dove un tempo officiavano i frati Cappuccini. Siccome Tessari è un cognome molto diffuso nella nostra zona, cercavamo un nome unico che ci identificasse al meglio. Anche il nostro logo nasce da questa chiesa, ispirandosi al suo campanile e alla sua campana. È un simbolo dinamico e ricco di significato: richiama l’attenzione e la cura del detto ‘stare in campana’ ma è anche un elemento vivo che avverte, scandisce il tempo e suona a festa nei momenti importanti.”
Com’è strutturata l’azienda oggi?
“Siamo in tre a guidare l’azienda: mio fratello maggiore Pietro, che è l’enologo, il mio gemello Sisto, agronomo, e io, che mi occupo di amministrazione e marketing. Insieme a noi c’è un gran bel team, con Maria Luisa che mi aiuta negli eventi speciali e Simone, ex chef con il pallino per la viticoltura e l’orto, che segue i vigneti. I nostri figli sono ancora giovani: spero solo che, più che replicare quello che abbiamo fatto noi, abbiano la passione e il coraggio di sapersi reinventare in un mondo in continuo cambiamento.”

PIETRO, ELENA E SISTO TESSARI
Che caratteristiche ha questo territorio?
“Ci troviamo a Costalunga, frazione di Monteforte d’Alpone. È qui, insieme alla vicina Brognoligo, che il Soave è caratterizzato dal terreno vulcanico in roccia nera basaltica, capace di donare ai nostri vini un’importante sapidità — a differenza di altre zone a roccia bianca e tufo, che regalano note più delicate e floreali. Proprio alle pendici del Monte Capitello abbiamo realizzato la nostra nuova cantina, scavata direttamente nel basalto. L’azienda conta 43 ettari di vigneti, tutti di proprietà: non acquistiamo uve né vini da terzi ma vinifichiamo e imbottigliamo tutto direttamente in tenuta.”
Che vino è il Soave?
“Il nostro Soave nasce in un territorio verde e incontaminato, non ancora intaccato dall’industria o dal turismo di massa, dove la garganega viene coltivata con fatica sui tradizionali impianti a pergola. Nonostante la sovrapproduzione degli anni ’60 ne abbia un po’ scalfito la reputazione, questo vino ha doti perfette per il mercato moderno: gradazione alcolica contenuta anche con il caldo attuale, grande freschezza, sapidità e mineralità. Poiché la garganega non è un’uva aromatica, non stanca mai il palato ed è straordinariamente versatile, ideale dall’aperitivo a tutto pasto.”
Diamo un po’ di numeri sull’azienda.
“Abbiamo 12 etichette: 5 bianchi, 2 spumanti, 2 rossi e 2 passiti, tra cui spicca il Recioto di Soave, il nostro gioiellino. Il 35% del vino resta in Italia, mentre il 65% va all’estero. I mercati principali sono Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Nord Europa e Svizzera, affiancati da belle nicchie in America e Asia. Purtroppo il Giappone risente dei costi di cambio e trasporto, mentre le esportazioni verso l’Ucraina e l’Europa orientale si sono dovute fermare a causa del conflitto. Produciamo circa 350.000 bottiglie all’anno, di cui l’80% a base Garganega. Oggi assistiamo a una rinascita del Soave: buyer e clienti cercano alternative ad altri bianchi e tornano a sceglierlo con entusiasmo. Chi assaggia il nostro all’estero ne riscopre l’autentica qualità, distante anni luce dalle tantissime bottiglie svendute negli hard discount, che purtroppo svalutano l’immagine della denominazione.”

C’è sempre questa percezione del Soave come un ‘vino da supermercato’?
“Forse sì ma non bisogna demonizzare la GDO, perché permette di far conoscere le linee d’ingresso. Essere in carta negli stellati con le selezioni fa immagine ma muove pochissime bottiglie e a volte crea pretese assurde come il vino in omaggio. Molto meglio puntare su ristoranti di buon livello con numeri maggiori, dove il vino si vende e si converte in reali riacquisti grazie al continuo ricambio di persone. Il Soave offre un prezzo corretto, fondamentale oggi dove i costi esagerati allontanano gli appassionati: molti preferiscono una buona trattoria dove accompagnare il cibo con bottiglie anche di livello senza dover spendere una fortuna. In un mercato saturo di etichette e produttori, la nostra forza resta un marchio solido e una reputazione riconosciuta. Per fortuna resiste ancora la curiosità dei clienti e la presenza di ristoratori preparati, capaci di guidare la scelta verso vini autentici e di qualità.”
Una buona fetta di pubblico ancora oggi pensa che il vino ‘naturale’ sia anche biologico e viceversa. Come si fa a uscire da questa confusione?
“Sia tra i vini convenzionali che tra i biologici o naturali ce ne sono di ottimi e di pessimi: tutto dipende dalla serietà del produttore. Spesso il consumatore si ferma alla superficie, conquistato da un’etichetta accattivante, invece di approfondire. Non bisogna demonizzare il convenzionale, che oggi usa tecniche molto più sostenibili rispetto al passato, ma neanche pensare che nel biologico si possa lasciare fare tutto alla natura. Di veramente naturale c’è solo la spremuta d’arancia: un intervento in cantina serve sempre, ed è per questo che la definizione ‘vino naturale’ è forse un po’ fuorviante.”
Per voi cosa vuol dire biologico?
“Il biologico vero richiede anni di impegno e molta concretezza, ben oltre le parole. Quarant’anni fa, quando abbiamo iniziato, venivamo visti come eccentrici o hippy; in realtà siamo sempre stati persone normali legate a uno stile di vita sano, naturale e genuino. L’obiettivo dei nostri vini, lavorati con pochissimi solfiti, è far stare bene chi li beve. Il complimento più bello dei clienti è sapere che, anche concedendosi un bicchiere in più a cena, la mattina dopo ci si sveglia riposati, senza mal di testa o acidità. Come in cucina, il segreto parte dalla materia prima: con ingredienti di qualità e la cultura contadina del fare le cose per bene, il risultato è un vino buono e digeribile.”

Che garanzie ci sono per il consumatore?
“Capire il vino è persino più difficile che con il cibo, complici le tante mode che spingono a guardare solo l’estetica dell’etichetta. Bisognerebbe invece girare la bottiglia e leggere le informazioni fondamentali, come la dicitura ‘imbottigliato all’origine‘ e la fogliolina della certificazione biologica, per sapere davvero chi e dove produce quel vino. In un mercato complesso e pieno di confusione, servono consumatori consapevoli. Un ottimo riferimento è il logo FIVI, la Federazione dei Vignaioli Indipendenti di cui facciamo parte, che garantisce l’operato di una vera cantina di territorio, al riparo da logiche industriali o da micro-realtà opportuniste con etichette pop. Bisogna fare attenzione: il vino è un alimento e richiede igiene e salubrità. A differenza di certi prodotti non filtrati e mal gestiti, che rischiano di sviluppare microtossine dannose, la certificazione biologica garantisce un vino sano, pulito e privo di difetti.”
In zone a voi vicine l’enoturismo sta dando una grossa mano al mondo del vino. Qui com’è la situazione?
“L’enoturismo da noi sta crescendo. Credo sia giusto puntare su eventi mirati e coinvolgenti: sfruttando il nostro parco e la chiesetta di tenuta, affianchiamo alla degustazione un percorso esperienziale completo che unisce natura, botanica, arte e architettura. Chi ci visita cerca la bellezza del luogo e un’identità precisa. La vera forza dei produttori sta nella diversità: nell’accoglienza e nello stile nulla è omologato, ed è giusto che ogni enoturista scelga la realtà che sente più affine. Il mondo del vino offre uno spazio infinito per scoprire, degustare e continuare a imparare.”
Veniamo al libro. Come mai hai deciso di scriverlo e di cosa parla?
“L’idea del libro è nata diversi anni fa. Nel tempo ho raccolto foto e testi, poi riordinati per dare forma al progetto. È prima di tutto un ringraziamento ai nostri genitori e una dedica alle nuove generazioni, pensata per raccontare ai più giovani la storia della famiglia. Il volume racchiude un anno ideale in tenuta: parte dall’autunno con la vendemmia e attraversa le quattro stagioni raccontando la vita di cantina, la natura, i prodotti del territorio e le ricette di famiglia abbinate ai nostri vini. Risponde così alla domanda che molti clienti ci fanno durante fiere ed eventi: ‘Come lo abbinate questo vino?’. Oggi le persone non cercano schede tecniche noiose ma storie, emozioni e spunti da scoprire. In un’epoca dominata dallo scorrere compulsivo dei social, questo libro è una scelta controcorrente — proprio come il biologico quarant’anni fa. La carta offre un’esperienza fisica e visiva che invita a rallentare, assaporando il tempo con più serenità.”

Per non farti mancare nulla, fai anche parte dell’associazione Donne del Vino.
“Per me non è un peso, anzi. Rivedersi è sempre un’emozione profonda: tra noi sono nate grandi amicizie, basate su sensibilità e valori rari, dove basta uno sguardo per capirsi. Ci unisce la passione per il vino autentico, quello capace di trasmettere storie e valorizzare le persone che lo producono. La sede delle nostre convention cambia di anno in anno e ci dà la possibilità di scoprire il patrimonio enogastronomico e culturale inesauribile dell’Italia, rimanendo ogni volta incantate.”
Credi ci sia ancora discriminazione verso la componente femminile in questo settore?
“Le donne nel mondo del vino ci sono sempre state, anche se spesso nelle retrovie. La realtà è che hanno sempre lavorato sodo, svolgendo un ruolo straordinario all’interno delle famiglie e delle aziende vitivinicole. Credo molto nella collaborazione tra uomini e donne, venendo da una famiglia numerosa e ricca di diversità: per nostro padre contavano solo il merito e le capacità, al di là del genere. Il libro è dedicato anche a nostra madre, che rappresenta il cibo, mentre papà incarna il vino: insieme formano l’unione perfetta. Oggi molte donne guidano le aziende di famiglia o si occupano di accoglienza e marketing, settori in cui sono naturalmente portate, mentre il lavoro nei campi va agli uomini per una questione fisica. Dobbiamo superare la distinzione di genere e far prevalere le competenze. Da soli non si va da nessuna parte: servono specializzazioni diverse, lavoro di squadra e centralità del fattore umano.”
Come vedi il futuro de La Cappuccina?
“I nostri figli sono ancora piccoli ma il libro li ha incuriositi molto. La speranza è che un domani scelgano di guidare l’azienda con saggezza e intelligenza. Sarà una bella sfida capire se vorranno davvero mettersi in gioco, anche perché nostro padre a un certo punto ci disse: ‘Adesso arrangiatevi!’. Finché possiamo siamo qui ad aiutarli ma prima o poi il testimone passerà a loro. Vedremo cosa riserverà il futuro. La nuova generazione segna l’inizio di una nuova pagina. Il libro si chiude proprio con l’estate e l’attesa della vendemmia, con un testo che dice ‘Una nuova vendemmia ci attende, speriamo che sia una buona annata‘. Nelle ultime pagine i più giovani osservano la vigna guardando al futuro. Il nostro augurio finale è che sia un ottimo raccolto e che la vita ci regali ancora tante annate ricche e generose.”
