Storie di donne: Daniela Guiducci

Laureata in Viticoltura ed Enologia con un Master in Vini Spumanti, assaggiatore tecnico ONAV, consulente, giornalista freelance e soprattutto grande appassionata di bollicine, specialmente francesi. Daniela Guiducci, wine educator tra le più conosciute ed apprezzate nel panorama della formazione enologica in Italia, ci racconta il suo punto di vista su come si può fare cultura al femminile oggi nel mondo del vino.

Come ti sei avvicinata al mondo del vino?
“Ho iniziato ad assaggiare vini quando ero al liceo. Mio padre aveva dei fornitori valtellinesi che gli regalavano vino e tornando da scuola trovavo sempre a tavola una bottiglia di Valtellina Superiore. Il mio amore per le lingue e la cultura orientale mi ha portato verso lo studio del cinese, ma contemporaneamente ho frequentato dei corsi introduttivi al vino, per poi decidere di laurearmi in enologia con una tesi sulla vite e sul vino in Cina, mettendo insieme le mie passioni. Nel frattempo era stato istituito in collaborazione tra Milano e San Michele all’Adige il primo – e unico, siamo solo in 14 in tutta Italia ad averlo concluso – master in vini spumanti e ho colto l’occasione al volo.”

Parliamo del tuo rapporto speciale con le bollicine.
“La curiosità mi ha portato a conoscere prima gli spumanti italiani, dal prosecco ai metodi classici. Ho trovato da subito un feeling, una sensazione di grande benessere assaggiando le bollicine e la scelta del master è venuta di conseguenza, o forse avevo già una predisposizione e l’aver frequentato 13 mesi di corsi ha amplificato la cosa. Sono innamorata della Champagne, di quello che rappresenta all’interno di un contesto culturale (ancora oggi leggo testi del ‘700 e dell’800 in francese) e credo sia fondamentale avere un approccio a 360 gradi, frequentando anche la vigna. Vendemmiando in Champagne mi sono rotta tre volte il malleolo, giusto per far capire quanto io sia legata a filo doppio a questo territorio. Mi ha fatto molto piacere tradurre in italiano insieme a Giuliano Boni il libro sulla fisica delle bollicine di Gérard Liger-Belair, l’unico professore che si occupa di questo argomento a livello chimico-fisico. Andare a lavorare anche sulla parte scientifica del vino mi ha dato ulteriore slancio.”

Perchè hai scelto la formazione?
“Credo che insegnanti si nasca, nel senso più positivo del termine. Ho sempre avuto la passione di trasmettere le mie conoscenze, fin da ragazza quando davo ripetizioni. L’aver fatto 15 anni di attività teatrale, anche come regista, in questo senso ha aiutato: ti pone davanti a un pubblico a cui devi comunicare qualcosa. Sono ovviamente passata anche dalla cantina e dalle analisi di laboratorio, perchè il percorso tecnico è indispensabile e non si smette mai di studiare e di imparare, ma la formazione rimane l’ambito nel quale riesco ad esprimermi al meglio: provo grande soddisfazione nel vedere i corsisti incuriositi che mi tempestano di domande.”

C’è un altro aspetto che ti affascina particolarmente in questo mondo?
“Sicuramente quello della degustazione e dei concorsi enologici. All’inizio di marzo sarò al Vinalies Internationales organizzato dall’Union des Oenologues des France a fare il commissario di degustazione. Sono occasioni per tenersi aggiornati su quello che l’enologia sta facendo, anche in funzione dei cambiamenti attuali che sono sotto gli occhi di tutti. Con le degustazioni alla cieca ci si mette sempre in discussione, si entra in contatto con vini provenienti da tutto il mondo e i sensi devono lavorare al meglio. In più sono momenti importanti di scambio con gli altri professionisti del settore.”

Come donna hai incontrato difficoltà nel tuo lavoro?
“In Italia abbiamo ancora grossi problemi a riconoscere nella figura femminile un professionista. Se escludiamo il mondo dei social e delle influencer, nel quale le donne si sono ritagliate una fetta importante di mercato, per i tecnici e i formatori c’è ancora una forte diffidenza, soprattutto in alcuni settori. È complicato far capire che non ci si possono permettere comportamenti e atteggiamenti sessisti. Questo è un limite che non trovo quando vado in Francia, soprattutto in Champagne, dove sono molte le donne che lavorano in azienda, sono enologhe, formatrici. In Italia se una donna ha la propria azienda si guadagna rispetto e credibilità, ma se lavora come professionista per conto di qualcun altro è tutto più complicato. Io ho dovuto fare sacrifici, mi sono laureata che avevo già due figli, ma ci si può conquistare il proprio posto, anche senza le spinte o le amicizie giuste.”

Hai notato delle differenze nell’approccio femminile al vino?
“È già da una decina d’anni che le cose stanno cambiando: le donne che frequentano la formazione enologica sono sempre di più, penso ad esempio a ONAV dove ci sono corsi con frequenza prevalentemente femminile, o a quante ormai scelgono il vino nella coppia, anche al ristorante. Le donne hanno una capacità di concentrazione e una sete di conoscenza quasi sorprendenti, la capacità di mettersi in gioco e in discussione è decisamente maggiore e si impara più in fretta. La componente femminile dal punto di vista genetico ha anche una predisposizione al riconoscimento olfattivo, soprattutto nel riuscire a tradurre verbalmente quello che si percepisce.”

Un incontro con una donna che ti ha particolarmente colpito.
“Nel mondo del vino ci sono tante donne imprenditrici, viticultrici, enologhe e poi ci sono altre figure non meno determinate che hanno la capacità innata di trasmettere qualcosa con un’eleganza particolare. Frequentando ONAV, sicuramente Pia Donata Berlucchi è stata un riferimento in questo senso. È femminile e femminista e lo ha sempre manifestato con grande fascino e grande cultura.”

Per te esiste un vino del cuore?
“Vivo il vino più come situazione, per cui è difficile sceglierne uno in particolare. Ovviamente parlo di Champagne, ma anche all’interno di questo mondo che conta milioni di bottiglie, ci sono scelte diverse a seconda del momento e dell’occasione. Per me esistono gli champagnes con la s del plurale.”

Diamo un consiglio a una donna che vuole avvicinarsi al mondo del vino.
“Partiamo dal presupposto che il vino non è indispensabile per vivere e anzi sappiamo che ha dei limiti legati alla salute. Per questo motivo diventa una scelta libera e consapevole, che deve essere fatta sempre con allegria e curiosità, evitando di dare giudizi e aprendosi il più possibile alla comprensione. Bisogna andare ad assaggiare, visitare le cantine e i produttori, non aver timore di confrontarsi con loro: il vino lo si impara per esperienza. In questo le donne hanno un quid in più dato dalla loro sensibilità e dal coraggio di mettersi in discussione.”

Hai un sogno nel cassetto?
“Mi dispiace non aver approfondito nella maniera giusta la scrittura del vino. Sono giornalista iscritta all’albo, ma forse mi è mancata un po’ di fiducia nelle mie capacità. È un piccolo rimpianto, ma chissà…mai dire mai.”

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