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Ippolito 1845: orgogliosamente autoctoni

Quando si parla di Calabria, inutile discutere sulla popolarità dei vini e delle cantine, meglio parlare dei prodotti più noti e apprezzati. Non saranno le ragioni dietro il periodo di blackout comunicativo ed enologico della terra dei Bronzi di Riace, vissuto tra il 1980 e il 2000, a convincere la gente della bontà dei suoi vini quanto le storie delle eccellenze locali.

I CUGINI IPPOLITO

Nel cuore della viticultura calabrese, la DOC Cirò, che prende il nome dal Krimisa, il vino delle Olimpiadi portato in Magna Grecia nell’VIII secolo avanti Cristo, sorge la Ippolito 1845, la più longeva cantina regionale: un centinaio di ettari fra pianura e collina interamente dedicati ai vitigni autoctoni.

Siamo la più antica cantina calabrese. – spiega Paolo Ippolito, ambasciatore del vino 2019, direttore commerciale Italia e proprietario dell’azienda di famiglia con i cugini Vincenzo e Gianluca – Dall’Ottocento, in questa terra si sono alternate cinque generazioni di Ippolito che hanno sempre valorizzato i vitigni locali, senza cercare le facili strade di quelli internazionali, più conosciuti ma non rappresentativi del territorio. Parliamo dei più noti gaglioppo e greco bianco, ai quali abbiamo affiancato il greco nero, il calabrese e il pecorello, strappato all’oblio dalla mia famiglia e piantato con successo vicino al mare. Attenzione, non confondetelo con il pecorino.

ANTONIO IPPOLITO

L’azienda è di medie dimensioni e ha una resa di uve per ettaro di 60/80 quintali, ottenute da piante a cordone speronato o dai più rari e vecchi (40 anni) alberelli. La produzione si attesta intorno alle 600mila bottiglie, destinate per il 40% al mercato internazionale. “Lavoriamo prevalentemente in Italia – commenta Ippolito – ma all’estero siamo presenti in 30 paesi. Questa situazione ci ha permesso di assorbire l’impatto negativo dovuto al lockdown di inizio 2020. Ovviamente, il successo oltre confine non sarebbe stato possibile senza la qualità.”

La nostra cantina – sottolinea il direttore commerciale – ha sempre innovato. Negli anni ’40 mio nonno fu il primo produttore a dotarsi di un impianto di imbottigliamento, prevedendo un aumento dei consumi di vino nelle famiglie mentre sul finire degli anni ’60 fummo protagonisti nel riconoscimento della DOC Cirò: mio padre Salvatore e mio zio Antonio capirono l’importanza di impiantare in collina. Tra il 1980 e i primi anni Duemila, purtroppo la Calabria ha perso terreno nei confronti del resto d’Italia, mancando mediamente di un ricambio generazionale e il desiderio di innovare a livello enologico. Noi siamo tra quelli che scelsero di puntare sulla qualità e su produzioni sostenibili, di rimanere legati ai vitigni autoctoni ai quali, ai tempi, venivano preferiti quelli internazionali, e di lavorare sull’affinamento.

 

Da questo punto di vista, la Ippolito 1845 spazia dal cemento al legno con uso di botti piccole ma soprattutto tonneaux, come in Piemonte, regione con la quale la famiglia Ippolito si confronta da sempre. “Il nostro Ripe del Falco – racconta Paolo – arriva in enoteca dopo dieci anni di riposo in cantina. Mio nonno scommise con i suoi omologhi piemontesi del Barolo sulla longevità del gaglioppo rispetto al bebbiolo: possiamo dire che è stata una bella sfida.

I nipoti ne stanno vincendo un’altra: far conoscere i vini calabresi.