andreas kofler

Andreas Kofler: la mia idea di futuro per l’Alto Adige

Con la riconferma alla guida del Consorzio Vini Alto Adige per i prossimi tre anni, Andreas Kofler si appresta a vivere il suo terzo mandato come volto e voce della viticoltura locale. Abbiamo scambiato con il presidente di Cantina Kurtatsch opinioni e impressioni sullo stato di salute del settore, tra sfide territoriali e scenari globali.

consorzio alto adige

Qual è la tua storia? Come ti sei avvicinato al mondo del vino?
“Sono cresciuto in una famiglia di vignaioli: mio padre era nel direttivo di Cantina Kurtatsch. Dopo la scuola agraria ho prima lavorato e poi insegnato al Centro Sperimentale Laimburg. A 24 anni sono entrato nel CDA di Kurtatsch e sei anni dopo mi sono candidato alla presidenza: sono stato eletto a trent’anni. In seguito sono entrato nel consiglio del Consorzio Vini Alto Adige, diventando prima presidente delle cooperative e successivamente del consorzio.”

Proviamo a spiegare in concreto cosa fa il presidente di un consorzio.
“Il presidente cura i rapporti con i soci, è un punto di riferimento per i dipendenti e partecipa a eventi e fiere in tutto il mondo. Il compito principale riguarda però la visione futura: proporre idee, fare programmazione e guidare i gruppi di lavoro. Per il resto si tratta di aspetti prettamente amministrativi.”

Tracciando un bilancio dei primi due mandati, quali sono gli obiettivi più importanti che avete raggiunto?
“Negli ultimi anni il lavoro è cresciuto insieme al consorzio: nato nel 2007 con un solo dipendente, oggi conta uno staff di otto persone, opera su 13 mercati internazionali e gestisce certificazioni (come la SQNPI) e registri del vino. Negli ultimi cinque anni la tappa fondamentale è stata la storica revisione del disciplinare con l’introduzione delle UGA. A questa si affiancano l’imminente inaugurazione della nuova ‘Casa del Vino‘, il progetto sull’enoturismo, l’Agenda 2030 per la sostenibilità e il piano di monitoraggio della flavescenza dorata, un intervento cruciale per la tutela della nostra viticoltura.”

consorzio alto adige

In Alto Adige da sempre convivono due realtà: le grandi cooperative e i piccoli produttori. Come si gestisce questa convivenza?
“La convivenza in Alto Adige ha funzionato sempre bene perché tutti — dalle cooperative alle aziende private fino ai ‘vigneron’ — condividono lo stesso obiettivo: una qualità senza compromessi per rispecchiare il territorio dentro e fuori dalla bottiglia. Bisogna poi considerare che da noi la cooperativa non è una grande azienda classica ma la somma di tanti piccoli produttori, con una media di un ettaro a testa: sul piano delle singole famiglie, nelle cooperative siamo proprio noi quelli più piccoli.”

Fino a qualche anno fa dall’esterno si percepiva che le cantine più grandi riuscissero a esercitare un controllo sui prezzi e sul mercato. Ritieni che sia ancora così?
“Non credo che sia così perché già nel 2007, alla nascita del consorzio, c’era grande apertura verso ogni realtà. Basti pensare che il CDA è composto da cinque rappresentanti delle cooperative, tre delle tenute e due dei piccoli vignaioli: una ripartizione che non rispecchia i volumi produttivi (pari rispettivamente al 70, 25 e 5%), quanto piuttosto la volontà di dare a tutti il giusto peso. Per questo non abbiamo tensioni sui prezzi o colossi che impongono le regole. Inoltre, lavorando principalmente con il canale Ho.Re.Ca., questo non è mai stato un tema critico.”

L’enoturismo e la vendita diretta stanno diventando sempre più fondamentali. Che mezzi avete per aiutare le cantine in questo?
“Per le aziende l’enoturismo sta diventando fondamentale: accogliere bene le persone in cantina non serve solo alla vendita diretta ma è un’importante leva di marketing che fa poi richiedere le bottiglie sul mercato. Il nostro ruolo è creare piattaforme utili al consumatore per organizzare e prenotare gli itinerari. A questo affianchiamo l’attività di promozione e incoming per gli operatori del settore, oltre al supporto alle cantine nello sviluppo di prodotti in linea con il mercato e, in prospettiva, nella formazione e gestione del personale.”

consorzio alto adige

Accanto alle varietà più note, da voi ce ne sono altre meno diffuse come ad esempio Kerner, Sylvaner e Moscato. C’è ancora mercato oggi per questi vini?
“Abbiamo la fortuna di avere vigne da 200 a 1.000 metri di altitudine lungo quasi 80 chilometri da Salorno a Bressanone, con una grande varietà di terroir. Adattare il vitigno alla zona è il presupposto per la qualità, ed è per questo che vantiamo così tante varietà. L’85% della produzione si concentra su otto vitigni (cinque a bacca bianca e tre a bacca rossa) ma esistono anche diverse nicchie: bianchi come Sylvaner, Kerner e Müller-Thurgau, e rossi che amano il caldo come Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Ovviamente puntiamo sulle otto varietà guida ma lavoriamo molto anche per valorizzare questi vitigni di nicchia.”

Come vedi la risposta del mercato rispetto alle nuove tappature che stanno prendendo piede?
“Su questo aspetto il consorzio non si intromette: nel disciplinare abbiamo aperto a qualsiasi tipo di chiusura, lasciando ogni azienda libera di scegliere. Personalmente sono molto favorevole al tappo a vite — un’opinione personale, al di fuori del mio ruolo istituzionale — perché penso che i vini tengano meglio. Molto dipende dai mercati: all’estero lo stelvin non crea problemi, mentre in Italia resiste ancora il romanticismo del sughero, ed è giusto così. In Alto Adige la percentuale di tappi a vite è consistente ma non più alta che altrove. Oggi comunque il problema del ‘sapere di tappo’ è meno avvertito rispetto a vent’anni fa, grazie all’evoluzione delle chiusure tecniche.”

Parlando di sostenibilità, tema sempre più centrale per il consumatore, come vi state muovendo con i vostri associati su questo fronte?
“Con l’Agenda 2030 ci siamo dati obiettivi precisi per il decennio. Non imponiamo direttive rigide, ma affianchiamo le aziende tracciando una strada comune che ognuno segue con i propri ritmi. Abbiamo puntato con decisione sulla certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata): dalle 100 aziende del 2022, oggi si è giunti a 2.897 con una superficie vitata di 3.913 ettari. Questo significa che, per circa il 67 per cento – ossia oltre due terzi – dei vigneti dell’Alto Adige, gli sforzi a favore della sostenibilità sono un dato di fatto certificato ufficialmente.”

consorzio alto adige

Veniamo al cambiamento climatico. Riuscite a dare supporto alle aziende? Qual è la situazione in questo momento?
“Collaboriamo strettamente con il Centro Sperimentale Laimburg, l’OIV e l’Università di Bolzano, lasciandoci guidare dalla loro esperienza. In Alto Adige il grande vantaggio sono le montagne: salire in quota ci permette di preservare la stilistica dei vini, dato che ogni 100 metri la temperatura scende di circa 0,6 °C, anche se l’altitudine presenta dei limiti operativi. La vera sfida del cambiamento climatico riguarda gli eventi estremi — grandine, gelate tardive, vendemmie anticipate — e la comparsa di nuovi parassiti come la flavescenza dorata. Come consorzio interveniamo per sostenere i soci: la nostra posizione a nord e l’altitudine ci mettono al riparo dalle pressioni estreme che affrontano regioni del sud come la Sicilia, ma dobbiamo comunque gestire la crescita dei fenomeni atmosferici violenti.”

A questo proposito, state affrontando il tema dei PIWI e delle nuove soluzioni tecniche in viticoltura?
“Siamo una delle regioni con la percentuale più alta di vitigni PIWI, grazie alla vicinanza culturale e scientifica con gli istituti tedeschi con cui sperimentiamo da decenni. Cerchiamo di mantenere uno sguardo il più possibile aperto su questa opportunità: oggi è consentita la produzione all’interno dell’IGT Mitterberg e per ora va bene così. Per l’ingresso nella DOC occorre una modifica al Testo Unico a Roma e la decisione non spetta a noi. Bisogna poi riflettere sull’obiettivo reale: aprire la DOC solo per usare i PIWI nei tagli non porterebbe un vero valore aggiunto.”

consorzio alto adige

Il settore del vino sta vivendo un momento di forte crisi. Qual è la tua opinione in merito?
“La crisi del vino esiste a livello globale e la avvertiamo anche noi, ma rispetto ad altre regioni ci troviamo in una posizione solida grazie alla diversificazione. La scelta vincente è stata puntare su più mercati, aumentare l’export, sviluppare l’enoturismo e contenere la produzione: siamo stati tra i pochi consorzi in Italia a ridurre le rese della DOC durante il Covid per evitare un esubero di prodotto. Monitoriamo la situazione da vicino e non registriamo giacenze eccessive in cantina: le aziende vendono bene, anche se oggi occorre impegnarsi di più rispetto al passato per ottenere gli stessi risultati. Vedo però realtà sane e pronte ad alzare ancora la qualità. La strada per l’Alto Adige è rimanere coerenti e focalizzati sui propri punti di forza. Sul piano mondiale il dato è chiaro: c’è un surplus produttivo e la produzione andrà ridotta, perché semplicemente si produce più vino di quanto ne venga consumato.”

Chiudiamo con uno sguardo verso il futuro. Quali sono i progetti su cui puntate per i prossimi anni?
“La prima priorità per il futuro è chiudere il capitolo della Casa del Vino con l’inaugurazione della nuova sede, prevista per l’estate 2027. Poi c’è l’enoturismo, per cui abbiamo inserito una figura dedicata che lavorerà con le organizzazioni turistiche altoatesine: fare fronte comune tra vino, gastronomia e territorio è essenziale. Un altro tassello fondamentale sono le Unità Geografiche Aggiuntive (UGA): l’obiettivo è far comprendere questo sistema agli addetti ai lavori nazionali e internazionali. Sarebbe un grande traguardo se tra cinque anni il nostro simbolo UGA presente in etichetta venisse riconosciuto ovunque. Infine, proseguiremo lungo il percorso della sostenibilità, definendo nuove visioni a medio e lungo termine per guidare il futuro della viticoltura altoatesina.”

Photo credits: Florian Andergassen – Alex Filz – Benjamin Pfitscher

Visited 10 times, 10 visit(s) today