Storie di donne: Alice Paillard

Nel nostro percorso di racconti sulle donne del vino, usciamo per la prima volta dai confini italiani per una chiacchierata con Alice Paillard, dal 2012 amministratore delegato della maison di famiglia, la Champagne Bruno Paillard di Reims, nel cuore del territorio vinicolo più conosciuto al mondo.

Innanzitutto complimenti per il suo italiano.
“Per noi francesi l’Italia è l’arte, la cultura e ho sempre avuto il desiderio di conoscerla meglio. Ho imparato la lingua ancora prima di iniziare ad usarla per lavoro.”

Cosa vuol dire nascere in un posto così unico come la Champagne?
“La prima cosa che mi viene in mente è sicuramente l’amore per il territorio, non necessariamente legato al vino o al gusto, quanto più alla sua storia anche nei momenti negativi, perché la Champagne è stata spesso una terra di battaglie, di guerre e di distruzione, ma anche di grandi costruzioni, di cattedrali. Reims e le campagne circostanti hanno un’anima che fin da piccola ho sentito molto viva, anche grazie a mio nonno, appassionato della Prima Guerra Mondiale. Può sembrare un tema terribile da un certo punto di vista, ma è legato anche a grandi storie umane. Dall’altra parte ho sempre percepito un’aura quasi di sacralità intorno allo Champagne. La scelta della bottiglia, il modo di approcciarlo, di prepararlo, di degustarlo, non sono mai state cose banali, hanno sempre avuto un qualcosa di misterioso. Quando sei piccola è affascinante respirare quest’aria di segreto e di rispetto, ti fa venire voglia di avvicinarti, di scoprire. Crescendo ho capito meglio il vincolo tra il territorio, la sua storia e il vino che ne viene fuori.”

Quando ha deciso di entrare nell’azienda di famiglia?
“Reims è un posto adorabile, ma è una realtà piccola e quando sei adolescente hai voglia di girare il mondo. Mi sono allontanata una decina d’anni per studiare ed è stata una fortuna, perchè mi sono resa conto del vincolo che avevo con la mia terra e mi è venuta voglia di tornare. La prima decisione concreta per avvicinarmi al mondo del vino è stata quella di approfondire gli studi enologici in Borgogna, visto che venivo da una formazione totalmente diversa. Ho deciso poi di lavorare tre anni qui per farmi un’opinione e capire se fosse giusto per me rimanere più a lungo. Ovviamente la scelta successiva è stata non solo quella di rimanere, ma di prendere in mano l’azienda. Non è stato facile: parliamo di dinamiche familiari nelle quali l’interazione con gli altri è fondamentale. Nel mio caso è stato più semplice perché sono la minore di quattro fratelli e gli altri avevano già fatto le loro scelte, quindi ho potuto prendere questa decisione senza creare frustrazioni.”

Ha studiato anche in conservatorio. Secondo lei c’è vicinanza tra musica e vino?
“Prima ancora che nel vino, la vedo nell’organizzazione umana. Uno dei motivi per i quali amo profondamente quello che faccio è per la nozione di processo integrale, partire dalla vigna che piantiamo fino alla bottiglia che presentiamo. Fare questo significa avere delle risorse in casa che hanno competenze molto diverse. Siamo un team piccolo, circa 35 persone, ma la bellezza di questo gruppo è la sua diversità. Questa è una vicinanza che vedo con la musica, perché si parla di una sinfonia, di una composizione prima di tutto di persone, e quindi di talenti, di competenze, di caratteri, come in un’orchestra. Sul vino in sé penso al tema dell’assemblage, che per noi è fondamentale. A volte, come nel caso del Blanc de Blancs Grand Cru, le uve arrivano da pochi villaggi, quindi un assemblaggio minimalista, come un quartetto. In altri casi invece, parlando di tanti villaggi e più tipicità di uve e di annate, ci sarà una composizione più ampia, con le note basse e i suoni più marcati che porteranno la struttura e dureranno nel tempo e le melodie che si succederanno nelle varie fasi della vita del vino. C’è anche una nostra bottiglia con un nome musicale: l’assemblage 2004 si chiama Armonia & Sinfonia proprio per questa sensazione molto marcata di integrità nelle nuances. Al contrario il 2008 per me è quasi un solista, ha una voce molto dominante, monolitica. La musica mi ha insegnato a lavorare, perché ho lavorato molto di più in conservatorio che a scuola, e ad ascoltare.”

Quali sono i pro e i contro nel rappresentare un nome così importante?
“L’aspetto più delicato è il rapporto con il pubblico. A volte ci sono situazioni in cui non siamo in grado di dare soddisfazione a tutti. Nei Paesi nuovi in cui iniziamo a lavorare, è più semplice trovare il tempo ad ogni degustazione per fermarci a spiegare la storia di ogni vino e fare un lavoro di qualità. Dove c’è una notorietà maggiore, come in Italia, in Giappone o in Germania, il rischio è non riuscire a creare questo spazio e non poter accogliere tutti, creando un po’ di frustrazione. Se prendo l’esempio di Vinexpo, per me è importante che sia un luogo di lavoro dove prendiamo appuntamenti e possiamo degustare i vini in modo qualitativo. Questo da una parte garantisce la possibilità di comunicare bene, però significa anche che chi passa e vuole semplicemente assaggiare un vino, non potrà ricevere la stessa attenzione. Tante volte vorremmo poter accogliere di più, ma preferiamo dire di no piuttosto che farlo male, pur sapendo che ci sarà sempre qualcuno scontento.”

Esiste una via femminile al mondo del vino?
“Questo tema lo vivo in generale a livello imprenditoriale più che specificamente nel mondo del vino. Penso ci sia nell’approccio femminile all’azienda una forte coscienza delle realtà individuali, delle sensibilità e anche dei limiti delle persone. Forse perché essendo donne si è anche mamme e spose, quindi c’è l’abitudine di tenere conto degli aspetti meno visibili dalle persone, anche senza conoscerle. Vedo un modo diverso di approcciare l’organizzazione lavorativa, più legato al risultato pragmatico. Non dico che siano qualità solo femminili, penso solo che la condizione di donna porta probabilmente ad enfatizzarle. Vedo meno differenze nelle nuove generazioni: i giovani uomini hanno completamente integrato queste tematiche. Non penso invece che cambi il modo di approcciare il vino. Ho amiche viticoltrici che cambiano anche i pezzi del trattore; magari può mancare la capacità fisica, ma si sopperisce con la creatività e con il tempo e alla fine si può fare tutto. Ci possono essere piccole differenze nella tecnica, ma non vedo approcci fondamentalmente diversi su come fare il vino. Credo la questione sia più legata al personale e all’intimo che alla cultura maschile o femminile.”

Come donna le è mai capitato di trovarsi in situazioni spiacevoli o imbarazzanti?
“Direi di no, ma forse la questione è legata al tipo di vino che produciamo. La nostra è una clientela di appassionati, persone che amano il vino in termini di cultura e non cercano solo una bevuta facile. Anche quando organizziamo cene o eventi vedo sempre comportamenti molto seri e professionali da parte di tutti, dagli chef ai sommelier. Quello che ho notato, e lo dico con la massima onestà e senza darne un giudizio negativo, è che a volte una stessa frase detta da un uomo o da una donna viene accolta in modo diverso. Non l’ho capito subito e quando me ne sono resa conto non era più un problema, perché poi mi sono adeguata, ma è stato sorprendente all’inizio. È un’illusione pensare che siamo uguali e le diversità sono sempre interessanti. Bisogna solo capire che ci sono modi di comunicare diversi e anche il ruolo fa la sua parte.”

Qual è il contributo personale che ha portato in azienda che la rende più orgogliosa?
“Onestamente non saprei, forse dovrei rispondere alla fine della mia carriera. Ciò che mi rende felice è il team che ho potuto comporre e vedere crescere le persone nelle competenze e nell’attaccamento all’azienda. Creare una struttura genera energia positiva ed è una sfida sempre interessante. Io sono per la politica dei piccoli passi, non ho fatto e non farò mai rivoluzioni, ma preferisco affrontare piccole cose ogni giorno, che si parli di investimenti, di produzione o di gestione del vigneto. Mio padre Bruno ha fondato la maison nel 1981 e in questi quarant’anni la trasmissione delle competenze è sempre stata molto progressiva, perchè al di là dell’aspetto uomo-donna bisogna anche considerare la questione generazionale e i diversi caratteri delle persone. Ad oggi la mia più grande soddisfazione è che grazie anche all’atteggiamento di mio padre, che si è preso i giusti tempi e ha saputo lasciare molto spazio, il nuovo team sta crescendo e la cultura aziendale sta passando da una generazione all’altra. È una sfida tutt’altro che piccola.”

ALICE E BRUNO PAILLARD

Chiudiamo con una curiosità. Che vino consiglierebbe a un’amica?
“Forse partirei da un vino più “facile”, il nostro Rosé Première Cuvée: è un extra brut molto croccante e fruttato, ma salino allo stesso tempo; sviluppa tutta la frutta del Pinot Noir mantenendo una bella firma della sua origine gessosa. Il grande paradosso dello Champagne è che i vini di assemblaggio sono più approcciabili come prezzo ma in realtà sono molto complicati. Non è facile capire la grande struttura e complessità di una Première Cuvée Extra-Brut, una riserva perpetuale che risale all’85 e ha uve da più di venti villaggi diversi. Nonostante sia la nostra bottiglia dal costo più accessibile, è forse la più difficile. Avrebbe senso cominciare dal Rosé o dal Blanc de Blancs per la stessa ragione. Essendo focalizzato sullo Chardonnay, è una fotografia molto precisa di una zona specifica in cui si sentono bene le radici nel gesso della Champagne. Per chi si avvicina a questo mondo potrebbe essere interessante assaggiare qualcosa di abbastanza marcato, magari una fermentazione in legno o un vino che non abbia fatto la malolattica. Un Brut più classico, più ricco, per esempio quello di Charles Heidsieck: per “entrare” in Champagne è una bottiglia di buona complessità e qualità senza essere troppo difficile.”

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