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La degustazione: Adriano Marco e Vittorio

Qualche settimana fa vi avevamo raccontato la storia della cantina Adriano, Marco e Vittorio, esempio di azienda piemontese che esprime nei suoi vini la tradizione dei vitigni autoctoni.

Questa volta abbiamo fatto un passaggio nella cantina dei fratelli Marco e Vittorio per degustare alcuni dei loro prodotti.

Tradizione. Partiamo da questa parola per staccarcene, assaggiando un Sauvignon Blanc che si allontana dalla tradizione degli autoctoni piemontesi: il Basaricò. La bottiglia prende il nome dalla traduzione in dialetto della parola basilico, uno dei principali riconoscimenti, sulla carta, di questo vino di Adriano, Marco e Vittorio. Al contrario, questo prodotto non ci regala i sentori di erba aromatica che ci aspettavamo – come in una precedente degustazione di qualche anno fa – ma profumi di frutta esotica e, dominante, un nitido profumo di glicine, una fragranza primaverile che invade piacevolmente il naso. In bocca, l’alcol ha una parte importante ma questo Sauvignon risulta perfetto come aperitivo.

Rimaniamo sui bianchi, versandoci un Moscato d’Asti DOCG. Nell’immaginario di molti italiani, purtroppo, questa tipologia di vino è associata a prodotti commerciali che non esprimono la bontà di questo vitigno e, quando se ne parla, qualcuno potrebbe storcere la bocca. Di certo non capiterà con questo spumante dolce – che rende onore alla tradizione del Moscato d’Asti – giallo paglierino con riflessi dorati alla vista, caratterizzato da sentori di pesca e albicocca matura, con zuccheri (la giusta dose), alcol e acidità in perfetto equilibrio. In parole povere, il classico vino del quale si può dire “un bicchiere tira l’altro”.

“Aldo”, è un Dolcetto d’Alba didattico: rosso rubino, sentori di frutta rossa, con la ciliegia predominante, quasi solitaria, tannico e asciutto. Una pronta beva che accompagnata a formaggi o carne risulta perfetta.

Diverso discorso per la Barbera d’Alba Superiore, più complessa nella vinificazione e ovviamente nei riconoscimenti. Il passaggio in botti di rovere si fa sentire e la frutta rossa, sentita in altra occasione nella versione base, qui si fa confettura, accompagnata da una leggera speziatura e una tannicità piacevole. Si beve facilmente e la gradazione alcolica si dimentica (non scordate invece di lasciare le chiavi della vostra macchina a un amico che non beve).

Concludiamo con uno dei tre nobili di casa Adriano, il Barbaresco DOCG Basarin. Abbiamo degustato l’annata 2017, la stessa della Barbera Superiore. Parliamo di un anno funestato da temperature primaverili pazze ma soprattutto dalla siccità estiva che ha flagellato tutta Italia, riducendo le rese di molti vitigni e la produzione generale di vino. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, questi due vini sembrano non averne risentito. Il Barbaresco non ha tradito le attese, confermandosi la pietra preziosa di casa Adriano, un bel rosso granato limpido, persistente al naso con una ricca gamma di riconoscimenti: fiori, immediati all’apertura della bottiglia, aroma di liquirizia (che si percepisce nettamente al palato), un leggero sentore di tabacco dolce. In bocca, il vino è corposo, strutturato, conferma di essere un prodotto impegnativo ma il tannino è levigato, fine, non esuberante, e la bevuta risulta piacevole.

Quando penso al Barbaresco, lo associo un bel piatto di “Plin”. Stavolta, il Basarin è terminato subito, senza lasciar tempo alla cena di arrivare a tavola.